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Gramsci, quello del quotidiano Stampa E-mail
Di Roberto Rampi   
Venerdì 19 Settembre 2008

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La figura di Antonio Gramsci rappresenta una delle più singolari operazioni di rimozione collettiva secondo i termini che la psicanalisi attribuisce a questo concetto. Gramsci e la concezione dell’egemonia culturale hanno caratterizzato in maniera significativa la storia italiana. Sono stati alla base di quel peculiare rapporto tra la sinistra politica e il mondo intellettuale e dell'arte che è stato così caratteristico nel nostro Paese. Scrittori, cineasti, uomini di teatro, attori, poeti: il vasto campo della cultura italiana legata in maniera sempre dialettica con la cultura progressista ha rappresentato l'incarnazione di quella strategia politica su cui Gramsci aveva tanto riflettuto negli anni della prigionia. Questo processo ha portato alla nascita di alcuni grandi patrimoni culturali del Paese che hanno rappresentato fenomeni di portata mondiale, si citino solo come esempio la straordinaria avventura del Piccolo Teatro di Milano o il fenomeno del Neorealismo nel cinema. Ne costituisce un esempio principe la riflessione sul ruolo della cultura popolare, la rivalutazione in qualità di critico teatrale di Pirandello e della sua capacità di parlare, con il suo teatro, alle persone in modo più diretto ed efficace del teatro del tempo. Uno strano destino ha condizionato per tre volte la relazione di Gramsci con gli altro, con il suo Paese, con il popolo. Così straordinariamente vocato all'impegno civile egli stesso più volte ricorda però nelle lettere come la sua educazione e la sua malattia, le sue difficoltà fisiche, lo avessero reso introverso e avessero reso difficile la sua relazione con gli altri. Gramsci stenta nella fase della sua formazione ad entrare in relazione diretta. Sembra riuscirci in quel magico 1924, in cui nasce il suo primo figlio e inizia il suo impegno in Parlamento. Segretario del PCd'I diventa una figura di riferimento per le masse. Ma è il carcere a costruire di nuovo la distanza, un terribile universo di non detti, di censure e autocensure, con il partito, con la famiglia, con gli amici più cari. Un bisogno di comunicare e di scrivere, un bisogno di risposte e l'impossibilità di costruire un rapporto lineare. Ancora molto bisognerebbe scrivere su quella drammatica dimensione psicologica del padre, dello sposo, dell'attivista recluso. E poi, dopo la morte, dopo la guerra, diventato simbolo universale di nuovo la distanza: un volto, forse tra i più noti, quasi un'unica fotografia, un'unica immagine per i posteri, un nome quasi universalmente conosciuto e dietro nulla. Dietro quel nome e quell'immagine è sempre più difficile trovare chi associ un periodo, una professione, un ruolo e soprattutto le idee: un'icona pura a simboleggiare una mente che ha scritto alcune delle riflessioni più attuali sulla odierna società della comunicazione, sui linguaggi, sul senso comune, sul bisogno di tradurre linguaggi tecnici in linguaggi popolari, sulla teoria del consenso, sulla costruzione dell'immaginario di una classe, si un popolo, di un intero Paese. è l'immaginario che genera il futuro, Gramsci, ci sembra, più che studiato va fatto rivivere. Proprio l'arte a cui così tanto la sua riflessione teorica aveva dato, gli può dare nuova vita e nel teatro diventa quotidiano, odierno, comprensibile.


L'arte non ha davvero nulla a che fare con la conoscenza? Non c'è nell'esperienza dell'arte una rivendicazione di verità, diversa certo da quella della scienza, ma altrettanto certamente non subordinabile ad essa?
(H. G. Gadamer, Verità e metodo, trad. it. G. Vattimo)

Roberto Rampi è vicesindaco di Vimercate, qui il suo blog



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