non-profit

La rivista che vorrei

Registrazione Tribunale di Monza n. 1927 del 24/9/2008 N° ROC 17857 ISSN 2283-3269 Colophon completo

A Vorrei tifiamo per la pace. Vorrei per una Europa dei popoli, non delle banche.

Un Altro Natale a Casatenovo

Persone ~ Valentina Selini

Un Altro Natale a Casatenovo

 Domenica 21 dicembre una giornata curata da Angologiro e Maltrensema per l'integrazione e contro il razzismo

Il Design Museum nella Villa Reale e il futuro del Parco

Culture ~ Giacomo Correale Santacroce

Il Design Museum nella Villa Reale e il futuro del Parco

Il nuovo museo del design, il rapporto con l'Isa, le intenzioni di Maroni e il disinteresse di Milano. Riflessioni intorno al futuro della Villa Reale di Monza

Il design museum della Triennale nella Villa Reale di Monza

Culture ~ Silvana Annicchiarico

Il design museum della Triennale nella Villa Reale di Monza

Inaugurato domenica 14 dicembre 2014 con una ricca collezione di pezzi che hanno fatto la storia dello stile italiano. Il testo di presentazione della curatrice Silvana Annichiarico

La vita, il tradimento, il teatro

Culture ~ Antonio Cornacchia

La vita, il tradimento, il teatro

In scena al Binario7 di Monza “La danza immobile” di Manuel Scorza. La regia di Corrado Accordino fra amore e rivoluzione

Anche Vorrei, nel suo piccolo, è green e hi-tech

Blog ~ Vorrei

Anche Vorrei, nel suo piccolo, è green e hi-tech

  Completato il processo di innovazione del sito della nostra rivista: siamo sul cloud, con un server alimentato al 100% da fonti rinnovabili. In più messa a punto la navigazione “responsive” adatta a qualsiasi dispositivo (pc, smartphone o tablet) e un sistema di gestione dal cuore open source. Abbiamo passioni antiche e un motore all'avanguardia.

70 anni di resistenza e liberazione con la cultura

Culture ~ Cristina Crippa

70 anni di resistenza e liberazione con la cultura

Lunedì 15 dicembre 2014 Cristina Crippa e Elio De Capitani leggono Beppe Fenoglio e Renata Viganò, per l'anniversario della Biblioteca e per i 70 anni della Liberazione. Per i lettori di Vorrei, la presentazione dell'attrice e regista del Teatro dell'Elfo

Roberto Sala: serve una regia per rilanciare il ruolo del teatro in Brianza

Culture ~ Pino Timpani

Roberto Sala: serve una regia per rilanciare il ruolo del teatro in Brianza

Intervista al fondatore della Baracca e di Erewhon “Sarebbe opportuno ideare un progetto unico di gestione culturale, non solo delle singole strutture in sé, ma sul livello territoriale vasto”

La danza immobile, un debutto al Binario7

Culture ~ Vorrei

La danza immobile, un debutto al Binario7

Per festeggiare la decima stagione del teatro monzese, Corrado Accordino porta in scena il testo di Manuel Scorza che dà il nome alla sua compagnia. Con lui Riccardo Buffonini, Federica Castellini, Roberta Lanave e Giancarlo Latina. Dall'11 al 14 dicembre

I 50 anni della Biblioteca Civica di Monza

Culture ~ Giustino Pasciuti

I 50 anni della Biblioteca Civica di Monza

 Il 13 dicembre del 1964 “rinasceva” la storica biblioteca monzese. Ecco, nelle parole del suo direttore Giustino Pasciuti, cosa è oggi.

I racconti di Adamo. L'amico di Hamelin

La valigia dei libri ~ Adamo Calabrese

I racconti di Adamo. L'amico di Hamelin

Il convoglio splende di luci che  fluttuano da multipli  lampadari di cristallo. Hamelin parla al libro: “Che cosa succede?” Anche Il libro è incuriosito. “Sì, qualcosa succede. Qualcosa che ha a che fare con l’infanzia.”

