
Molto scalpore ha fatto un recente manifesto offensivo per la donna: lâennesimo.
Un commento di Pasquale Barbella
Molto scalpore ha fatto un recente manifesto offensivo per la donna: lâennesimo. Colgo tardivamente occasione da questo spunto â abbondantemente discusso in blog come KTTB, ADVExpress, Bad Avenue, Scrittore Freelance, Ted Disbanded, Vita da Streghe, La CittĂ reale, EffeGi, Bocciofila Brancaleone, Nuovo e utile â per ritornare su un mio commento del remoto 1977, tratto dal libro La donna-oggetto in pubblicitĂ di Elena Pellegrini (con dieci interventi del sottoscritto), ed. Blow-up, Venezia.
So che non è chic autocitarsi, ma la ragione di questo salto allâindietro non sta nel mero narcisismo: mi piacerebbe capire se negli ultimi trentaquattro anni è cambiato qualcosa nella pubblicitĂ e nel pensiero di chi se ne occupa. Personalmente credo che qualcosa sia cambiato, ma non troppo. La pubblicità è un oceano troppo grande perchĂŠ lâonda possa essere uguale sempre e dappertutto. E a far lâonda non è solo âil bravo pubblicitarioâ o lâesperto di marketing illuminato. Nel mare dei mass media ci sguazzano tutti: basta pagare lo spazio. CosĂŹ, come nella nostra societĂ , a solcare le acque ci sono lucidi idrovolanti e vecchi rimorchiatori arrugginiti, marinai del presente e corsari della filibusta. Ci sono onesti pescatori e spudorati bracconieri. Nellâanimo di miliardi di esemplari della nostra specie permangono residui di primitivismo e cavernismo ad onta di qualsiasi progresso e di qualsiasi emancipazione (Berlusconi docet, Bossi docet). Non vorrei esagerare col pessimismo, ma temo che tra altri trentaquattro anni lâhomo bungabunga e lâhomo bungaminga si ritroveranno ancora sulle opposte sponde dellâeterno canale: i primi a berlusconeggiare nella vita e nella comunicazione, i secondi a dolersene e a protestare (peccato che io non ci sarò).
Dal capitolo Solitudine dellâuomo tra gli oggetti:
ÂŤEsiste una marcata tendenza a identificare prodotti di varia natura con il corpo femminile. Il sillogismo che sta alla base di simili scelte non fa una piega: âTutti guardano una bella donna. Il mio prodotto è come una bella donna. CosĂŹ tutti guarderanno il mio prodotto.â
Questo trucco arcaico e rudimentale, rifiutato dai pubblicitari piĂš sofisticati, nasconde di solito un assoluto vuoto di idee. Ă la negazione della pubblicitĂ come informazione, il trionfo del dĂŠjĂ -vu e lâapoteosi della battuta da avanspettacolo (esemplare, in proposito, il titolo di un annuncio per cucine: âSapevo che era focosa, ma non avrei mai pensato di poterla accendere con un ditoâ).
Le variazioni sul tema non sono infinite. Sono riconducibili a tre schemi principali:
-
la donna presenta il prodotto;
-
la donna è il prodotto;
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la donna si compra col prodotto.
Ciascuno dei tre schemi può vivere di vita autonoma, o coesistere con gli altri.
Il metodo âaâ (la donna presenta il prodotto) è forse il piĂš comune. Naturalmente non rientra in questa categoria la donna che si limita a spiegare, con cognizione di causa, le caratteristiche dellâoggetto in vendita: in tal caso lâoperazione sarebbe del tutto legittima, e del resto ci sono un sacco di uomini, nelle inserzioni e negli spot, che presentano prodotti.
No: qui stiamo parlando esclusivamente della donna pin-up, che senza una ragione apparente fa la civetta sul comò, sulla poltrona, oppure (travestita da babbo natale) tra le cassette natalizie della Stock. à messa lÏ, la svanita, per pura simpatia: per guadagnarsi uno sguardo di benevolenza, per far convergere sul prodotto i favori maschili, per fare una raccomandazione.
