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I comuni non possono fare a meno dei soldi che arrivano dalle nuove costruzioni?

 

Bilanci economici, ma soprattutto bilanci sociali e ambientali per valutare gli interventi edilizi e le ricadute che questi avranno un domani sulla collettività. Non vendiamoci il futuro per "un piatto di lenticchie".

Questi dovrebbero essere i criteri con i quali valutare gli interventi edificatori, soprattutto quelli di notevoli dimensioni (i famigerati PII, PL, PP, ecc.) che tanto ingolosiscono anche i sindaci e gli assessori all'urbanistica dei Comuni, che in questo vedono una fonte di introito attraverso il pagamento degli oneri di urbanizzazione, se non talvolta sistemi clientelari e di consenso occulti, uno scambio di favori tra "grandi elettori" e operatori del settore edile.
Non importa se poi si rischia che molto del costruito rimanga sfitto o invenduto per diversi anni e che quei grandi interventi prolungati nel tempo producano ulteriore traffico e congestioni, nuove fonti di inquinamento, invivibilità per tutti, maggiori fabbisogni sociali e di servizi pubblici per gli abitanti insediati. L'imperativo e la scusa addotta sono sempre gli stessi: "abbiamo bisogno di soldi per finanziare la spesa corrente", senza accorgersi che così facendo, in pochi anni quella spesa stessa invece lieviterà proprio a causa dei nuovi interventi edilizi (e relativi costi per la gestione dei nuovi servizi). L'altra scusa è: "non possiamo fare altro, altrimenti pagheremmo i danni al privato". Entrambe le affermazioni sono quasi sempre false ed esistono numerosi casi che lo dimostrano (es. la Cascinazza a Monza).

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Questo modo di ragionare ha preso ancora più piede da quando è stata eliminata l'ICI sulla prima casa, di cui ben pochi si lamentavano, e lo Stato, come era prevedibile, stenta ora a trasferire ai Comuni i mancati introiti con continui ritardi nei pagamenti, mettendoli così in ginocchio e portandoli a far costruire sempre di più per ripianare i debiti. Tutto questo  alla faccia del cosiddetto "federalismo fiscale" che riporta a Roma la dipendenza economica degli enti locali.

In questo circolo vizioso l'interesse pubblico collettivo viene messo quasi sempre all'ultimo posto e le speculazioni fondiarie e immobiliari servono talvolta anche per alimentare la politica in modo poco  trasparente. Spesso la cronaca riporta di tangenti dei palazzinari ad amministratori disinvolti.

Non si esce da questa spirale se non supportando gli interventi con delle serie analisi costi-benefici e delle serie valutazioni di impatto, calcolando così anche i danni ambientali che ogni intervento edilizio comunque comporta.

Al centro deve essere posta una politica amministrativa che svolga il proprio ruolo con grande ponderazione e attenta valutazione dei reali fabbisogni di abitazioni, uffici, commercio e industria. E' inutile aprire il rubinetto, se la vasca è già piena. L'avvedutezza e il buon governo si vedono anche da quello, dall'evitare sparate a effetto e fuochi artificiali che in realtà producono abbagli e forse anche stupore; molto arrosto per chi le organizza, ma anche  molto fumo e intossicazioni per i cittadini, soprattutto se il vento gira male (bolle speculative e crisi economica).

Oserei dire che non è un caso se oggi il Governo, dopo aver tolto l'ICI sulle prime case, tassa comunale strutturale ad  introito sicuro e cadenza annuale (ma guarda caso, l'ha tolta anche sulle "assimilate"...), vara oggi un piano casa straordinario. Come dire: "prima ti affamo e poi di getto la bistecca" (avvelenata).

Si vedono così sparire qua e là intere aree agricole con scellerati Programmi Integrati di Intervento (PII), sempre in variante allo strumento urbanistico, zone agricole che sarebbero invece da ampliare, tutelare e valorizzare attraverso politiche mirate alla rinaturalizzazione e alla piantumazione, ripristinando percorsi, rogge, filari alberati e corridoi verdi, anche per la fauna.

Non dobbiamo dimenticare che l'agricoltura è il primo anello della catena alimentare, è una fonte di vivibilità dell'ambiente, una "riserva aurea" anche per i nostri polmoni e per la cattura del CO2, una  segno importante del paesaggio, spesso una zona di esondazione naturale dei fiumi e di laminazione delle sue piene. Tutto questo alla faccia dei soliti operatori immobiliari che ne vedono e ne pensano ben altro uso, amministratori comunali consentendo...

Proprio per questo Legambiente Lombardia ha avviato la raccolta firme per presentare una legge regionale di iniziativa popolare che, rifacendosi a quelle simili nel nord Europa, ponga un freno al consumo di suolo libero e preveda l'edificazione solo se non si hanno più aree dismesse, con forti compensazioni di aree libere (del 200%) nel caso vi sia l'assoluta e dimostrata necessità di dover costruire ancora nuove, eterne e inutili case. Soprattutto qui ed ora.

