A Vorrei tifiamo per la pace. Vorrei per una Europa dei popoli, non delle banche.

La rivista che Vorrei - Registrazione Tribunale di Monza n. 1927 del 24/9/2008 N° ROC 17857 ISSN 2283-3269 Colophon completo

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Intervista a Paolo Rumiz, lungo la linea del fronte

Culture ~ Alfio Sironi

Intervista a Paolo Rumiz, lungo la linea del fronte

Lo scrittore triestino invitato da Novaluna a Monza per la presentazione del suo “Come cavalli che dormono in piedi”.  La guerra, l'Europa, il giornalismo, il viaggio.

Siamo tutti un po' Birdman

Culture ~ Pasquale Barbella

Siamo tutti un po' Birdman

   Emozione a mille, dalla grafica iniziale fino alla fine. Sound design da sballo. La composizione armonica ed enigmatica della prima inquadratura. Devo rivedere la top ten dei miei dieci film preferiti e decidere quale cacciare fuori per farci entrare questo.

Eell Shous: poesia e rap in Brianza

Culture ~ Simone Camassa

Eell Shous: poesia e rap in Brianza

Fra hip hop e poesia c'è una faglia su cui è cresciuto il progetto di due giovani brianzoli. Intervista a Davide "Scarty Doc" Passoni e Marco "Tempo" Lombardo: gli Eell Shous.

Luciana Castellina a Monza

Persone ~ Pino Timpani

Luciana Castellina a Monza

La scuola di politica Alisei presenta la seconda lezione magistrale di politica. Si terrà sabato 21 alle 9.30 presso la Cgil di Monza e Brianza in via Premuda 17 e sarà aperta al pubblico.

Lab Redazione Mondo: una redazione a Monza tratterà i temi dell’immigrazione

Culture ~ Vorrei

Lab Redazione Mondo: una redazione a Monza tratterà i temi dell’immigrazione

Sabato 21 febbraio una prima occasione per essere protagonisti della redazione monzese con gli occhi puntati sul mondo. E gli articoli saranno pubblicati sulla Rivista che Vorrei.

Lutto: la redazione si stringe intorno al direttore

Blog ~ Vorrei

Lutto: la redazione si stringe intorno al direttore

Ieri, nella sua terra di Puglia, ci ha lasciato Michele Cornacchia, papà di Antonio, direttore e fondatore di questa rivista. Michele aveva 81 anni. La Redazione di Vorrei partecipa al dolore della famiglia Cornacchia per la grave perdita.

Nutrire il pianeta o distruggere l'agricoltura? L'inchiesta di Presadiretta

Ambiente ~ Vorrei

Nutrire il pianeta o distruggere l'agricoltura? L'inchiesta di Presadiretta

Il video integrale del programma di Riccardo Iacona. Le colture intensive, l’uso massiccio di pesticidi, lo sfruttamento della manodopera agricola, il crescente utilizzo di terreni agricoli per la produzione di biogas. Cosa c’è anche dietro l’Expo di Milano dedicato al tema “Nutrire il pianeta”. Chilometri di autostrade, cementificazione e contadini espropriati dei loro terreni agricoli.

Il mutualismo dei freelance

Lavori ~ Roberto Ciccarelli

Il mutualismo dei freelance

  Chi rappresenta e difende i “nuovi” lavoratori autonomi? Essi stessi. Gli esempi internazionali in un articolo di Doppiozero. Il mutualismo è oggi un’ipotesi utile per ricostruire i legami sociali in un lavoro che funziona sulle relazioni, ma non ha spazi fisici. E la cooperazione lì dove i rapporti con le aziende sono sempre più verticali e gerarchici, mentre il valore...

Il neoliberismo ha ucciso le città

Ambiente ~ Paolo Maddalena

Il neoliberismo ha ucciso le città

   La prefazione al libro “Le città fallite” di Paolo Berdini (Donzelli). La serie dei fatti eclatanti che hanno distrutto i territori urbani. Una distruzione territoriale e ambientale andata di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica. Un grido di dolore che si trasmette automaticamente al lettore, rendendolo spiritualmente vicino al pensiero di chi scrive.

I racconti di Adamo. Nastro dei capelli al vento

La valigia dei libri ~ Adamo Calabrese

I racconti di Adamo. Nastro dei capelli al vento

Hamelin s’ingobbì stringendosi nel suo cappotto e rialzò il bavero fino agli occhi. Quanto tempo restò così porgendo l’orecchio a remoti tuoni? Si distolse quando la terra sospirò e si fece man mano più riconoscibile il sussultante avanzare di una carovana.

