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La fatale fatalità del fatalismo Stampa E-mail
Di Giuseppe Civati   
Lunedì 23 Giugno 2008

Mi chiama un amico caro che deve avermi scambiato per la posta del cuore e mi racconta, nottetempo, delle sue vicende sentimentali. Lei tira e molla, sparisce, ritorna, seguendo un copione antico come il mondo (e anche un po' stucchevole). Cerco di aiutarlo, ma c'è poco da fare: simili soggetti sono pericolosi e nel 90% dei casi perfettamente ingestibili. Lui si chiede, poverino: è paura, alza la posta o c'è del marcio in Liguria (lei è di Savona)? Tutte domande corrette, salvo che il principio di non contraddizione è saltato da tempo e il nostro eroe si trova nella situazione detta del roveto: in qualsiasi direzione si muova, si punge o rimane ancor più coinvolto. Ad un certo punto, però, introduce l'argomento aureo, quello che consiglia la fuga immediata, su due piedi, a rotta di collo. Pare che lei sostenga che adesso non è tempo, ma poi si vedrà. E se non succederà, allora vorrà dire «che non era destino». A quel punto lo fermo, spiegandogli una banalità che il logico dall'altra parte del filo aveva perduto. Gli ricordo, con dolcezza, che almeno nelle vicende minori, il destino si può determinare. E che lei sta soltanto misurando se stessa, usandolo come un topolino da laboratorio. E che può anche esserci l'eterogenesi dei fini - che le cose prendano una direzione diversa se non contraria alle intenzioni da cui si parte - ma che così tutto assomiglia alla profezia che si autoavvera. Per verificare una possibilità, bisogna verificarla, appunto, con quella che un tempo si chiamava l'umana conversazione. Che vuol dire parlare e vedersi e fare all'amore e tutto il resto. Altrimenti, la risposta è che sei sul set di Sex and the city e, allora, in ogni caso, conviene cambiare canale. Anche perché la trama, per dirla tutta, manca di suspence.

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