Home Capaci di futuro Strade nuove per il commercio equo e solidale


capaci-di-futuro

Strade nuove per il commercio equo e solidale

20110704-commercio_equo

La Grande Distribuzione è ormai così potente da determinare i prezzi dei prodotti e da incamerare una larga percentuale degli stessi. La Brianza è il territorio europeo a più alta densità di superfici destinate a Centri Commerciali ed anche quello dove il consumo di suolo ha superato il 50%

 

Il Commercio Equo e Solidale (C.E.S.) nasce in Olanda sul finire degli anni '70 e si basa su alcuni semplici presupposti: favorire la nascita di un mercato con regole “eque” anche per le popolazioni situate negli stati più poveri del pianeta, che devono sottostare alle condizioni spesso imposte nelle sedi delle borse mondiali di prodotto, quando non addirittura dalle multinazionali. Oltre a questo, sono da subito evidenti gli intenti di solidarietà nei confronti dei produttori, attraverso forme inedite per l'economia tradizionale, come il pre-finanziamento della produzione e la definizione di un prezzo concordato con grande anticipo. In questo prezzo viene anche calcolato un costo “sociale”, volto a sostenere lo sviluppo di comunità dei produttori (garanzie di frequenza scolastica per i loro figli, di minimi standard sociali e sanitari).

Tutto questo, in Italia si articola in alcune grandi centrali di importazione dei prodotti (la più grande è CTM Altromercato) ed una miriade di Botteghe del Mondo, sparse sul territorio nazionale, con un'organizzazione che, a partire da un volontariato spesso vicino e complementare all'azione ed ai progetti di cooperazione di molte ONG, si articola fino a forme di imprenditoria e cooperazione, ispirate dalla solidarietà.

La Bottega, dunque, a differenza di quasi tutte le altre organizzazioni CES europee che puntano da subito sui canali della grande distribuzione, diventa la forma, lo strumento di presenza e di offerta concreta dei prodotti CES nel territorio.

Il progetto ha molto successo, esaminando la crescita dei dati economici sul piano commerciale, i risultati offerti alle comunità dei produttori ed anche la penetrazione nella consapevolezza dei tanti consumatori critici, il cui numero risulta in costante aumento.

Ad inizio del millennio, alcune grandi organizzazioni del mondo CES, anche in Italia decidono di imboccare la strada della grande distribuzione che a prima vista, sembra offrire grandi vantaggi: contratti certi per forti quantitativi di prodotti, visibilità degli stessi ad un universo di potenziali acquirenti di gran lunga più numeroso dei frequentatori delle Botteghe.

Senonchè..... compaiono le prime crepe nel processo: il fenomeno finisce nel mirino del mercato “ordinario” e della grande distribuzione, come una appetibile nicchia di consumatori, e le stesse centrali – alcune delle quali hanno addirittura la natura di consorzio di botteghe – ne divengono preda, arrivando a fatturare negli ipermercati fino a più della metà dei prodotti da loro distribuiti, facendo salire anche al primo posto per fatturato del loro portafoglio clienti diverse catene distributive (in modo bipartisan e trasversale, con buona pace per tutti i colori e le sfumature politiche!). Molte Botteghe sono costrette a chiudere perchè non possono reggere questo livello di concorrenza. Inoltre alcuni prodotti sono “insostenibili” sul piano ambientale poiché, essendo producibili anche nei paesi dove sono venduti, detengono una “zaino ecologico” pesantissimo, a motivo dei molti chilometri di trasporto che devono compiere (petrolio, energia, inquinamento....). Oggi questi nodi sono venuti o stanno venendo al pettine anche tra i volontari delle Botteghe ed i consumatori critici e vi sono in atto riflessioni e nuove piste di azione.

