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Volete una mano o dobbiamo chiamare i pompieri?

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Le parole, si sa, hanno un peso. Ma si tratta di peso specifico e non assoluto e il valore di volume lo dà pure la latitudine.

Milano i primi tempi ti lascia semanticamente spiazzato. Senti non tanto un rosario di parolacce, quanto avverti la totale gratuità delle stesse. Per carità, nessuno proviene da zone in cui fioriscono circoli di accademici della crusca e improvvisamente si trova alle prese con i villici del posto, tutt’altro. Ma la differenza si nota. Cambia la soglia d’uso dei sostantivi.

Ad esempio, se una esponente del sesso femminile si attarda nello scendere dal bus perché il suo trolley si è impigliato tra il seggiolino e la balaustra, senti distintamente l’attempata signora cinque metri dietro gridare risentita: «Cazzo, anche noi dobbiamo scendere dal mezzo!». Oppure è il primo maggio, nessuno ha avvertito i turisti che alle 20:10 tutti i mezzi pubblici si fermano e quindi si forma una grande fila in Piazza Duomo per salire sui pochi taxi disponibili. Bene, nel marasma, un signore catalano vede una signora entrare a tutta velocità in un taxi e le chiede con garbo se sia il suo turno. Risposta dal tono inequivocabilmente astioso e dall’inconfondibile accento: «Non rompa i coglioni, è il mio turno». E che dire dei gruppi di ragazzotti che si incrociano in centro? Li sfiori e spaventoso ti assale nei loro discorsi ridanciani un campionario di luoghi comuni sessuali che ti orripila, esprimendosi con un intercalare del tutto sopra le righe quanto a metafore e figure retoriche assortite. Capita pure che ti immetti calmo, tranquillo e circospetto in tangenziale, rispettando la corsia di accelerazione e le frecce. Ad un certo punto uno ti piomba dietro e ti supera a destra, richiama la tua attenzione e te ne dice di tutti i colori e fa pure gestacci disapprovando, chissà perché, la manovra.

Mah, è tutto così diversamente valutabile. Se a Napoli la signora si inceppa col trolley, intervengono per sfottere, non per ferirti («Signurì, vulite na mane o amma chiamà i pumpieri?» [signorina, volete una mano o dobbiamo chiamare i pompieri?]). Nessuno, dico nessuno, si sarebbe mai sognato di rispondere alla domanda sul rispetto della fila dei taxi in quel modo, ben sapendo di rischiare non solo di prenderle in diretta ma di suscitare la riprovazione generale. E, pur nell’entusiasmo ormonale giovanile, a Sud stai più attento a parlare in certi modi delle tue coetanee e delle loro qualità fisiche perché c’è sempre un fratello, un cugino o uno zio a cui potrebbero riferire e lui ti mostrerebbe la sua virilità a suon di mazzate.

In auto, si sa, meglio star tranquilli. Ricordo in Calabria quanto capitato a degli amici: sorpassarono in maniera azzardata un’auto. L’auto strombazzò e i due amici sul sedile posteriore (erano tutti reduci da una bevuta di troppo in campagna) risposero a gesti scherzando sguaiati ma non in modo volgare. Bene, gli occupanti dell’auto vittima della risposta li inseguirono furiosi fino in centro città e li costrinsero ad accostare. I miei amici erano quattro, le “vittime” due ma enormi. Sarebbe tutto finito con un gioco maschio di sguardi e qualcosa di somigliante lontanamente a delle scuse se non fosse stato per un errore del più ebbro: «E cchì, pari c’amu toccatu a mammata?» [abbiamo forse coinvolto tua madre?]. Calò il silenzio, tutti capirono la gravità di quanto detto, pure il pronunciante quelle incaute parole. Uno dei due omaccioni gli si avvicinò calmo e gli fece: «Quatrarì, i mamme ‘un si toccanu» [ragazzino, le mamme non si toccano], e gli mollò una papagna con la mano a badile che gli lasciò per due giorni un vivo rossore sulla guancia.

Tutta questione di peso, per l’appunto.

 

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