Home

La televisione, cattiva maestra

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

20091114-schifano

Una televisione rispettabile dovrebbe smettere di invitare i cafoni.
Esistono strumenti tecnici per disinnescare queste forme di teleteppismo

Se è vero che la formazione individuale dipende dalla comunicazione (ambientale, scolastica, religiosa, politica, mediatica etc.), dovremmo cominciare a familiarizzare con la critica della comunicazione al più presto possibile, magari dalle medie inferiori. Dotarci, cioè, di nozioni e strumenti di difesa, in modo da essere meno inconsapevoli degli effetti prodotti dall’ascolto di questa o quella campana sul nostro modo di sentire e ragionare. Sprovvisti come siamo, in larga maggioranza, di questi utensili di controllo, rischiamo di comprimere la nostra libertà di pensiero e d’azione entro canoni fissati da terzi senza sottoporli al filtro del dubbio o, in generale, della nostra coscienza. Tutto ciò che apprendiamo diventa allora ambiguo e confuso. Quando al liceo (scientifico) dei miei tempi si studiavano ore e ore di Iliade e Odissea, credevamo di assorbire il beat omerico mentre invece respiravamo aria di classicismo italiano sette-ottocentesco, dal momento che i nostri testi erano le versioni di Vincenzo Monti (1754-1828) e Ippolito Pindemonte (1753-1828). Niente di male, beninteso: purché te lo dicessero e, magari, ti istruissero sulle trappole di ogni traduzione letteraria, specialmente se poetica. Ma finché si è nell’ambito della letteratura, le distorsioni non sono quasi mai così pericolose da suscitare preoccupazione. Di certo più allarmante sarebbe se un buontempone insegnasse a un bambino di quattro anni che la strada bisogna attraversarla col rosso. «Vai, vai». E lui va.

Nel mondo contemporaneo il coro delle fonti di comunicazione, spesso interessate e amplificate dai mass media, ci mette nella condizione del bambino pronto ad attraversare la strada col rosso, il giallo e il verde accesi in contemporanea. La televisione è, di tutti i semafori, quello dal segnale più luccicante. Ci insegna a scegliere il partito da votare, ad alzare la voce quando parlano gli altri, a litigare con chi non la pensa come noi, a tracannare idee come si tracanna una birra, a insultare le donne e gli avversari politici, a odiare gli stranieri e i diversi, a preferire certa musica anziché altra, a sognare di diventare VIP senza l’obbligo di coltivare una qualsiasi competenza. Ci insegna per fortuna anche altre cose, più formative e meno volgari: ma sarebbe in ogni caso utilissimo imparare a districarsi nel labirinto delle voci, a sottoporle a giudizio, a far prevalere la nostra capacità di elaborazione sul menu che ci viene somministrato.

Una delle campane più squillanti suonate dai mass media è la pubblicità. Fra tutte è forse la più innocua, anche quando ci infastidisce o ci disgusta; è nella sua natura avvertirci che mira a farci comprare questo o quel prodotto o servizio, e sapendolo siamo liberi di lasciarci persuadere o di ignorare le sue esortazioni. Ma mentre sappiamo riconoscere a colpo sicuro uno spot pubblicitario, non sempre possiamo dirci altrettanto abili nel riconoscere uno spot propagandistico. La propaganda differisce dalla pubblicità proprio in questo: non porta scritto in fronte «mi chiamo propaganda». Finge di essere informazione disinteressata, mentre mira allo stesso obiettivo della pubblicità: conquistare la nostra adesione, il nostro consenso.

Negli ultimi anni la televisione ha prodotto in Italia più danni che in qualsiasi altro paese, a causa del pesante uso politico, propagandistico e nazionalpopolare che se ne è fatto e se ne fa. Ha contribuito a scardinare valori indispensabili alla convivenza civile, alla cultura e all’istruzione in generale, all’emancipazione delle classi più indifese, alla diffusione del rispetto delle minoranze. E ha sistematicamente ucciso quella forma di civiltà che una volta si chiamava “buona educazione”, porgendo a ogni pie’ sospinto la telecamera e il microfono a ringhiosi personaggi della politica e del potere, a creature senz’arte né parte di un neo-avanspettacolo teleautarchico, a giornalisti più portati alla rissa che alla penna, a migliaia di cittadini convinti che un’apparizione sullo schermo vale più di un terno al lotto e va quindi arraffata ad ogni costo, compreso quello di esibire gli aspetti più personali e talvolta imbarazzanti della propria vita privata.

