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Monza: le mani sulla città!

 

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Adottato nella nottata di martedì 4 ottobre, il nuovo Piano di governo del territorio di Monza. Previsti più di 4 milioni di metri cubi. Sarebbero rovinati definitivamente 291 ettari di  preziosi suoli agricoli, il 70% di quelli previsti dal PGT vigente.

 

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n disastro urbanistico annunciato. Era chiaro a molti, fin dal giugno del 2007, quello che sarebbe poi successo, da quando l’On. Paolo Romani, uomo di fiducia della famiglia Berlusconi, era stato indicato dal Sindaco Marco Mariani come assessore all’ urbanistica del comune di Monza. Legambiente Monza, già nel settembre di quell’anno, aveva organizzato un incontro pubblico dal titolo “le mani sulla cittàâ€, tratto dal film di Francesco Rosi sul sacco urbanistico di Napoli nei primi anni ’60. La pellicola, ben rappresenta gli intrecci tra affari e politica, tra “valorizzazione†dei suoli agricoli e piani regolatori piegati a favore di alcuni proprietari, interventi edilizi sempre presentati con le solite pompose motivazioni: lo sviluppo, nuovo verde, il progresso, nuovi parchi, ecc.

D’altra parte, a Monza, già nel 2002, la coalizione di centro destra guidata dal sindaco Roberto Colombo, aveva dimostrato sin da allora quali fossero le reali intenzioni su alcune aree,  travolgendo il PRG di Leonardo Benevolo, adottato nel marzo del 1997, il quale prevedeva la formazione  di un grande Parco di cintura urbana sulla aree libere intorno alla Città. Tutto questo, era avvenuto dopo l’approvazione, nel 2000, di un contrastato Accordo di programma in zona Rondò dei Pini (ipermercato Auchan), progetto che, poi peggiorato da questa amministrazione comunale, oggi ci ha lasciato come ricordo un enorme stecca di vetro nero, alta ben 7 piani, posta di fronte alla storica prospettiva proveniente dalla Villa Reale. Proprio un bel biglietto da visita per i visitatori del monumento piermariniano e per chi transita per la Città di Monza.

Fin da allora, le aree agricole della Cascinazza, del Parco del Villoresi a nord ovest, quelle delle ex Cave, vicino a cimitero di Via Foscolo e lungo il viale delle Industrie, in zona nuovo Stadio, erano state oggetto di una particolare attenzione, con la cosiddetta “4^ variante di perequazioneâ€, che prevedeva di edificare in quelle zone una cosa come 1.450.000 metri cubi. Ma questo PGT 2011, elaborato dagli Uffici su indicazioni della parte politica, quanto ad impegno di suolo, batte tutti i precedenti, peggio persino del vetusto PRG di Piccinato, adottato nel lontano ’64, in pieno boom economico, poi approvato alla fine del ‘71.

L’attuale incredibile minestrone edificatorio, partito con la motivazione di voler riprendere in esame una ventina di osservazioni che “affacciavano istanze meritevoli†di essere riconsiderate, ha invece fatto scempio del territorio monzese, cercando di nascondere malamente le vere ragioni di questa variante urbanistica, che stravolge totalmente il PGT, adottato nel marzo del 2007 dal centro sinistra del Sindaco Faglia, e poi approvato nel novembre dello stesso anno da questo stesso Consiglio comunale. Un affaccio ora nefasto per il territorio monzese.

I quattro ambiti di perequazione del PRG del 2002, ampliati e corretti, sono diventati ora i sei “Poli della città rinnovataâ€, dove si prevedono pesantissime edificazioni. Secondo i dati illustrati il 21 dicembre 2010 al Consiglio comunale, gli ultimi resi noti in quanto il nuovo PGT non è stato ancora pubblicato, si prevedono: 420 mila metri cubi sulla Cascinazza (peggio dei 388.000 del PRG Piccinato del ‘71); 165 mila sulla Cave (nel PRG Piccinato: zona a servizi pubblici); 640 mila sulla aree agricole del Casignolo (nel PRG 1971: zona agricola); 377 mila mc previsti in zona Torneamento (Parco del Villoresi, che nel PRG del 1971 era, in molte parti, destinato a verde e servizi). Per non dimenticare i corposi interventi (circa 130 mila mc) previsti in zona Policlinico di via Amati/Gallarana e i 75.000 e oltre che ricadranno vicino allo Stadio nuovo.  