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La televisione, cattiva maestra

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Una televisione rispettabile dovrebbe smettere di invitare i cafoni.
Esistono strumenti tecnici per disinnescare queste forme di teleteppismo

Se è vero che la formazione individuale dipende dalla comunicazione (ambientale, scolastica, religiosa, politica, mediatica etc.), dovremmo cominciare a familiarizzare con la critica della comunicazione al più presto possibile, magari dalle medie inferiori. Dotarci, cioè, di nozioni e strumenti di difesa, in modo da essere meno inconsapevoli degli effetti prodotti dall’ascolto di questa o quella campana sul nostro modo di sentire e ragionare. Sprovvisti come siamo, in larga maggioranza, di questi utensili di controllo, rischiamo di comprimere la nostra libertà di pensiero e d’azione entro canoni fissati da terzi senza sottoporli al filtro del dubbio o, in generale, della nostra coscienza. Tutto ciò che apprendiamo diventa allora ambiguo e confuso. Quando al liceo (scientifico) dei miei tempi si studiavano ore e ore di Iliade e Odissea, credevamo di assorbire il beat omerico mentre invece respiravamo aria di classicismo italiano sette-ottocentesco, dal momento che i nostri testi erano le versioni di Vincenzo Monti (1754-1828) e Ippolito Pindemonte (1753-1828). Niente di male, beninteso: purché te lo dicessero e, magari, ti istruissero sulle trappole di ogni traduzione letteraria, specialmente se poetica. Ma finché si è nell’ambito della letteratura, le distorsioni non sono quasi mai così pericolose da suscitare preoccupazione. Di certo più allarmante sarebbe se un buontempone insegnasse a un bambino di quattro anni che la strada bisogna attraversarla col rosso. «Vai, vai». E lui va.

Nel mondo contemporaneo il coro delle fonti di comunicazione, spesso interessate e amplificate dai mass media, ci mette nella condizione del bambino pronto ad attraversare la strada col rosso, il giallo e il verde accesi in contemporanea. La televisione è, di tutti i semafori, quello dal segnale più luccicante. Ci insegna a scegliere il partito da votare, ad alzare la voce quando parlano gli altri, a litigare con chi non la pensa come noi, a tracannare idee come si tracanna una birra, a insultare le donne e gli avversari politici, a odiare gli stranieri e i diversi, a preferire certa musica anziché altra, a sognare di diventare VIP senza l’obbligo di coltivare una qualsiasi competenza. Ci insegna per fortuna anche altre cose, più formative e meno volgari: ma sarebbe in ogni caso utilissimo imparare a districarsi nel labirinto delle voci, a sottoporle a giudizio, a far prevalere la nostra capacità di elaborazione sul menu che ci viene somministrato.

Una delle campane più squillanti suonate dai mass media è la pubblicità. Fra tutte è forse la più innocua, anche quando ci infastidisce o ci disgusta; è nella sua natura avvertirci che mira a farci comprare questo o quel prodotto o servizio, e sapendolo siamo liberi di lasciarci persuadere o di ignorare le sue esortazioni. Ma mentre sappiamo riconoscere a colpo sicuro uno spot pubblicitario, non sempre possiamo dirci altrettanto abili nel riconoscere uno spot propagandistico. La propaganda differisce dalla pubblicità proprio in questo: non porta scritto in fronte «mi chiamo propaganda». Finge di essere informazione disinteressata, mentre mira allo stesso obiettivo della pubblicità: conquistare la nostra adesione, il nostro consenso.

Negli ultimi anni la televisione ha prodotto in Italia più danni che in qualsiasi altro paese, a causa del pesante uso politico, propagandistico e nazionalpopolare che se ne è fatto e se ne fa. Ha contribuito a scardinare valori indispensabili alla convivenza civile, alla cultura e all’istruzione in generale, all’emancipazione delle classi più indifese, alla diffusione del rispetto delle minoranze. E ha sistematicamente ucciso quella forma di civiltà che una volta si chiamava “buona educazione”, porgendo a ogni pie’ sospinto la telecamera e il microfono a ringhiosi personaggi della politica e del potere, a creature senz’arte né parte di un neo-avanspettacolo teleautarchico, a giornalisti più portati alla rissa che alla penna, a migliaia di cittadini convinti che un’apparizione sullo schermo vale più di un terno al lotto e va quindi arraffata ad ogni costo, compreso quello di esibire gli aspetti più personali e talvolta imbarazzanti della propria vita privata.

