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I socio-antropologi spiegano la distanza fra le persone in ambienti affollati e circoscritti come una difesa del sé.
«Buongiorno» (la mattina in portineria). Niente.
«Buonasera» (la sera in portineria). Silenzio.
«Buongiorno» (per le scale incrociando anima umana). Nessuna risposta.
«Ciao» (nei corridoi). Un singulto di rimando accennato a testa bassa e di fretta.
I socio-antropologi spiegano la distanza fra le persone in ambienti affollati e circoscritti come una difesa del sé. Mi costringi a stare forzatamente (lavoro, viaggio, necessità ) in un luogo e io reagisco con la distanza (i-pod nelle orecchie, testa bassa ficcata in un libro, poca confidenza) se altro non è opportuno nel rapporto con gli “abitanti†del medesimo luogo.
Avrei difficoltà a spiegare a un qualunque uomo di buona volontà della provincia italiana che nella grande città del Nord si può essere educati quanto si vuole ma non è sufficiente per ottenere la doverosa dose minima di cortesia in risposta. Rispondere al saluto è un optional, una gentile concessione, un onore che il prossimo tuo ti fa solo se è di luna particolarmente buona. Magari in risposta ad un “ciao†che non suona impegnativo. Il resto, è do ut des.
Invece, avrebbe detto mio nonno Carmine, cilentano doc, rispondere è un dovere mentre salutare è un piacere. Non si saluta solo quando si ha bisogno di qualcosa, ma sempre. Questo, tra uomini civili. Tra automi, invece, forse si usa diversamente ma preferisco pensare a quei puzzle di carne e ossa ancora come essere umani e non cosi abbrutiti dalla coazione a ripetere della macchina. Quindi pervicacemente insisto. E una volta o l’altra pervicacemente manderò al diavolo quel dirigente scostumato che incontro sistematicamente nel cesso, incrocia lo sguardo col mio, io saluto squillante e quello come se niente fosse torna ad abbassare la testa nel lavandino per controllare scrupolosamente la toeletta delle proprie mani.
Quel signore non ha evidentemente mai incontrato dei vecchietti calabresi seduti su una panchina a godere del riposo e del primo sole di primavera in un parchetto. Il bambino arriva con palla e amichetti e incomincia a giocare sotto lo sguardo della mamma che siede con un’amica dall’altra parte. La palla finisce una, due, tre volte tra le gambe degli anziani. Il bambino corre sempre veloce e mutanghero a riprenderla. Alla quarta volta, alla quarta ripresa del pallone, uno dei vecchietti parla: «Quatrarì, scusa, vena ccà ». Il bambino si avvicina. «Ma l’educazione a canusci?». [Ragazzino, scusa, vieni qui… L’educazione la conosci?]
«P-perché?».
«Un t’annu ‘nsignatu a tia ca si saluta quannu ‘ncuntri atra genti?». [Non ti hanno insegnato che si saluta quando si incontra altra gente]
«Non vi conosco».
«Noni, è a stissa cosa: si salutanu i persone, supattuttu si su cchiù granni i tia. U capisti?». [No no, è la stessa cosa: le persone vanno salutate, soprattutto se sono più grandi di te. Lo capisci?]
Il bambino non risponde e si allontana. La mamma lo richiama. Il bambino corre lì. «Che ti ha detto quel signore?».
«Che non l’ho salutato».
«E tu che hai risposto».
«Che non lo conoscevo e me ne sono andato».
«Vieni con me». La mamma prende suo figlio per mano e lo accompagna alla panchina dei vecchietti: «Mi scuso per mio figlio che non vi ha salutato. Il bambino ha capito l’errore e non accadrà più. Vero, Piergiogio?».
«Sì-i, scusate». E Piergiorgio tutto rosso piagnucola perché, finalmente, ha compreso l’antifona.
I quasi automi che incontro non si chiamano Piergiorgio, non hanno avuto una mamma come lui e ogni tanto fanno i dirigenti. Però, reputandosi colti, potrebbero appellarsi alla socio-antropologia. Segno dei tempi che cambiano?





































































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Commenti
Che la buona educazione abbia smesso di fornirci un codice di significazione comune è un fatto. Che quel codice fosse in sé e per sè positivo, rispettoso e più umano, è cosa di cui pervicacemente dubito. Ma forse leggo anche io troppi antropologi?
Non ho verità da offrire ma solo punti di vista, quindi personali, forse strani.
E' molto interessante la tua osservazione sui "segni" che cambiano insieme o più dei "tempi". Cercherò di essere più attento e migliore osservatore da qui in avanti.
Può sembrare strano, ma neanche io attribuisco alla cosiddetta "buona educazione" un valore "in sè e per sè positivo, rispettoso e più umano" (ad esempio trovo odiosi coloro che usano le cosiddette buona maniere per segnare una distanza di ceto e censo). Infatti ho cercato di sottolineare un passaggio, raccontando l'aneddoto (vero) del bambino: la buona educazione come insegnamento, un testimone passato da una generazione all'altra, a suo modo un legame, una appartenenza (anche civile). In sintesi, come tu giustamente fai notare, un segno. Un segno che cambia.
Grazie.
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