Un polpettone cementificatori di circa 1.800.000 metri cubi, contando solo i volumi di questi sei Poli, naturalmente chiamati con le definizioni più altisonanti: “Polo dell’energia rinnovabileâ€; “Polo tecnologicoâ€; “Polo ricreativoâ€. In realtà sono ben altra cosa, cioè aree dove il cemento di varia natura e funzioni fa la parte del leone, con tutte le sue conseguenti valorizzazioni e rendite finanziarie, tipiche dell’economia “di cartaâ€, cubature che se fossero malauguratamente realizzate, inflazionerebbero un mercato edilizio già saturo, oggi anche in fase di stagnazione.

Anche perché tutta questo nuovo terziario avrebbe temibili concorrenti nei Comuni vicini. Ricordiamo quello previsto sulle aree della ex Falck di Sesto San Giovanni, circa 3 milioni di mc, 15.000 nuovi abitanti e spazio per 15.000 addetti teorici; quello in costruzione sulla aree della ex Autobianchi di Desio; quello, pure in fase di realizzazione, a Villasanta, sulla ex Lombarda petroli (Ecocity). Per non parlare di quello previsto dal PGT Milano, la capitale economica, con grandi edifici già in avanzata fase di realizzazione nella zona compresa tra la Stazione Centrale e quella Garibaldi, dove peraltro interi palazzi esistenti giacciono vuoti da anni. Senza infine dimenticare l’area della ex Snia Viscosa, tra Varedo e Paderno, solo a pochi chilometri da Monza, pure destinata al terziario. Per il PGT di Monza è anche peggio, poiché si tratta, non di aree dismesse, ma di preziosi suoli agricoli.

Alcuni nomi di grandi immobiliari e di proprietari di siti ricorrono, un po’ qua e un po’ là, mentre si temono infiltrazioni malavitose e alcuni legami con la politica locale, e non solo di quel livello. I mass media spesso ne parlano, mentre il rischio di bolle speculative e finanziarie pare sempre più all’orizzonte.

Si ha la netta impressione che l’ente pubblico, sia comunale che sovracomunale, abbia abdicato da tempo alla sua funzione di regolazione, pianificazione e programmazione degli interventi, lasciando invece via libera a tutti, senza alcun criterio logico e ponderato, per fare spazio a tutte le maggiori richieste degli operatori immobiliari, i quali, sembrano quasi avere una regola, spesso lontana da un mercato equilibrato,  improntata al dire: “prima rendetemi edificabile l’area e poi ci pensiamoâ€. Anche perché, una volta ottenuti i diritti edificatori sulla carta, risulta poi difficoltoso per l’ente pubblico rimettere in discussione le volumetrie previste dai piani urbanistici, a pena di lunghi conteziosi, anche qualora l’azione di contenimento fosse guidata da nuove condizioni sociali ed economiche sopraggiunte nel corso degli anni, nonché dalla difesa dell’interesse pubblico dei propri cittadini, che giustamente desiderano una città  più vivibile e non un inferno metropolitano.

Il PGT ora adottato a Monza, sarà quanto prima depositato e pubblicato per 60 giorni consecutivi, duranti i quali, chiunque ne abbia interesse, potrà presentare le proprie osservazioni. Il Piano tornerà quindi in aula nei primi mesi del 2012 per la sua approvazione definitiva da parte del Consiglio Comunale, giusto nel periodo della campagna elettorale. Il PGT sarà ora trasmesso anche alla Provincia di Monza e Brianza per ottenere il “parere di compatibilitàâ€, come previsto dalla legge regionale n. 12 del 2005. Molti sono in attesa di vedere come si esprimerà questo ente pubblico di fronte a questo vergognoso disastro urbanistico per Monza, anche perché il suo Presidente, Dario Allevi, ha più volte riaffermato di volere tutelare strenuamente il suolo agricolo esistente, anche attraverso ricorsi al TAR. Staremo quindi a vedere.


Comments:

