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Un festival alla seconda

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Appunti da un festival sui festival: i premi, l'Osservatorio e i ricavi alternativi

 

Un tempo si chiamavano manifestazioni. Ora sono un format camaleontico, una parola magica capace di spostare consensi, idee, quattrini, personalità e ore di sonno. Sono i (nuovi) festival culturali. Questa rivista – nel suo piccolo – porta avanti da tempi non sospetti un percorso di riflessione sull’opportunità su un evento del genere anche nel nostro territorio. Ultima tappa, la Beta Night del 15 ottobre, da cui è scaturita la mezza idea di un Folk Festival monzese. Siamo pur sempre celti, dopo tutto.

E perciò – dopo l’esempio riuscito del Biografilm bolognese di qualche mese fa – pare giusto tornare a rendere conto dell’interessante attività de The Culture Business. Vera e proprio istituzione emergente del settore, attiva all’ombra della Garisenda ma anche a Milano, Venezia e Torino, la società offre servizi e competenze a chi voglia cimentarsi nel campo dell’organizzazione festivaliera (e non solo). In particolare, attraverso la sezione Fanatic about Festivals, il general manager Andrea Romeo ha da poco condotto in porto l’edizione 2009 di Festival of Festivals. Il salto di grado nel pensiero del festival, verrebbe da dire.

Nel suggestivo scenario bolognese di Palazzo Re Enzo, la manifestazione appena conclusa (5-8 novembre) si è proposta e si propone in effetti come una sorta di meta-festival, in cui gli operatori del settore e il pubblico si incontrano per discutere e riflettere sulle modalità con cui questi eventi vengono realizzati e gestiti, senza rinunciare del tutto alla componente festivaliera. La lineup della manifestazione ha perciò alternato i dibattiti da convegno a workshops partecipativi di approfondimento, spettacoli di intrattenimento, e perfino un concorso a premi, riservato – ovviamente – ad altre manifestazioni. Sfogliando l'elenco dei vincitori scopriamo così che, nel 2009, il Molise è la regione che ha investito di più in eventi culturali, mentre Il Milione – Festival di Viaggio è la manifestazione (veneziana) che più si è distinta per innovatività di linguaggi e organizzazione. C’è poi il Blog Fest, a cui va il riconoscimento per la migliore promozione via web (e un po’ ce lo potevamo aspettare, insomma). Ma queste sono solo alcune: ce n’è per almeno una decina di categorie. Forse troppe?

Forse. Ma il proliferare di questi premi rende conto dell’effettiva attenzione del FoF a tutti gli aspetti implicati dalla pratica del fare festival. Un vero e proprio sapere complesso, a cui ormai è tempo di dare una teoria, o almeno una politica. E’ in questa prospettiva che da quest’anno i promotori hanno istituito anche un «Osservatorio sugli Eventi Culturali e Festival», della cui attività cercheremo di tenere traccia in futuro. Interessante è anche la promozione attiva dei «Patrocini», attraverso cui manifestazioni sostengono (e in qualche modo etichettano) eventi minori, esterni alla loro durata istituzionale. Qualcosa di simile a quanto è emerso nel secondo panel dedicato alla sostenibilità finanziaria dei festival. Oltre all’abbattimento dei costi attraverso tecniche migliori di gestione del bilancio, è emersa infatti una seconda possibilità, rappresentata dall'opportunità di «individuare nuove forme di ricavi, svincolate dalla durata dell’evento live, ma derivanti da una concezione dei festival come editori/media company».

Che dire, riportiamo e prendiamo atto. Va detto però che tutto questo sfoggio di sapere manageriale lascia in bocca un sapore strano. Sarà che ormai anche i grandi colossi come Venezia si reggono solo grazie al contributo di decine e decine di giovani volontari, i quali – intendiamoci – non prestano la loro opera per amor di cultura, ma nella speranza (il più delle volte vana) di poter prima o poi entrare nell’aureo mondo dell’organizzazione culturale. O sarà che in fin dei conti, per organizzare la cultura (e ottimizzare i costi), si dovrebbe prima lasciare che questa viva e si sviluppi in pace, servendo a quello che serve da sempre: capire noi stessi e il mondo, immaginare futuri e raccontare storie. Senza cartella stampa, magari.

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