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La rivista che Vorrei
Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Monza, n. 1927 del 24/9/2008
Direttore: Antonio Cornacchia
Vicedirettori: Claudio Ferrara e Antonio Piemontese
Comitato direttivo: Antonio Cornacchia (Presidente), Giorgio Majoli, Manuela Montalbano, Antonio Piemontese, Pino Timpani (Consiglieri).
Editore: Associazione culturale Vorrei - Monza
Codice Fiscale e Partita IVA 94612100159
Soci dell'associazione culturale:
Marta Abbà , Romano Bonifacci, Simone Camassa, Pasquale Cicchetti, Sergio Civati, Ivan Commisso, Antonio Cornacchia, Ilaria Dambrosio, Claudio Ferrara, Greta Gandini, Antonio Grazioli, Giorgio Majoli, Manuela Montalbano, Rosario Montalbano, Carlo Motta, Gimmi Perego, Antonio Piemontese, Francesca Pontiggia, Paola Rizzi, Alfio Sironi, Pino Timpani, Cinzia Zanetti.
Contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
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Tutti i materiali presenti in questo sito sono protetti da diritto d'autore,
è vietata qualsiasi riproduzione totale o parziale
senza l'autorizzazione formale dell'editore e degli autori.
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Credits
Progetto editoriale, art direction e realizzazione del sito web
Antonio Cornacchia
Redazione e cura dei contenuti
Redazione di Vorrei
Piattaforma tecnologica
Joomla
Hosting
Toscomedia di Nuti Paolo
Via Garibaldi 135 55049 Viareggio (Lucca)
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La realizzazione di Vorrei è frutto esclusivo del lavoro volontario dei collaboratori.
Questa rivista non beneficia di nessun contributo da enti pubblici o privati.
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La rivista che Vorrei in pillole
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Che roba è?
Il progetto La rivista che vorrei è nato alla fine del 2007 da un appello fatto circolare su internet (qui il blog) in cui si chiedeva se l'informazione disponibile nei dintorni di Monza era ritenuta sufficiente e soddisfacente o meno. La nascita della rivista, pochi mesi dopo, è abbastanza chiara come risposta?
Una rivista?
Abbiamo scelto la forma rivista perché pensiamo che di cronaca, di notizie, brevi, lanci, agenzie, news, flash, fuzz e buzz ce ne siano - buoni o cattivi - fin troppi. Quello che accade, più o meno, lo sappiamo già . Vorremmo provare a capire perché accade. Usando le parole, i suoni, le immagini e quelle nuovissime tecnologie chiamate curiosità e intelligenza.
Di che stanno parlando?
Messa da parte la cronaca, la nostra attenzione - e quella di chi ci segue - vogliamo dedicarla al territorio, alla cultura, ai rapporti fra le persone e a quanto le persone fanno. O non fanno. Vorremmo tanto riuscire a ridare senso a parole come ambiente, politica, confronto, cultura, contribuendo a grattare via le incrostazioni che ne hanno rovinato la natura originaria, riducendole a slogan, formulette; buone per tutto e per niente.
Dove?
Abbiamo un luogo fisico di nascita, Monza e la Brianza, ma ne abbiamo un altro di riferimento - meno tangibile ma altrettanto concreto - che è quello del confronto. Vogliamo riflettere su quello che accade, vicino o lontano che sia. Per questo motivo abbiamo chiesto di partecipare anche a chi in Brianza non ha mai messo piede. A volte occorre fare molta strada per vedere meglio dove siamo.
Chissà chi ci sta dietro.
La rivista che vorrei ha un motore semplice e democratico sotto il cofano: i redattori e collaboratori sono editori di se stessi. Non devono rispondere ad una società o a chicchessia. La linea editoriale è definita "dal basso", dall'assemblea dell'associazione culturale "Vorrei", proprietaria della testata, che elegge anche il Comitato di redazione e il direttore.
Ma con chi ce l'hanno?
Fra il parlare a chi già è d'accordo con noi e il parlare a chi se ne frega di quel che diciamo, proviamo a cercare un'altra strada. Ragionare con tranquillità , ironia, spirito laico. Questo vogliamo tentare. Chiediamo semplicemente attenzione, bene prezioso in cambio del quale offriamo impegno, voglia di capire, di cercare. Età , stipendio e orientamento politico dei possibili lettori non li stabiliamo a priori. Sappiamo solo che li vorremmo simpatici, intelligenti ed educati.
Sì, ma a quale mulino porta l'acqua?
Per statuto La rivista che vorrei non vuole e non può legarsi ad un partito. Ciò non significa rinunciare ad una propria posizione o ad un proprio punto di vista. Anzi. Proprio per non "subire" posizioni e imposizioni, dichiara da subito che quando ci sarà da schierarsi troverà al proprio interno tutto il coraggio necessario per esprimersi e confrontarsi. La foglia di fico dell'equidistanza e di un'ipocrita obiettività non è nel nostro guardaroba, abbiamo delle idee e vogliamo confrontarci, per capire e dare il nostro contributo alla discussione. Siamo pronti ad ascoltare ma non abbiamo nessuna voglia di fare da pedana a nessuno, men che meno da zerbino.
I soldi del KGB.
La rivista che vorrei è un progetto no-profit. Talmente no-profit che chi ci scrive, fotografa, disegna, filma o collabora in qualsiasi modo, non solo non ci guadagna ma addirittura ci mette di tasca propria, per pagare i bolli e le tasse che anche una semplice associazione culturale deve sostenere per esistere. Contributi, donazioni e sponsorizzazioni sono benvenute, ma per statuto non possono arrivare da chi opera in palese contrasto con i principi e i valori a cui La rivista che vorrei si ispira e fa riferimento. » Qui è disponibile la versione integrale dello statuto.
Il solito circolino autoreferenziale.
Il progetto è nato aperto: in poco tempo si sono avvicinate anche persone che mai si erano incontrate prima nella loro vita, non solo amici e parenti. E così vuole restare. Chi ha voglia di partecipare è benvenuto, le porte sono aperte. Per entrare come per uscire.




































































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