Commenti 

 
0 #1 Sergio Milanesi 2011-10-07 23:38
Mi risulta che quando arrivò Paolo Romani in Comune, il dirigente del settore pianificazione territoriale, che era lì da oltre 20 anni, è stato subito invitato a trovarsi un altro Ufficio in Comune e il 1° agosto del 2007 è stato trasferito d'imperio. Non a caso, lo stesso dirigente, ha quindi chiesto la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro e se ne è andato dal Comune di Monza. Ora si possono ben capire i motivi di tale trasferimento, facilmente deducibili da questo PGT, ora formalmente adottato.
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0 #2 Pino Timpani 2011-10-08 13:26
Quel diregente dell'ufficio urbanistico è lo stesso autore di questo articolo giornalistico, ovvero l'amico architetto Giorgio Majoli, a cui va un infito ringraziamento per il coraggio e la coerenza nel difendere in decenni gli interessi del bene comune monzese: ma questa valanga palazzinara fa semplicemente impallidire il quarantennio di urbanistica democristiana con cui la città si è devoluta a sobborgo di Milano.
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0 #3 michelangelo 2011-10-09 10:30
Mi son perfino stufato di ripeterlo. E' ora di interrogarsi su quel che di profondo snatura, in tutta italia, una gestione corretta del territorio. C'è una cultura maggioritaria anche democratica e di sinistra, se qualcosa il termine vuol dire (anche tra i tecnici) che nn sa contrapporre ai danni devastanti nient'altro che minori danni. Questp approccio, presunto realistico, spesso velato nella sua reale natura da qualche "decorazione" cultural/chiccosa, è stato praticato a Monza come altrove, anche laddove la sinistra governa. LIMITARE I DANNI, un pò come si cerca di fare in economia, ma non CAMBIARE MODELLI, perchè il cambiamento comporta l'ingresso in campo di altre regole, e di conseguenza di altri giocatori, e la messa in discussione reale dei rapporti di potere. Allo stato attuale, come stiamo verificando, basta un cambiamento di amministrazione perchè quella limitazione del danno si riveli effimera. A questo siamo, a regole e norme della gestione del territorio che vanno completamente riscritte, ma nessuno le riscrive. A regole della polticia e della democrazia che dovrebbero esser radicalmente cambiate, ma non si fa. Poi, si "piange" sul latte versato: scusate, se le vedo come lacrime di coccodrillo. A Roma, l'opposizione chiede al governo di far un passo indietro, e affida le speranze di cambiamento a cattivi arnesi democristiani come Scajola. E' realismo, o gattopardismo della peggor specie? A Monza ci si sta preparando alle elezioni amministrative, e i nomi di candidati che circolano, sottotraccia, son di persone che non rappresentano certo alcun cambiamento, agli occhi di quella gran parte dei citatdini monzesi che si aspettano segnali non velleitari, ma comunque decisi. Forse, siamo ancora prigionieri di quel "realismo" ingannevole, ma lucroso, di cui parla Bonifacci in un altro articolo Vorrei. Prigionieri di quel "lasciate" fare a noi, nn vi impicciate, sappiamo noi cos'è la gestione dlla politica, e di tutto quel che ne consegue". Ai tempi nn proprio gloriosi dell'esperienza milanese de IL MODERNO (rivista dell'ala riformista pci/diessino milanese dai finanziamenti non molto trasparenti) c'era chi irrideva alla necessità di convincere le "masse", di suscitar partecipazione. Circolava addirittura una battuta: "per spostar le masse, chiamiamo Gondrand" (nota azienda di traslochi). Siamo ancora lì, aldilà delle velleità e delle dichiarazioni di principio? Questo paese, e le sue città, han bisogno di regole nuove, non del mercanteggiamen to sulla base di quelle esistenti
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0 #4 Leonardo 2011-10-11 00:59
Posso condividere alcune cose dette da Michelangelo, ma sono anche convinto di una cosa: "una rivoluzione non si fa con una, o con tante, nuove leggi". Una volta, si chiamavano, pur giustamente, "riforme di struttura e nuovo modello di sviluppo". Dico una cosa ovvia: in una democrazia occidentale è necessario avere altresì il consenso e quindi, poi, anche il potere. Senza quello è difficile cambiare le cose, sia pur con nuove regole e una diversa classe politica. Mi pare che oggi la questione si presenti abbastanza complessa, un po' perché in Italia il bipolarismo si è spesso trasformato in consociativismo ; un po' perché chi ci governa da 20 anni ha capito come ottenere il consenso stesso, cioè con la tecnica con cui si vendono le saponette o i pomodori pelati. Per prima cosa è quindi bene far capire questo alle persone, cioè che sono spesso manipolate e poi, alla fine, pure gabbate, sulla propria pelle. Tralascio coloro che consapevolmente sono legati a quel carro per interessi economici più o meno diretti, difficili da convincere, oggi, ad abbandonarlo, per evidenti