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Home Ambiente Ambiente La vera storia del petrolio a Montevecchia


La vera storia del petrolio a Montevecchia

Tags: Montevecchia | Petrolio | Scajola

20090515-montevecchia-tramonto

Il Ministero decide di andare avanti senza avvisare le Province.
E... che ci fanno gli australiani in Brianza?

 

La notizia è rimbalzata su tutti i giornali, locali e non. Il ministro allo Sviluppo Economico Claudio Scajola (Popolo delle libertà) ha in questi giorni autorizzato le trivellazioni dell'impresa petrolifera australiana Po Valley entro i confini del Parco Regionale di Montevecchia e Valle del Curone, generosa area nel cuore della Brianza, riserva di biodiversità e qualità della vita per tutti i cittadini del basso lecchese. Dopo un primo allarme la scorsa estate, la notizia era solo apparentemente rientrata. Ora, ecco di nuovo tornare l'azienda australiana con un piano di investimenti di 20 milioni di euro il cui obiettivo è la ricerca ed estrazione di petrolio nel nostro territorio.

Un po' di storia

La storia è una storia di appetiti che vengono da lontano e della resistenza di un territorio che non vuole prestare il fianco allo scempio ecologico. La vicenda parte dalla fine degli anni '90, quando Agip (Gruppo Eni) era l'unica azienda autorizzata a fare ricerche di idrocarburi sul suolo italiano. Sfruttando questo status la società portò avanti una serie di ricerche non invasive, di tipo sismico, e giunse alla conclusione che ci poteva essere presenza di metano e petrolio tra i morbidi sali scendi della Brianza lecchese. Dopo questi studi, Agip si attivò per ottenere l'autorizzazione a realizzare un pozzo "a scopi di ricerca", proprio nella stessa area selezionata oggi da Po Valley (che, infatti, successivamente avrebbe comprato da Eni i suddetti studi). La reazione degli enti locali, del Parco e dei cittadini fu fortissima ed ottenne il risultato di vedere la richiesta bocciata da parte del Ministero dell'Ambiente con un Decreto del 6 Giugno 2001. Lo scorso anno, dopo sette anni di silenzio, giunse una comunicazione del Ministero per lo Sviluppo Economico (MiSE) che autorizzava l'avvio di una procedura di ricerca idrocarburi chiamata "Ossola" in un'area di 300 Kmq coinvolgente 87 comuni e posta a cavallo delle province di Lecco, Bergamo e Milano. La ricerca si sarebbe svolta utilizzando esclusivamente metodi non invasivi e sondaggi con onde sismiche. La reazione istituzionale fu pronta e all'ultima seduta della Conferenza dei Servizi convocata dal Ministero nella sede di Regione Lombardia, il 17 settembre 2008, tutti gli enti presenti espressero contrarietà alla richiesta. Il MiSe, anziché giungere alla votazione decise di aggiornare la seduta per maggiori approfondimenti e per avere una più precisa definizione dell'area di ricerca e concesse alla società una proroga di 6 mesi (scadenza 10 aprile 2009) per avanzare una nuova proposta progettuale. Da metà aprile, racconta l'Assessore Provinciale all'Ecologia Marco Molgora sulle pagine di Merateonline, "la Provincia di Lecco ha assiduamente inviato richieste di informazioni al Ministero per conoscere l'esito finale dell'iter burocratico. Dal Ministero ci fu detto che era giunta della documentazione ma non era stata ancora visionata e che ci avrebbero fornito in seguito ulteriori comunicazioni. Dal 10 aprile i responsabili del mio assessorato hanno chiamato ogni settimana il Ministero, ottenendo sempre la stessa risposta evasiva. Ma la scorsa settimana sono stato chiamato da alcuni sindaci che avevano avuto una convocazione per la riunione di giovedì scorso per avviare l'iter di un progetto chiamato "Bernaga", a tutti sconosciuto. Dopo un giro di telefonate ho appurato che la Provincia di Lecco non era stata avvisata in quanto avevano un numero di fax errato (!) e il Parco non era stato avvisato perché il nominativo si era cancellato dal computer (!). Sia il Parco che la Provincia (delegata anche da 10 dei 14 comuni convocati) hanno partecipato alla seduta il cui esito è poi rimbalzato su tutti i giornali. In quella sede abbiamo appreso che il Ministero ha accettato la nuova perimetrazione dell'area, ha cambiato il nome del progetto in "Bernaga" ed ha sollecitato la Regione ad avviare una procedura di accompagnamento della società per la Valutazione di Impatto Ambientale regionale per scavare un pozzo di ricerca nel Parco. L'atto del Ministero era ignoto a tutti gli enti ed era invece nelle mani della società privata".