Quale direzione può dunque prendere il CES per concorrere ad un altro mondo possibile? Certamente il supporto a mercati locali ed endogeni, che puntino alla sussistenza delle comunità locali senza farle dipendere in prevalenza dall'esportazione di prodotti, così come richiesto da anni dal Fondo Monetario Internazionale. La consapevolezza che le Botteghe potrebbero divenire un luogo di visibilità riconoscibile nei territori, non solo per il CES ma per tutta l'Economia Solidale, dunque hanno un valore intrinseco che travalica l'azione commerciale. Una volano produttivo che deponga l'importanza dell'”offerta” per passare al traino della “domanda”, evitando in tal modo inutili sprechi di materie prime di energie e di trasporto, e distribuendo ciò che è richiesto, che “ci serve per vivere”. La necessità per tutti noi di alcuni prodotti imprescindibili per la vita quotidiana (si pensi ad esempio agli indumenti e biancheria di cotone) attorno ai quali si potrebbero immaginare progetti imprenditoriali ed intere filiere produttive, promosse, supportate e garantite dalle centrali e dalle botteghe. Una integrazione territoriale più stretta con gli altri soggetti dell'Economia Solidale, come i GAS, le Cooperative Sociali, i produttori locali, nella rete dei Distretti di Economia Solidale.

Un ultimo aspetto, non secondario, è porsi la domanda “quale modello di consumo si vuole promuovere”?

La Grande Distribuzione è ormai così potente (la Brianza è il territorio europeo a più alta densità di superfici destinate a Centri Commerciali ed anche quello dove il consumo di suolo ha superato il 50%) da determinare i prezzi dei prodotti e da incamerare una larga percentuale degli stessi. Lo studio dei nostri consumi attraverso le tessere di fidelizzazione le permette di innalzare o distruggere i produttori, non in base alla qualità della produzione ma solo al successo registrato allo scaffale o alle decisioni strategiche di spinta pubblicitaria del momento, o..... Anche alcuni dei produttori italiani biologici, vicini al circuito dei GAS, hanno pagato pesantemente questo prezzo, rimanendo abbandonati a loro stessi dalla Grande Distribuzione dall'oggi al domani. E' questo il modello di consumo che ci piace?

 

Sergio Venezia - s.venezia@brianzaest.it

Comments:

Commenti 

 
0 #1 Ivan 2011-07-12 10:28
Dissento su alcune affermazioni dell'articolo.
In particolare queste:
1 - «La Grande Distribuzione è ormai così potente [...] da determinare i prezzi dei prodotti e da incamerare una larga percentuale degli stessi». Mica vero. Il margine lordo medio delle grandi catene di distribuzione non va oltre il 20-22%, con un margine netto che si colloca intorno al 3%. La grande distribuzione è uno dei pochi settori in cui la concorrenza funziona (concorrenza sulla vendita al dettaglio; altro ci sarebbe da dire sulla concorrenza in fase di acquisto B2B): le insegne lavorano letteralmente sul filo del rasoio. E' questo il motivo per cui se un prodotto non tira lo eliminano immediatamente: diventa una perdita secca in nanosecondi, non ci sono margini di ammortizzamento .

2 - «Lo studio dei nostri consumi attraverso le tessere di fidelizzazione le permette di innalzare o distruggere i produttori, non in base alla qualità della produzione ma solo al successo registrato allo scaffale o alle decisioni strategiche di spinta pubblicitaria del momento». Già risposto in parte in precedenza. Mi soffermo sulla prima frase: sebbene se ne riempiano la bocca, il database marketing della grande distribuzione italiana è pressochè pari a zero. Le tessere di fidelizzazione sono banalmente utilizzate solo per fidelizzare e favorire il sell-out di alcuni prodotti. Stop: niente analisi incrociate, che mi risulti (non ci investono una lira).

Sul resto dell'approccio proposto sono in parte d'accordo. Ma, anceh qui: sono scelte. Lo sai che il vendere alla grande catena significa poter potenzialmente raggiungere numeri e persone prima sconosciuti. Ma sai pure che se concentri la vendita rimani spiazzato da scelte che ti escludono. Agli uomini la saggezza di scegliere il modello giusto.
Citazione
 