In un paese in cui parlamentari e senatori strillano come galline, s’insultano, si picchiano, mangiano insaccati e stappano bottiglie nei luoghi istituzionali le poche volte in cui si ricordano di frequentarli, i talk show a più voci costituiscono – per coerenza – il ring ideale ove sfoggiare i peggiori istinti polemici, dove la polemica non è però confronto di opinioni ma pura e cacofonica babele di suoni sovrapposti: vince chi grida e insulta di più, sopraffacendo l’antagonista con la dinamite delle proprie corde vocali. Si dirà: che colpa ha la televisione se i suoi ospiti sono così? Due risposte: la prima è che una televisione rispettabile dovrebbe smettere di invitare i cafoni; la seconda è che esistono strumenti tecnici per disinnescare queste forme di teleteppismo. Come? Semplice: basta volerlo. Ogni contendente, se di contesa si tratta, ha diritto a tot minuti di tempo per rispondere all’intervistatore; durante la sua risposta i microfoni degli astanti vengono scollegati e la telecamera inquadra il parlante di turno, non le smorfie di dileggio e i gestacci degli altri. Si può fare? Certo che si può: nelle ultime settimane di campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti i due candidati si confrontano in televisione tre volte, devono rispondere entrambi alle stesse domande, hanno gli stessi minuti a disposizione e non possono essere interrotti da nessuno, nemmeno – ovviamente – dall’anchorman. Scaduto il tempo il microfono passa all’antagonista. Di più: questi confronti d’opinione e di programma sono talmente importanti che i sondaggi del giorno dopo registrano di solito significative variazioni di orientamento nell’opinione pubblica: e non perché uno dei due ha alzato la voce, ma perché l’uditorio ha avuto modo di ascoltare e comprendere entrambe le posizioni. Quanto all’intervistatore o anchorman che dir si voglia, lo si intravede appena, di spalle; porge la domanda e sparisce con discrezione fuori campo, senza sfarfallare in studio come una danzatrice del ventre.

Ora, è vero che gli Obama e i McCain parlano in pubblico con maggior misura e autorevolezza dei nostri, indipendentemente dalle posizioni politiche e dalla regia dei talk show; ma a maggior ragione una televisione seria (e indipendente) dovrebbe evitare che una Santanché insulti ripetutamente Maometto in diretta o che un avvocato di grido gridi «mavalà» a tutti quelli di cui non condivide l’opinione.

 

Chi è Pasquale Barbella

Nato a Ruvo di Puglia nel 1941, Pasquale Barbella inizia la carriera pubblicitaria a Milano nel 1967, dopo esperienze in altri settori (tra cui quattro anni di mail writing presso la Mondadori). Alla professione dedica 36 anni di attività come copywriter, direttore creativo e coordinatore creativo di network internazionali. Nel 1990 è tra i fondatori della BGS (Barbella Gagliardi Saffirio); dal 2000 al 2003 è membro del Worldwide Board of Directors del gruppo internazionale D’Arcy, per il quale è anche responsabile dei servizi creativi per l’Europa e il Nordamerica. Con i suoi team ha creato case histories di successo per Swatch, Lacoste, Champion, Infostrada e numerose altre marche. I suoi lavori sono stati spesso premiati in festival italiani e internazionali. È stato per due volte presidente dell’Art Directors Club Italiano, che lo ha eletto nella sua Hall of Fame. Nel 1992 è stato membro della giuria dell’International Advertising Film Festival di Cannes, nel 1998 membro della giuria dei CLIO Awards a Chicago, nel 1999 presidente della giuria TV del Festival Internazionale di Mosca. Nel 2002 è stato l’unico relatore europeo a One Show China, congresso sulla pubblicità tenutosi a Shanghai. Nel 2004 ha presieduto a Milano un convegno sulla creatività italiana organizzato dal videomagazine britannico Shots, e ha partecipato come lecturer al Masters Degree Program in Strategic Communications alla Columbia University di New York. Tra le pubblicazioni più recenti: interventi sulla creatività in Il dolce tuono. Marca e pubblicità nel terzo millennio, a cura di M. Lombardi, Franco Angeli Editore, 2000; Shakespeare graffiti, a cura di M. Cavecchi e S. Soncini, Cuem, 2002; La comunicazione d’azienda, a cura di U. Collesei e V. Ravà, Isedi/Utet, 2004; La comunicazione in corso. 7 anni di eccellenza alla Facoltà di Sociologia di Urbino di AAVV, Franco Angeli Editore, 2006; Bill Bernbach e la rivoluzione creativa di Mara Mancina, Franco Angeli Editore, 2007. Ha pubblicato anche racconti e un romanzo, Giardini neri, edito da Lupetti nel 1995.