Il passo successivo, âbâ, è piĂš allarmante: la donna diventa il prodotto. âChiamami Peroni e sarò la tua birraâ è un esempio esplicito di questa sovrapposizione. Il caso è interessante per la polivalenza delle intenzioni in gioco. In âChiamami Peroniâ câè un magma di equivoci, voluti e non voluti, che attinge ampiamente alla scuola di Ernest Dichter (fondatore, nel 1946, dellâInstitute for Motivational Research e autore di The Strategy of Desire: il libro piĂš letto dai pubblicitari) e ai simbolismi motivazionali. Câè innanzitutto lâambiguitĂ ermafrodita del prodotto che, pur identificandosi nella donna, è simbolo fallico. Lâidentificazione della birra con la ragazza parte dal colore: sono bionde tutte e due (con un meccanismo simile, la grappa Fior di Vite viene reclamizzata come âLa bionda nel saccoâ). Lâidentificazione col fallo parte invece dalla forma della bottiglia e scivola in unâassociazione dâidee tra la spumositĂ lasciva della birra (immaginatevela quando viene versata nel bicchiere da una mano incauta, e trasborda impetuosa oltre lâorlo) e lâeiaculazione. Dulcis in fundo, detto da quella bocca, âChiamamiâ diventa la buccia di banana per un irrefrenabile lapsus linguae: vi lascio immaginare quale.
Queste tecniche di comunicazione sono una trascrizione letterale, e spesso arbitraria, di una serie di indagini di tipo freudiano sui significati occulti dei prodotti e della loro forma: lâautomobile come estensione della virilitĂ , specialmente quando ha il muso allungato (fallo! fallo!) ed è iperpotente; la saponetta come strumento di autoerotismo; lo stappamento di una bottiglia di spumante come simbolo di orgasmo, e cosĂŹ via. Padre spirituale di questi studi e della loro applicazione fu il giĂ citato professor Dichter, di cui tutti i pubblicitari italiani ricordano una splendida gaffe. Invitato in Italia dalla Democrazia Cristiana per studiare un manifesto che svecchiasse lâimmagine del partito e ne celebrasse il ventennale, identificò la DC con una fanciulla in fiore, dolce e primaverile, vagamente botticelliana; e lanciò questa immagine con lo slogan âLa Democrazia Cristiana ha ventâanni.â Era un piacevole cocktail di ingredienti âemozionaliâ: donna, fiori, gioventĂš. Su questi manifesti si levò la mano sarcastica e beffarda dei soliti ignoti, i quali completarono il messaggio con la frase: âĂ ora di farle la festa.â
Come si vede, lâanima popolare sa reagire con spontanea efficacia alle piccole manipolazioni dei pubblicitari: grazie al cielo. Vance Packard, nel famoso saggio sui Persuasori occulti, aveva preso smisuratamente sul serio il pericolo dei condizionamenti imposti dalla rĂŠclame. In realtĂ , i singoli episodi pubblicitari non hanno la forza di penetrare in profonditĂ ; tuttâal piĂš ricordano una marca invece di unâaltra, creano flussi di fiducia o di rifiuto nei confronti di questo o quel prodotto, ma non incidono granchĂŠ in un sistema ideologico determinato da fenomeni piĂš generali e complessi. La pubblicitĂ si adatta docilmente a modelli di riferimento preesistenti, segue a ruota i movimenti di opinione e le mode, è il capitolo meno attuale nel caotico e immenso viavai di informazioni messo in moto dai mass media.
Ma torniamo, dopo questa digressione, al nostro argomento. Siamo arrivati allo schema âcâ: la donna che si compra col prodotto, come unâappendice, come unâofferta speciale. Siamo al massimo dellâoverclaim e dellâingiustizia. Un fabbricante di arredi da salotto mostra, in un annuncio, una malinconica vamp sdraiata in poltrona. La ragazza ricorda un poâ la donna del bandito dei thriller hollywoodiani: e il testo dice: âBambole che passano su bambole che restano.â Le bambole che passano, se ho capito bene, sarebbero le donne che, una dopo lâaltra, se la fanno col boss proprietario della poltrona; e la bambola che resta è, appunto, la poltrona. Senza poltrona, il governo non passa bambole: o poltrona o niente. Il mobile galeotto diventa uno strumento diabolico a disposizione di scapoli impenitenti e intraprendenti; le donne, giocattoli: oggetti, tra i quali il maschio si muove solitario, per comunicare solo con altri maschi e inseguire, allâinfinito, i sogni erotici dellâadolescenza.Âť
Annunci degli anni settanta tratti dal libro âLa donna oggetto in pubblicitĂ â. (Clicca per ingrandire)
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