motivi. La "cogestione" del potere e dell'economia ha portato l'economia stessa a comandare alla politica (con comitati di affari condivisi) che, ormai fortemente in crisi e a ranghi ridotti, si è ben adattata a questo sistema di governo. Diceva bene un noto commentatore politico: una democrazia prima si sviluppa, poi si mantiene e poi degenera. Potremmo dire che è quindi necessario passare ad una nuova forma di democrazia, più diretta, partecipata e controllata, necessariamente , condivisa da molti e dalla maggioranza delle persone. A mio parere, in questo momento storico (crisi globale, precariato diffuso, fortissimo divario economico tra alcuni settori sociali), la cosa non si presenta semplicissima da risolvere, ma è possibile. Certo le nuove regole servono, ma serviranno diversi anni, perché quelli che hanno governato negli ultimi decenni, le hanno trasformate in una sorta di ameba, in cui ha prevalso quasi sempre il conflitto di interesse, mai risolto, neppure al tempo della bicamerale. Senza contare che questo consociativismo , pare quasi essere il figlio degenere del "compromesso storico" che Bonifacci, in altro articolo di questa rivista, non cita, ma che fu, in alcuni momenti finali, lanciato dallo stesso Berlinguer e dal PCI (forse anche per timore di ritorsioni autoritarie, allora possibili). Oggi non è così. La distinzione dei ruoli (maggioranza e opposizione) è oggi la base per far ripartire le cose anche con la capacità di dire quel "NO" che oggi viene spesso demonizzato, per mille motivi, sia di debolezza che di opportunismo politico, da entrambe le parti. In questo senso, un eventuale governo di "unità nazionale" non potrebbe che fare il male della Nazione e della stessa Politica. Anche Napolitano (ex migliorista)in questo senso, sbaglia. E' auspicabile che si vada subito a nuove elezioni, con programmi diversi e chiari, sapendo che le proposte sono diametralmente opposte e che è ora di cambiare la direzione per cercare di risolvere i problemi reali, che sono in campo. Se non ora, quando?
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0 #5 michelangelo 2011-10-17 11:02
Leonardo, mai detto che bastino nuove leggi. Ma l'intreccio delle competenze e procedure che le leggi attuali che concorrono alla gestione del territorio determina, vanno semplificate e rese trasparenti, e vanno anche equilibrati - a favore dei poteri pubblici - i rapporti di forza in campo. Invece, si sta andando in senso contrario: se si toglie agli enti locali la possibilità di attinger risorse fiscalmente (derivate dal centro o proprie è una altro tema), questi saranno costantemente esposti non alla tentazione di cemnentificare, ma quasi all'obbligo, inmisura maggiore o minore. perchè per fare una scuola, dovrai scambiarla con un inter quartiere, quasi.Perchè gli unici soldini (magari anche solo in termini di contropartite) arrivan dai privati, o quasi (tranne ch enelle grandi opere, che nssuno fa in concreto). E questa non è una situazione che possa generare altro che l'inclinazione a delinquere, tant'è che i casi di corruzione - anche nelle grandi metropoli - sono vertiginosament e aumentati, e stiamo addirittura a constatare in Lombardia pesanti infiltrazioni mafiose per riciclar capitali. In tempi di crisi, l'edilizia ne risente, ma per alcuni si presentano anche le occasioni per combinar di tutto e di più, in nome dell'emergenza, della quotidianità da cambiare, delle infrastrutture irrinunciabili, delle varianti ai PGT ecc. Nel bene e nel male, è solo ancora il pubblico che può far da deterrente, se sorretto da una rete di movimenti, associazioni,st rutture di decentramento e partecipazione vigile. Invece, oggi accade quasi dovunque il contrario, il territorio italiano è msso a scacco, la qualità della vita degrada (l aBrianza ha una densità per abitante da popolazione di topi, ma si continua a costruire), mille emergenze - spesso lasciate maturare apposta - si prestano a diecimila furbizie o truffe. Non basterà metter mano ai meccanismi di legge, ma senza semplificare e riveder quelli e la distribuzione dei poteri, nemmeno si comincia. Perchè, faccio una domanda per esempio, abbiamo una quantità di case sfitte e domanda di case allo stesso tempo? E nuove costruzioni dovunque?Perchè si è lasciato campo libero alla speculazione edilizia, fondata spesso sulla proprietà terriera. E i risultati son questi: la proprietà e il diritto privato han distrutto i territori, non meno di quanto l'impenditoria "finanziaria" (che spesso si intreccia a quella terriera e edilizia, guarda caso) ha disastrato il paese. Certo che ci vorranno anni, per rimettere al centro il concetto di pubblica utilità dell'impresa e dell'iniziativa private (che nn vuol dire proprietà pubblica...), sancito anche nella costituzione: ma da qualche parte bisogna pur cominciare
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