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Un mondo bianco e scurissimo

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Il lavoro in sottrazione di Antonello Cassinotti per un teatro/audiodramma immaginando Beckett al buio

C'è

 un brano in “Il quadro che mi manca” (Garzanti 1986) in cui Giorgio Soavi racconta l'incontro fra due dei più grandi artisti del Novecento, Samuel Beckett e Alberto Giacometti. Un incontro già di per sé teatrale, per i volti scavati da profondissime rughe di tutti e due e per la comune indole a "sottrarre". Nella pagina di Soavi viene ricordata la sera in cui, durante l'allestimento di "Aspettando Godot" curato scenograficamente dallo scultore svizzero, le foglie e i rami dell'albero innalzato sulla scena vennero strappati via uno a uno - sottraendo, appunto - fino ad arrivare alla scheletrica essenzialità che è poi diventata il marchio di quella pièce.

 

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Samuel Beckett e Alberto Giacometti

 

Togliere, asciugare, pulire la scena, le parole, i gesti. Un lungo percorso verso l'essenzialità e il senso che probabilmente non è mai giunto ad un punto di arrivo, ultimo e definitivo. Un percorso tante volte interrotto nel cammino dell'arte dalle distrazioni spettacolarizzanti così come - e sempre più spesso nei tempi recenti - dalla stessa manzanza di senso. Quanto di quello che vediamo a cinema, in tv, sui giornali, sui muri è vuota rappresentazione del nulla? quanto dell'invadente accumulo di immagini e parole e suoni è vana e vanitosa rappresentazione di se stesso e null'altro?

Come bambini poco educati, elettrizzati dalla caciara in cui ci svegliamo ogni mattina, ci illudiamo di poter affermare la nostra parte aggiungendo le nostre parole, la nostra voce, le nostre immagini all'inondazione di segni in cui ci dimeniamo. Sabbie mobili in cui più cresce la nostra ansia di rimanere con la testa in vista, più si spegne la speranza di riuscirci. Ecco allora che incontrare l'opposto diventa salvifico. Ma prima ancora disturbante. Abituati a masticare - con bocca, occhi, orecchie - i nostri 3 quintali di sterco al dì, ci incazziamo se qualcuno ci lascia uscire da una mostra, da una pagina, da una sala senza farci portar via la nostra razione di escrementi.

 

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Antonello Cassinotti fotografato da Valeria Codara

 

L'essenziale non ci appartiene più, il senso ancora meno. Ecco perché "Mondo bianco", il dramma teatrale e audio che Antonello Cassinotti ha presentato lo scorso weekend nel "suo" Teatro Oreno per DelleAli è così estraneo alle nostre quotidiane bulimie.

La rarefazione della scena, il rimecolamento cronologico, la sottrazione di tutti gli elementi decorativi e spettacolari sono una mora selvatica in un fast-food. Un corpo estraneo che abbiamo paura di portare alla bocca. Dove sono i nostri grassi? i fritti bisunti? le salse sintetiche?
Non ci sono. Cassinotti - come Giacometti e Beckett che staccavano rami e foglie dall'albero scheletrico - ha tolto prima l'appoggio della trama, poi l'azione e la reazione e poi ancora ci ha privati della consolazione di essere - almeno! - spettatori. Ci ha lasciato nella solitudine delle parole e dei suoni e dei rumori che si ripetono nel buio assoluto. Sembra un invito: non cercate nella narrazione altrui il senso delle vostre attese, non fatevi abbagliare dai colori e dalle luci.

 

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Antonello Cassinotti fotografato da Valeria Codara

 

Al buio, possiamo cercare la mora selvatica e, col respiro profondo, possiamo finalmente smettere di ingoiare come chiaviche ma provare ad assaporare il sapere (sì il sapere) che poggiamo sulla lingua, che trafigge le nostre pupille, che abbraccia le nostre anime.

"Mondo bianco" è una sottrazione. Toglie invece che aggiungere. Probabilmente è la forma di dono più salvifica che oggi possiamo augurarci.

 

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