In un paese in cui parlamentari e senatori strillano come galline, s’insultano, si picchiano, mangiano insaccati e stappano bottiglie nei luoghi istituzionali le poche volte in cui si ricordano di frequentarli, i talk show a più voci costituiscono – per coerenza – il ring ideale ove sfoggiare i peggiori istinti polemici, dove la polemica non è però confronto di opinioni ma pura e cacofonica babele di suoni sovrapposti: vince chi grida e insulta di più, sopraffacendo l’antagonista con la dinamite delle proprie corde vocali. Si dirà: che colpa ha la televisione se i suoi ospiti sono così? Due risposte: la prima è che una televisione rispettabile dovrebbe smettere di invitare i cafoni; la seconda è che esistono strumenti tecnici per disinnescare queste forme di teleteppismo. Come? Semplice: basta volerlo. Ogni contendente, se di contesa si tratta, ha diritto a tot minuti di tempo per rispondere all’intervistatore; durante la sua risposta i microfoni degli astanti vengono scollegati e la telecamera inquadra il parlante di turno, non le smorfie di dileggio e i gestacci degli altri. Si può fare? Certo che si può: nelle ultime settimane di campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti i due candidati si confrontano in televisione tre volte, devono rispondere entrambi alle stesse domande, hanno gli stessi minuti a disposizione e non possono essere interrotti da nessuno, nemmeno – ovviamente – dall’anchorman. Scaduto il tempo il microfono passa all’antagonista. Di più: questi confronti d’opinione e di programma sono talmente importanti che i sondaggi del giorno dopo registrano di solito significative variazioni di orientamento nell’opinione pubblica: e non perché uno dei due ha alzato la voce, ma perché l’uditorio ha avuto modo di ascoltare e comprendere entrambe le posizioni. Quanto all’intervistatore o anchorman che dir si voglia, lo si intravede appena, di spalle; porge la domanda e sparisce con discrezione fuori campo, senza sfarfallare in studio come una danzatrice del ventre.

Ora, è vero che gli Obama e i McCain parlano in pubblico con maggior misura e autorevolezza dei nostri, indipendentemente dalle posizioni politiche e dalla regia dei talk show; ma a maggior ragione una televisione seria (e indipendente) dovrebbe evitare che una Santanché insulti ripetutamente Maometto in diretta o che un avvocato di grido gridi «mavalà» a tutti quelli di cui non condivide l’opinione.

 

Chi è Pasquale Barbella

Nato a Ruvo di Puglia nel 1941, Pasquale Barbella inizia la carriera pubblicitaria a Milano nel 1967, dopo esperienze in altri settori (tra cui quattro anni di mail writing presso la Mondadori). Alla professione dedica 36 anni di attività come copywriter, direttore creativo e coordinatore creativo di network internazionali. Nel 1990 è tra i fondatori della BGS (Barbella Gagliardi Saffirio); dal 2000 al 2003 è membro del Worldwide Board of Directors del gruppo internazionale D’Arcy, per il quale è anche responsabile dei servizi creativi per l’Europa e il Nordamerica. Con i suoi team ha creato case histories di successo per Swatch, Lacoste, Champion, Infostrada e numerose altre marche. I suoi lavori sono stati spesso premiati in festival italiani e internazionali. È stato per due volte presidente dell’Art Directors Club Italiano, che lo ha eletto nella sua Hall of Fame. Nel 1992 è stato membro della giuria dell’International Advertising Film Festival di Cannes, nel 1998 membro della giuria dei CLIO Awards a Chicago, nel 1999 presidente della giuria TV del Festival Internazionale di Mosca. Nel 2002 è stato l’unico relatore europeo a One Show China, congresso sulla pubblicità tenutosi a Shanghai. Nel 2004 ha presieduto a Milano un convegno sulla creatività italiana organizzato dal videomagazine britannico Shots, e ha partecipato come lecturer al Masters Degree Program in Strategic Communications alla Columbia University di New York. Tra le pubblicazioni più recenti: interventi sulla creatività in Il dolce tuono. Marca e pubblicità nel terzo millennio, a cura di M. Lombardi, Franco Angeli Editore, 2000; Shakespeare graffiti, a cura di M. Cavecchi e S. Soncini, Cuem, 2002; La comunicazione d’azienda, a cura di U. Collesei e V. Ravà, Isedi/Utet, 2004; La comunicazione in corso. 7 anni di eccellenza alla Facoltà di Sociologia di Urbino di AAVV, Franco Angeli Editore, 2006; Bill Bernbach e la rivoluzione creativa di Mara Mancina, Franco Angeli Editore, 2007. Ha pubblicato anche racconti e un romanzo, Giardini neri, edito da Lupetti nel 1995.

Pasquale Barbella è stato ospite della nostra rivista alla presentazione del suo libro "Confessioni di una macchina per scrivere. La pubblicità tra visione di marca e visione del mondo", qui il resoconto.

Gli autori di Vorrei
Author: Pasquale Barbella

Nato a Ruvo di Puglia nel 1941, Pasquale Barbella inizia la carriera pubblicitaria a Milano nel 1967, dopo esperienze in altri settori (tra cui quattro anni di mail writing presso la Mondadori). Alla professione dedica 36 anni di attività come copywriter, direttore creativo e coordinatore creativo di network internazionali. Nel 1990 è tra i fondatori della BGS (Barbella Gagliardi Saffirio); dal 2000 al 2003 è membro del Worldwide Board of Directors del gruppo internazionale D’Arcy, per il quale è anche responsabile dei servizi creativi per l’Europa e il Nordamerica. Con i suoi team ha creato case histories di successo per Swatch, Lacoste, Champion, Infostrada e numerose altre marche. I suoi lavori sono stati spesso premiati in festival italiani e internazionali. È stato per due volte presidente dell’Art Directors Club Italiano, che lo ha eletto nella sua Hall of Fame.

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