 
0 #2 Giorgio 2011-07-13 01:20
Ivan, io penso che i problemi che la grande distribuzione provoca siano relativi sia alla desertificazion e commerciale delle città (scomparsa dei negozi di vicinato e dei relativi addetti), sia al grande impatto ambientale dei grandi centri (iper). Che poi il margine di profitto medio sia del 20% non è sufficiente a far capire quali siano in valori assoluti in gioco (euro). Una concentrazione così forte in poche mani del settore del commercio, a lungo andare, può provocare solo danni nonché la tendenziale eliminazione della libera concorrenza. Pare di leggere le previsioni fatte da alcuni autori classici (Lenin e Marx) agli inizi del XX secolo, se non prima. Pur non considerando l'aspetto economico (concentrazione monopolistica) e sociale (es. perdita di decine di migliaia di posti di lavoro), fenomeni assai gravi, resta pur sempre quello ambientale, in tutti i suoi aspetti, locali e non (prodotti a km 1.000 e relativi trasporti).
Citazione
 
 
0 #3 Il precisino 2011-07-13 10:44
Marx è morto nel 1883. Nel XX secolo non prevedeva molto.
Citazione
 
 
0 #4 Ivan 2011-07-13 12:49
nel mio commento mi sono soffermato su alcuni affermazioni contenute nell'articolo. Non era mia intenzione dilungarmi in considerazioni sul costo ambientale e sociale della grande distribuzione, che mi trovano in buona parte d'accordo. Dissento però su un aspetto di fondo, anch'esso a tema sociale: sono meglio gli impiegati a nero di una piccola superficie o quelli con regolare busta paga della grande distribuzione? Chi è più sfruttato? Altro aspetto: atteso che i costi sociali e ambientali non possono (purtroppo) essere caricati in scontrino, se brutalmente un cittadino qualunque preferisce la convenienza della grande distribuzione (piaccia o no, si risparmia) rispetto al negozio di prossimità, gli vogliamo dire che è brutto e farabutto? Penso di no.
Citazione
 
 
0 #5 paolo pastore 2011-08-01 17:09
BUONgiorno, scusate se mi intrometto, ma se le insegne della distribuzione pagano un prezzo equo, garantiscono degli standards certi e continui ai produttori e lavoratori nei sud del mondo perchè non è possible.
Il commercio equo deve diventare più popolare e diffuso e questo è uno strumento.
Concordo sul fatto che la distribuzione introduce dei meccanismi a volte distorti, ma per quanto riguarda il FT proprio noi come marchio garanzia e certificazione controlliamo il rispetto dei diritti e dell' equità.
Citazione
 
 
0 #6 ivan 2011-08-03 14:45
Benvenuto Paolo. Grazie per il tuo intervento.
La penso come te dal punto di vista distributivo: il canale è per definizione un mezzo, mentre la differenza la fa la strategia commerciale. Insomma, se il commercio equo e solidale si impone pure sugli scaffali della GDO che male c'è? Per me, nessuno.
Basta avere la prudenza di non fare di un canale di sbocco il solo canale di sbocco.
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

 

Segnala questa pagina



Scrivere in Brianza. Tutte le interviste

Ultimi articoli

News image

Adesso Monza ha un (vero) sindaco

Le elezioni comunali restituiscono a Monza un volto civile, un profilo ambizioso e serio, rappresentato da Roberto Sca...

News image

Distributore nel Parco di Monza: una storia di ordinaria arroganza nazionale

   La vicenda del distributore di carburanti “a basso impatto ambientale” nel parco Reale di Monza è esemplar...

News image

La crisi produttiva in Brianza: intervista al segretario Cgil di Monza e Brianza Maurizio Laini

Video-intervista sui temi della crisi e sulle prospettive future del lavoro in Brianza

News image

Monza, venti anni fa

Anche Monza ha il suo ventennale. Ventennale di che cosa? Ma di Tangentopoli. E aggiungiamo che quella monzese fu una ...

I lettori commentano

I feed di Vorrei

Ambiente
Comunicati stampa
Copertina
Culture
Il blog
Lavori
Le ultime
Persone
Tutti

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti

Anteprime, aggiornamenti e segnalazioni gratis nella tua email. Iscrivendoti accetti le nostre norme e dichiari di aver letto le condizioni di utilizzo e trattamento dei tuoi dati.
Privacy e Termini d'uso