Pasquale Barbella è stato ospite della nostra rivista alla presentazione del suo libro "Confessioni di una macchina per scrivere. La pubblicità tra visione di marca e visione del mondo", qui il resoconto.

Gli autori di Vorrei
Author: Pasquale Barbella

Nato a Ruvo di Puglia nel 1941, Pasquale Barbella inizia la carriera pubblicitaria a Milano nel 1967, dopo esperienze in altri settori (tra cui quattro anni di mail writing presso la Mondadori). Alla professione dedica 36 anni di attività come copywriter, direttore creativo e coordinatore creativo di network internazionali. Nel 1990 è tra i fondatori della BGS (Barbella Gagliardi Saffirio); dal 2000 al 2003 è membro del Worldwide Board of Directors del gruppo internazionale D’Arcy, per il quale è anche responsabile dei servizi creativi per l’Europa e il Nordamerica. Con i suoi team ha creato case histories di successo per Swatch, Lacoste, Champion, Infostrada e numerose altre marche. I suoi lavori sono stati spesso premiati in festival italiani e internazionali. È stato per due volte presidente dell’Art Directors Club Italiano, che lo ha eletto nella sua Hall of Fame.

Qui trovi la sua scheda personale con l'elenco dei suoi articoli su Vorrei


Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn
Comunicati stampa

La matita di Fulvio Fontana

 

sostieni-vorrei-banner

ebook-banner

cover-portfolio

WALLSOUND

segnalart

Iscriviti gratis alla nostra newsletter per ricevere gli aggiornamenti, le novità e le iniziative di Vorrei

  • 1
  • 2
  • 3
Prev Next
Maggio 2014

Maggio 2014

Le donne, ad esempio

Marzo 2014

Marzo 2014

Il consumo consapevole

Febbraio 2014

Febbraio 2014

Start up, green economy, innovazione

Dicembre 2013

Dicembre 2013

Brianza che vieni. Brianza che vai.

Novembe 2013

Novembe 2013

Spiritualità vo cercando

Settembre 2013

Settembre 2013

Ecologia dell'informazione

Luglio 2013

Luglio 2013

Vecchie povertà, nuovi mestieri

Maggio 2013

Maggio 2013

Braccia ridate all'agricoltura

Aprile 2013

Aprile 2013

La verità, vi prego, sulla politica

Febbraio 2013

Febbraio 2013

Di che tribù sei?

Gennaio 2013

Gennaio 2013

Spazi comuni, luoghi di socializzazione.

Dicembre 2012

Dicembre 2012

L'amore (di questi tempi)

Novembre 2012

Novembre 2012

La Provincia di Monza e Brianza

Ottobre 2012

Ottobre 2012

Non si esce vivi dagli anni Ottanta

Primavera 2011

Primavera 2011

Ecomostri.

Inverno 2010

Inverno 2010

Il pacco di Natale del sindaco a Monza

Ottobre 2010

Ottobre 2010

Il povero Lambro

Maggio 2010

Maggio 2010

Noi siamo quel che mangiamo (e beviamo)

Marzo 2010

Marzo 2010

Elezioni regionali Lombardia 2010

Febbraio 2010

Febbraio 2010

Lavoro cercasi.

Dicembre 2009

Dicembre 2009

Casa, amara casa.

Novembre 2009

Novembre 2009

Mobilità.

Ottobre 2009

Ottobre 2009

Brianza, terra di cultura?

Luglio Agosto 2009

Luglio Agosto 2009

Anime migranti

Giugno 2009

Giugno 2009

La Brianza al voto  

Maggio 2009

Maggio 2009

Donne di Brianza

Aprile 2009

Aprile 2009

Produci, consuma, crepa.  

Marzo 2009

Marzo 2009

Allarmanti allarmi

Febbraio 2009

Febbraio 2009

Uomini sull'orlo di una crisi economica

Gennaio 2009

Gennaio 2009

  È la stampa bellezza.

Dicembre 2008

Dicembre 2008

  Vent'anni. Senza condizionale.  

Novembre 2008

Novembre 2008

  La scuola e il doposcuola.

Settembre ottobre 2008

Settembre ottobre 2008

  Il Parco e la Villa Reale di Monza

Luglio agosto 2008

Luglio agosto 2008

  Il Sessantotto e gli anni Settanta.

Giugno 2008

Giugno 2008

  La Lega.

Maggio 2008

Maggio 2008

  Monza e la Brianza, futuro prossimo.