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Che roba è?

Il progetto La rivista che vorrei è nato alla fine del 2007 da un appello fatto circolare su internet in cui si chiedeva se l'informazione disponibile nei dintorni di Monza era ritenuta sufficiente e soddisfacente o meno. La nascita della rivista, pochi mesi dopo, è abbastanza chiara come risposta?

Una rivista?

Abbiamo scelto la forma rivista perché pensiamo che di cronaca, di notizie, brevi, lanci, agenzie, news, flash, fuzz e buzz ce ne siano - buoni o cattivi - fin troppi. Quello che accade, più o meno, lo sappiamo già. Vorremmo provare a capire perché accade. Usando le parole, i suoni, le immagini e quelle nuovissime tecnologie chiamate curiosità e intelligenza.

Di che stanno parlando?

Messa da parte la cronaca, la nostra attenzione - e quella di chi ci segue - vogliamo dedicarla al territorio, alla cultura, ai rapporti fra le persone e a quanto le persone fanno. O non fanno. Vorremmo tanto riuscire a ridare senso a parole come ambiente, politica, confronto, cultura, contribuendo a grattare via le incrostazioni che ne hanno rovinato la natura originaria, riducendole a slogan, formulette; buone per tutto e per niente.

Dove?

Abbiamo un luogo fisico di nascita, Monza e la Brianza, ma ne abbiamo un altro di riferimento - meno tangibile ma altrettanto concreto - che è quello del confronto. Vogliamo riflettere su quello che accade, vicino o lontano che sia. Per questo motivo abbiamo chiesto di partecipare anche a chi in Brianza non ha mai messo piede. A volte occorre fare molta strada per vedere meglio dove siamo.

Chissà chi ci sta dietro.

La rivista che vorrei ha un motore semplice e democratico sotto il cofano: i redattori e collaboratori sono editori di se stessi. Non devono rispondere ad una società o a chicchessia. La linea editoriale è definita "dal basso", dall'assemblea dell'associazione culturale "Vorrei", proprietaria della testata, che elegge anche il Comitato di redazione e il direttore.

Ma con chi ce l'hanno?

Fra il parlare a chi già è d'accordo con noi e il parlare a chi se ne frega di quel che diciamo, proviamo a cercare un'altra strada. Ragionare con tranquillità, ironia, spirito laico. Questo vogliamo tentare. Chiediamo semplicemente attenzione, bene prezioso in cambio del quale offriamo impegno, voglia di capire, di cercare. Età, stipendio e orientamento politico dei possibili lettori non li stabiliamo a priori. Sappiamo solo che li vorremmo simpatici, intelligenti ed educati.

Sì, ma a quale mulino porta l'acqua?

Per statuto La rivista che vorrei non vuole e non può legarsi ad un partito. Ciò non significa rinunciare ad una propria posizione o ad un proprio punto di vista. Anzi. Proprio per non "subire" posizioni e imposizioni, dichiara da subito che quando ci sarà da schierarsi troverà al proprio interno tutto il coraggio necessario per esprimersi e confrontarsi. La foglia di fico dell'equidistanza e di un'ipocrita obiettività non è nel nostro guardaroba, abbiamo delle idee e vogliamo confrontarci, per capire e dare il nostro contributo alla discussione. Siamo pronti ad ascoltare ma non abbiamo nessuna voglia di fare da pedana a nessuno, men che meno da zerbino.

I soldi del KGB.

La rivista che vorrei è un progetto no-profit. Talmente no-profit che chi ci scrive, fotografa, disegna, filma o collabora in qualsiasi modo, non solo non ci guadagna ma addirittura ci mette di tasca propria, per pagare i bolli e le tasse che anche una semplice associazione culturale deve sostenere per esistere. Contributi, donazioni e sponsorizzazioni sono benvenute, ma per statuto non possono arrivare da chi opera in palese contrasto con i principi e i valori a cui La rivista che vorrei si ispira e fa riferimento. » Qui è disponibile la versione integrale dello statuto.

Il solito circolino autoreferenziale.

Il progetto è nato aperto: in poco tempo si sono avvicinate anche persone che mai si erano incontrate prima nella loro vita, non solo amici e parenti. E così vuole restare. Chi ha voglia di partecipare è benvenuto, le porte sono aperte. Per entrare come per uscire.



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