L'attualità

Da lunedì 11 maggio, giorno in cui la notizia è trapelata sulle pagine della stampa locale, il nuovo "caso-petrolio" è deflagrato in tutta la Brianza suscitando un'ondata di indignazione senza precedenti. Abbiamo assistito ad una mobilitazione territoriale che non trova eguali nel passato recente: in 24 ore, istituzioni, forze politiche, associazioni, semplici cittadini, organi di stampa, tutti, indistintamente, hanno creato un movimento di opinione strutturato che già nella serata di ieri, mercoledì 13 maggio 2009, si è ritrovato a Cascina Butto, sede centrale del Parco Regionale di Montevecchia e Valle del Curone, per comprendere meglio quanto successo e quanto invece ci sarà da fare nei prossimi giorni e mesi per osteggiare lo scempio. Pare, per una volta, e meno qualche metabolica strumentalizzazione, che il fattore partitico e l'opportunismo elettorale, siano stati spazzati via dalla gravità della notizia. Del resto, è chiaro anche ai meno accorti e sensibili: ne va della salute e integrità di un'area verde di alto pregio, polmone verde per un territorio già sufficientemente compromesso.
La prossima riunione del comitato sarà martedì 19 maggio, sempre nella sede di Cascina Butto. Nel mentre, ogni informazione connessa al caso è pubblicata dal blog del comitato spontaneo "No al pozzo!" lanciato e ora aggiornato dal vice sindaco di Cernusco Lombardone Giovanni Zardoni, per anni consigliere all'interno del Parco Regionale e fine conoscitore del territorio brianzolo. In arrivo sono anche una petizione cartacea e on-line.

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Cosa potrebbe succedere concretamente?

Tra le tante proiezioni, la più dettagliata emerge dalle parole dell'ingegner Marco Panzeri, sindaco di Rovagnate, paesino di 3000 abitanti che, stando alle ipotesi progettuali, in caso di avvio dei lavori diverrebbe epicentro del disastro ecologico. Panzeri, sulle pagine di Merateonline, racconta cosa potrebbe accadere nel momento in cui il piano di intervento della Po Valley divenisse operativo: "Nello studio di impatto ambientale redatto otto anni fa da ENI - AGIP al quale si opposera Comuni, Consorzio Parco, Regione Lombardia e i Ministeri dell'Ambiente e dei Beni Culturali, si prevedeva la realizzazione di un pozzo pilota e di una postazione per una superficie complessiva di 15.000 mq. L'allestimento avrebbe comportato sbancamenti per livellare il terreno, la realizzazione di un rilevato in materiali inerti e la costruzione di differenti strutture da realizzare nell'ambito del piazzale: una soletta in cemento armato per l'appoggio della torre di perforazione, 4 solette in cemento armato per l'appoggio delle pompe fango e correttivi, 2 bacini in cemento armato per il contenimento dei serbatoi di gasolio e dei fusti di olio lubrificante, 8 strutture per finalità diverse quali l'ammasso di detriti di perforazione o il lagunaggio dei fanghi, dei fluidi esausti e delle acque. Per la perforazione sarebbe stato, invece, utilizzato un impianto a rotazione con torre metallica alta circa 30 metri.
Qualora l'esito del sondaggio fosse stato negativo, il pozzo sarebbe stato chiuso dopo un serie di operazioni, l'impianto di perforazione rimosso e si sarebbe proceduto al "ripristino ambientale" dello stato dei luoghi. Nel caso, invece, di un esito positivo il pozzo sarebbe stato completato, e approntato per la messa in produzione. È bene precisare che l'esito positivo del sondaggio avrebbe comportato la trivellazione di altri pozzi e la costruzione di un oleodotto per trasportare gli idrocarburi estratti alla rete nazionale. Dobbiamo, inoltre, metter in conto i disagi viabilistici e ambientali, la costruzione delle strade di accesso ai siti ritenuti idonei per la trivellazione dei pozzi, la cancellazione dell'economia della zona basata sull'agriturismo e sulla produzione di prodotti agricoli locali. Addio, quindi, al marchio del Parco".

