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L'italiano puzza dalle Alpi

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Una giornata in montagna, capendo che basta varcare la frontiera per riconoscere di essere in un’Italia una libera indipendente e (un po’) repubblicana


Ho visto la puzza sotto il naso dei nordici in una giornata al mare sulla spiaggia del generone barese di Pane e Pomodoro. Lo sguardo divertito e altezzoso di lombardi nell’osservare interi clan balneari in zone non balneabili del litorale di Mergellina. La presa di distanza sabauda dal volgare peperoncino mangiato virilmente a mani nude da ragazzotti desiderosi di fare colpo sulla rena di San Lucido (Cosenza).

Ora, i nordici, i lombardi e i sabaudi vadano a portare la loro prosopopea altrove, sia detto in amicizia e spirito patriottico. Letteralmente appena varcate le Alpi, siamo un unico plotone garibaldino di comportamento, riconoscibile a distanza nella sua classica italianità caciarona, divertente, sudata, con regole da interpretare e non da applicare. Siamo profondamente Italia, una libera indipendente e (un po’) repubblicana. Da Marsala al Bernina, ben oltre la barriera fisico-psicologica del Garigliano: milleduecento chilometri che si appiattiscono e fanno dello stivale una compatta e omogenea tiella da forno.

 

Me ne andavo … “un mattino a spigolare”, avrei voluto scrivere in spirito risorgimentale ma, non essendo un Pisacane meritevole di componimenti poetici ed essendo ben distante dal mare, me ne andavo più banalmente in giro per le Alpi dei Grigioni, a visitare l’Alta Engadina e i luoghi di riposo e ristoro scelti da Nietzsche e Segantini. Tutto bellissimo, per carità: non una carta fuori posto, le montagne scolpite, la neve lassù, il lago preciso preciso dal contorno di cartolina, il cielo nella giusta tonalità. Mi sono ristorato anche io, animo sudicio di italiano frontaliero imbruttito da grida pugliesi, sguardi truci calabresi, guapparìa campana e mai redento dalla permanenza migratoria a Settentrione.

Rientro in territorio italiano dalla Val Bregaglia e mi sento, non so come, più a casa: l’erba cresce disordinata lungo le strade, le cataste di legna non sono più così geometriche e ogni tanto scorgi qualche balconata dal sapore di condono edilizio.

Ed ecco, lì a destra, spuntare delle bellissime cascate quasi sul fronte della statale, di vicina svizzera bellezza. Il cartello dice “Cascate dell’Acqua Fraggia” e le indica come attrattività turistica. Svolto, trovo pure un parcheggio attrezzato (ma perché solo io mostro il tagliando di avvenuto pagamento sul tergiscristallo? Boh), e mi incammino verso la maestosità della natura. Faccio pochi passi e sono raggiunto da ragazzi in boxer e telo mare, arrivano gruppi in motorino e occhiale da sole, tutti verso la cascata: e che sarà mai?

Svoltato l’angolo, oltre la siepe che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” capisco e “per poco il cor non si spaura” (grande Leopardi, italiota di provincia, e chi pensava mai di poterti citare?). Vedo Pane e Pomodoro, Mergellina e San Lucido messe insieme, sodoma e gomorra in mezzo alle “chiare, fresche et dolci acque” (oi Cicciu Petrarca emigrante, ti vasu puru a ttia*) sei chilometri oltre la dogana svizzera, in pura Padania. Un pratone con culi e tette al sole, giovani che rincorrono un pallone dopo aver centrato in pieno volto un sessantenne, gli anziani all’ombra degli alberi e un carnaio sovrappeso di genti che si bagna nel fiume. C’è pure il chioschetto col calciobalilla e la musica a palla che vende i gelati e i panini e col cacchio che ti fa lo scontrino (“prendi pure il gelato, non ti preoccupare”).

Manca però ai miei occhi scafati un qualcosa, un tassello, un particolare ma, sursum corda (santa messa latina, pure italo-clericale sono), ecco anche questo palesarsi: una famigliola ha messo l’anguria a rinfrescarsi in acqua. Sono a casa, ‘ntu culu a Svizzera!

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*Oh Francesco Petrarca, bacio anche te

 

Commenti 

 
0 #1 Carmine Petrungaro 2011-11-10 11:27
Complimenti a Ivan Commisso. Questo si che è spirito italiano "shpiritusu, ma sempre realista" ...bravu, davveru!
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