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Tags: Cementificazione | Condono | Oneri di urbanizzazione

 


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Commenti 

 
0 #1 Pinel Timpanoff 2009-03-30 00:38
Pavel, non vorrei, se va avanti così, che siano necessarie comunità di recupero per sindaci e assessori che si fanno di oneri; in questo caso il bisinness si quadruplica di costi sanitari a carico del federalismo fiscale regionale.
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0 #2 Ivan Ivanovic Commissoff 2009-03-30 11:35
Per questi amministratori, proporrei delle terapie di recupero e disintossicazio ne a base di peperoncino, 'nduja, liquirizia e cipolla rossa di Tropea, così da generare un circolo virtuso di indubbio vantaggio per le comunità lombarde consumatrici e quelle esportatrici calabre (è federalismo pure questo).
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0 #3 Marco 2009-03-30 11:59
Fermarsi un attimo a riflettere.
Una moratoria al consumo di territorio naturale per la cementificazion e, un periodo congruo di tempo durante il quale le amministrazioni realizzin un censimento serio dell'urbanizzato inutilizzato : capanoni sfitti, abitazioni non occupate, aree dismesse. Questa è la proposta concreta contenuta nella campagna STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO: www.stopalconsumoditerritorio.it una campagna lanciata 'dal basso' che contiene un messaggio preciso. BASTA cemento a tutti i costi.
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0 #4 manuele cattaneo 2009-04-08 12:05
La natura è stata più svelta del governo e ha presentato il suo piano casa. È una fortuna che gli edifici crollati non fossero stati ancora ingranditi del 20-30 per cento, secondo i dettami del Cavaliere e dei suoi corifei, altrimenti il bilancio dei morti sarebbe più cospicuo. E non osiamo immaginare il bilancio dei danni se, nel paese più sismico d’Europa, fossero già in piedi le cinque centrali nucleari e il Ponte di Messina (una delle zone più martoriate da terremoti) minacciati dal governo. Per capire in che mani siamo, ecco un comunicato della Protezione civile (1° aprile 2009): «Ieri si è riunita all’Aquila, nella sede della Regione Abruzzo, la Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi… per fornire ai cittadini tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane in Abruzzo: attività che viene costantemente monitorata, pur non essendoci nessun allarme in corso». Il vicecapo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, filosofeggiava: «Bisogna saper convivere con le caratteristiche dei territori». La «comunità scientifica» confermava «che non c’è pericolo perché il continuo scarico di energia riduce la possibilità di eventi particolarmente intensi». Quanto all’allarme di Giampaolo Giuliani, tecnico dei laboratori del Gran Sasso, su un imminente «terremoto disastroso», Guido Bertolaso si scagliava contro «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false», chiedeva una punizione esemplare e denunciava Giuliani per «procurato allarme». Ecco, siamo in buone mani.
http://www.unita.it/rubriche/Travaglio
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0 #5 Ivan 2009-04-08 18:18
Così scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera a pag. 5:

“Ed è sbalorditivo, oggi, tornare indietro soltanto di qualche giorno. E trovare la conferma che mai, prima dell’apocalisse di lunedì notte, erano state nominate parole come sisma o terremoti nella proposta edilizia del governo alle Regioni del giugno scorso, mai nella prima bozza di un mese del «piano casa», mai nell’intesa del 31 marzo. Mai. Oggi Claudio Scajola detta alle agenzie che il piano casa «dovrà essere utile anche per le protezioni antisismiche» e il nuovo documento dato alle Regioni, ritoccato l’altro ieri in tutta fretta, ha un «articolo 2» nuovo nuovo. Dove si spiega, sotto il titolo «misure urgenti in materia antisismica» che «gli interventi di ampliamento nonché di demolizione e ricostruzione di immobili e gli interventi che comunque riguardino parti strutturali di edifici, non possono essere assentiti né realizzati e per i medesimi non può essere previsto né concesso alcun premio urbanistico sotto alcuna forma ed in particolare come aumento di cubatura, ove non sia documentalmente provato il rispetto della vigente normativa antisismica». Evviva. Ci sono voluti i lutti di Onna e la distruzione dell’Aquila e quelle file di bare allineate, però, per cambiare il testo originale dato alle Regioni solo una settimana fa. Dove l’articolo 6, precipitosament e soppresso dopo il cataclisma abruzzese, era intitolato «Semplificazion i in materia antisismica». Meglio tardi che mai. Purché fra una settimana, un mese, un anno, non torni tutto come prima.â€

L’articolo completo si può leggere al seguente link:
http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_08/eroi_vecchi_camion_stella_7aa978c2-23fc-11de-a75a-00144f02aabc.shtml
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