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I tre giorni del blues

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Resoconto del Brianza Blues Festival. Pochi spettatori ma la speranza di una edizione 2011. Extra: video

 

Foto di Francesca Pontiggia e Paola Rizzi

 

Il grande blues è passato da Monza. Non se ne sono accorti così in tanti, forse per i prezzi troppo alti o forse per semplice disinteresse, ma le tre serate in Villa Reale hanno portato artisti di livello eccezionale nel capoluogo brianzolo, tutti o quasi nel nome della musica del diavolo.

La prima serata, venerdì 16, si è concentrata su gruppi “di casa nostra”, a partire dai Distretto 51, la band in cui milita part-time il ministro Maroni (in questa occasione non presente), che hanno inanellato una serie di standard a cavallo tra soul e blues, mettendoci tutta la passione che li contraddistingue da quasi trent’anni.

Chi ha ancor più passione e lo dimostra ogni volta è Fabio Treves, il Puma di Lambrate, la leggenda italiana del blues. Da ogni sua interpretazione al festival monzese è emerso il suo amore incondizionato per il genere musicale e per i suoi interpreti storici (da Muddy Waters a Robert Johnson), omaggiati ed esaltati con canzoni eseguite magistralmente, con assoli di armonica sempre capaci di coniugare tecnica ed emozione.

A chiudere la serata è stato Davide Van De Sfroos, a dir la verità non in versione poi così blues. Qualche anno fa, durante il tour con Sugar Blue e Jaime Scott Dolce, sarebbe stato sicuramente più a suo agio in una rassegna come quella monzese; in questa occasione ha sfoderato invece un live normale (quindi tra cantautorato e folk), comunque di ottima fattura, ma non particolarmente adatto ad un blues festival, se non in qualche canzone, come “L’Alain Delon De Lenn”. Il pubblico, composto in gran parte da fedelissimi del cantautore lariano, ha comunque gradito molto la performance, assiepandosi sotto il palco in gran numero.

 

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La seconda giornata, quella di sabato 17, è stata anche la migliore dal punto di vista qualitativo. Dopo l’antipasto a base di ottimo blues elettrico con qualche divagazione southern rock, tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan, servito dalla Matt O’Ree Band, la serata ha contato su ben due piatti forti, due pezzi di storia della musica (e del cinema): la Blues Brothers Band e Solomon Burke.

I primi hanno subito vari cambiamenti di formazione nei 30 anni della loro vita, ma hanno mantenuto intatto lo spirito e la missione (per conto di Dio) che li anima, cioè la voglia di far divertire il pubblico suonando brani diventati ormai immortali. A Monza sono perfettamente riusciti nell’intento, con uno spettacolo durato poco più di un’ora e che ha avuto il suo culmine, come era lecito aspettarsi, con “Everybody Needs Somebody (To Love)” e con “Soul Man”, che è un inno per tutti gli appassionati di rhythm and blues e soul, la descrizione di uno stile di vita, oltre che di una passione musicale.

Solomon Burke è invece nel mondo musicale da più di 50 anni (prime incisioni nel 1955) e, come la Blues Brothers Band, ha mantenuto lo stesso entusiasmo degli inizi, lo stesso fuoco che spinge a cantare e a trasmettere emozioni, superando problemi e difficoltà. A Monza si è presentato sul palco circondato da una vera e propria big band, con coriste, archi e fiati, per un concerto che è stato una specie di Bignami del soul, attraverso le sue canzoni e quelle degli altri grandi della musica nera. Tra le prime quelle che più hanno entusiasmato il pubblico, spingendolo a superare le barriere (su istigazione di Rob Paparozzi, il cantante della BBB) e ad avvicinarsi a Solomon, sono state “Cry To Me”, famosa per essere nella colonna sonora di “Dirty Dancing”, e “Got To Get You Off My Mind”; tra le seconde hanno spiccato “Proud Mary”, “A Change Is Gonna Come”, col suo messaggio ancora attuale, e una bellissima versione di “What A Wonderful World”, posta in chiusura tra rose e sorrisi per tutti.

 

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La terza e ultima serata è stata invece dedicata all’Experience Hendrix Tour, organizzato per ricordare il quarantennale della scomparsa del mitico chitarrista. La celebrazione è però riuscita solo in parte, a causa dell’assenza della band di Billy Cox, bloccata in qualche aeroporto europeo per colpa di un volo cancellato. Il programma della serata ha quindi subito delle modifiche, con lo spostamento sul palco principale dello spettacolo di Ezio Guaitamacchi sui “Delitti Rock”, che in realtà delitti non sono (a parte qualche dubbio su Brian Jones), seguito poi dai due concerti di Sonny Landreth e Mick Taylor.

Sonny Landreth è probabilmente il miglior chitarrista slide oggi al mondo e lo ha dimostrato senza appelli al Brianza Blues Festival, sfoggiando per tutto il suo concerto capacità tecniche veramente incredibili, aiutato in questo da una sezione ritmica che non ha sbagliato un colpo. Un ottimo concerto dunque il suo, impreziosito dal duetto finale con Uli Jon Roth, l’ex chitarrista degli Scorpions, di cui parleremo tra poco più diffusamente.

 

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Mick Taylor, dal 1969 al 1975 nei Rolling Stones, è oggi un signore di una certa età, sicuramente bravissimo con la chitarra, ma caratterizzato da un eccessivo aplomb inglese, che in un tributo a Hendrix non è esattamente la dote richiesta. Di conseguenza il suo concerto è scivolato via senza particolari sussulti, tra lunghe ballate blues sicuramente ben eseguite, ma prive del fuoco hendrixiano che tutti si aspettavano. Questo fino a quando sul palco è tornato Uli Jon Roth. Per il chitarrista tedesco gli anni ’70 non sono mai finiti, sia nel look sia nell’impeto musicale. I suoi assoli su “All Along The Watchtower” sono riusciti a ravvivare la serata e a dare al pubblico, purtroppo ben poco numeroso, un finale di festival da ricordare. Nella speranza di vedere anche un’edizione 2011.

 

Qui la fotogallery

 

Il video di Ilaria Dambrosio

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Tags: Brianza Blues Festival | Fabio Treves | The Blues Brothers

 


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