Mantenere la calma e fare rete

Se la visuale proposta da Panzeri (e confermata da più parti) risulta allarmante, giunge dalle istituzioni locali un monito univoco a mantenere la calma e ad organizzare una resistenza tanto formale quanto spontanea per impedire l'arrivo delle trivelle, che questa volta, sembra davvero a un passo. E' ancora l'Assessore provinciale Molgora a parlare a nome di tutte le istituzioni: "Il successo della nostra resistenza sarà determinato da un aspetto sostanziale, la mobilitazione delle istituzioni e dei cittadini, oltre che la capacità di mettere in evidenza il peso di quella rete di attività agricole e ricettive che sono nate proprio grazie all'esistenza del Parco e che rischierebbero di scomparire a causa di un'aggressione come quella che stanno tentando. Gli fa eco Zardoni che proprio in mattinata ribadiva la necessità di unire gli sforzi in un unico comitato spontaneo che integri tutti i positivi e vitali impulsi provenienti dalla società civile e affianchi l'azione istituzionale nel richiedere la sospensione del progetto di Po Valley.

In sintesi

In sintesi, ci troviamo davanti ad un procedimento burocratico che lascia "via-libera" allo scempio programmato di un territorio ritenuto unanimemente strategico, in quanto riserva di biodiversità, di bellezza e di valori storico-antropologici unici per l'intera Brianza. Un provvedimento che non solo è irrispettoso dei fruitori, dei cittadini e degli abitanti, ma anche delle istituzioni ed enti locali competenti (vedi Parco e Provincia di Lecco), i quali nemmeno sono stati informati riguardo l'avanzamento dei lavori.
Ancora una volta, e ormai ogni giorno con meccanica ripetizione, il governo centrale, che nei comizi e negli slogan si fa paladino dell'indipendenza delle realtà locali, di un federalismo di sostanza e della sussidiarietà, in pratica compie scelte in favore del centralismo più sovietico, sopra la testa e in violazione dei diritti dei soggetti che operano sul territorio. Impressionante, nel caso specifico del Parco del Curone, lo stato silente mantenuto dalla segreteria provinciale del PDL, unica a non aver preso chiara e univoca posizione in materia di trivelle. Il rischio finale è che, per una partita dal risultato tutt'altro che certo, si vada a distruggere un patrimonio imprenditoriale (quello delle attività agricole di pregio, dell'agriturismo e della ricettività) costruito lentamente e con impegno, e che si perdano quelle reti locali di qualità che consentirebbero di fare manutenzione del territorio per i prossimi decenni.

 

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Commenti  

 
0 #1 Angelo Oriani 2009-06-17 17:02
Si gente avete capito....dovremmo accoppare pure CHI DA I PERMESSI A QUESTE PERSONE.
Secondo Voi è possibile rilasciare un permesso per privatizzare l estrazione di qualsiasi cosa ci possa essere la sotto???
Sopratutto a stranieri...fossero italiani questi ancora ancora, secondo me qua abbiamo esagerato perche stiamo facendo la fine dell africa : il primo prodotto estratto è il diamante ma estratto da compagnie stranierie che lo portano al loro paese SFRUTTANTO LA GENTE DEL POSTO E PAGANDO I LEADER POLITICI AFFINCHE POSSANO TACIERE
1NA MASSA DI VENDUTI
Citazione
 
 
0 #2 Mattia 2009-07-13 15:08
Non ho parole è scandaloso
Citazione
 
 
0 #3 fabry 2009-07-13 21:50
QUESTO MI SEMBRA TROPPO
Citazione
 
 
0 #4 Marco 2009-07-14 14:44
Una cosa che si può fare sin da subito.
Per raccogliere le firme è sufficiente andare sul sito www.noalpozzo.org e scaricare il modulo da stampare fronte-retro.
Trovate tutte le info su www.noalpozzo.org oppure su www.parchivimercatese.it
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