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Agri-cultura

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Riflessioni sulla tavola rotonda “Agricoltura locale custode del territorio?”

 

Agri-cultura, il titolo mi pare la sintesi più opportuna di quanto emerso lo scorso 16 aprile durante la tavola rotonda: “Agricoltura custode del territorio?” svoltasi a Villa Greppi di Monticello (LC) nell’ambito di “Naturalmente Brianza”, manifestazione organizzata dal Gruppo Valle della Nava di Casatenovo.
Al quesito hanno tentato di rispondere Giacomo Mojoli, consulente in strategie di promozione territoriale, tra i fondatori di Slow Food, Agostino Cellini fiduciario della condotta Slow Food di Monza e Brianza, Vittorio Pozzati responsabile agricoltura della Provincia di Milano, tra i fondatori delle Rete Nuovo Municipio, Italo Bruseghini assessore alla’agricoltura della Provincia di Lecco, Giovanni Zardoni vice-sindaco di Cernusco Lombardone, per anni consigliere con delega all’agricoltura del Parco Regionale di Montevecchia e Valle del Curone, numerosi produttori agricoli e rappresentanti delle associazioni locali.
La serata è stata ricca di spunti, tanto che sarebbe difficile, quando non ozioso, darne completa sintesi. Mi piacerebbe piuttosto, in queste righe, cogliere e sintetizzare quegli aspetti che hanno accomunato i diversi contributi, marcando il sottile fil rouge che ha accompagnato l’intera discussione: il profondo legame tra cultura e coltura (termini tanto vicini dall’essersi scambiati, nell’uso corrente, i significati etimologici).
Tra i molti elementi posti sul tavolo di discussione sono due le priorità-criticità apparse determinanti. Mojoli le ha espresse più o meno come la necessità di proseguire a fare cultura rispetto ai temi dell’agricoltura e dell’alimentazione (alla prima intimamente legata) e di intraprendere piccoli, concerti, progetti a livello locale: da una parte, quindi, lavorare sui valori di un’attività e la loro comunicazione e ricezione, dall’altra, promuovere progetti che siano capaci di innescare sinergie virtuose e realizzare valore, legittimando il settore e la sua presenza anche in aree che tante pressioni produttive, urbanistiche, infrastrutturali, subiscono (vedi Brianza).

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Ogni contributo ha confermato la necessità di intraprendere questo duplice programma al fine di migliorare l’agricoltura e con lei la sostenibilità del nostro modello di abitare il territorio e produrre/consumare cibo.
Presente in più interventi anche il tema della ricerca: gli spunti proposti al riguardo durante la serata mi hanno portato a ragionare in particolar modo sullo stato dell’arte, su quel che già c’è, è in essere, e sul quale possiamo (dobbiamo?) lavorare. Vorrei, a proposito, tornare un passo indietro. La ricerca è la punta di diamante, è qualche cosa che deve seguire un filo per i più invisibile, pensare a modelli innovativi attraverso una certa visionarietà - l’utopia concreta, per dirla con Nathan Rogers - se vuole essere fruttuosa e “scoprire” davvero. Serve a guardare oltre. Noi oggi però ci confrontiamo con i problemi di domani e dopo domani, problemi che hanno i piedi ben dentro la terra. Questo mi porta a pensare che, in assenza di grandi possibilità economiche per la ricerca, sia in primis doveroso agire sulla formazione, quella che si da nelle scuole e nelle famiglie. Creare una solida, ma soprattutto diffusa, agri–cultura.
Il destino dell’agricoltura, le sue sorti, positive o negative che siano, sono legate al riconoscimento sociale che oggi diamo e daremo in futuro a questa attività. Come ricordavo in una piccola tesi di qualche anno fa (Agricoltura biologica e riconoscimento sociale dell’attività primaria) il riconoscimento sociale si configura come tutta quella serie di valori materiali e immateriali che, in questo caso, attribuiamo ad una attività e ai suoi prodotti.

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La percezione dell’agricoltura in Italia è stata modificata con la violenta accelerazione industriale della metà del secolo scorso che ha prodotto effetti vicini a quelli di un drastico sradicamento, più che di una lenta e consapevole emancipazione. In un certo senso, per quanto riguarda il nostro modo di concepire e valutare l’attività primaria, stiamo pagando ancora oggi il prezzo di quella fame industriale, che tanto ci ha dato e tolto.
Recuperare parte di quel patrimonio, iniziare a fare agri-cultura in famiglia e proseguire a farla nelle scuole, agendo sul percorso formativo obbligatorio che già c’è, pare sempre più importante, necessario.
Oltre alla formazione primaria di base, mi vengono in mente i tanti istituti superiori di agraria e le scuole alberghiere, scuole che ancora oggi formano allievi con programmi di basso profilo culturale, basati per lo più (completamente?) su impostazioni anni ’60, senza alcun respiro, senza alcuna considerazione di ciò che succede nel mondo, attorno ai muri delle aule in cui si fa lezione.
Partire da queste due tipologie scolastiche, rivedendo la struttura e i contenuti dei programmi, dando una visione non “nuova” - non si chiede tanto - ma “attuale”  di parole come “agricoltura”, “economie territoriali”, “paesaggio”, “promozione”, “identità”, “gusto”. Sono queste alcune delle tag dalle quali ripartire per una strada di vera formazione, non anacronistica, che eviti il ridicolo, a cui oggi dobbiamo spesso assistere. Un ridicolo che pregiudica e inibisce l’attività di un settore che deve ritrovare la capacità di comunicare i grandi valori potenziali che conserva in sé.

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