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Scuola Diaz, come sempre in Italia la responsabilità non esiste. Stampa E-mail
Di LRCV   
Venerdì 14 Novembre 2008

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Adesso va di moda chiamarla "accountability", la responsabilità politica, la responsabilità tout court di quello che si fa, di quello che si ordina di fare. In Italia è un concetto veramente difficile da affermare, dai livelli più ingombranti delle grandi stragi "di stato" impunite dopo 30 e 40 anni, sino ai disastri delle giunte campane, dagli eterni sconfitti delle campagne elettorali che restano imperterriti ai loro posti sino agli episodi di Genova nel 2001. Con la sentenza di primo grado sui "fatti della scuola Diaz" è arrivata l'ennesima conferma: in Italia chi paga per quello che fa sono solo gli ultimi, le mezze figure, gli straccioni, i braccianti, i morti di fame che rubano per disperazione. Per quasi tutti gli altri, comandanti, mandanti, grandi vecchi e piccoli stronzi, la responsabilità in Italia, semplicemente, non esiste (AC).

L'articolo di oggi su l'Unità.

Undici ore di camera di Consiglio. Poi il Tribunale di Genova, presieduto da Gabrio Barone, ha emesso la sentenza contro i 29 agenti e dirigenti della Polizia di Stato accusati della mattanza alla scuola Diaz: solo 13 condanne. E l’assoluzione per i vertici della polizia. In Aula scoppiano le urla: gridano «Vergogna, vergogna».

Il Tribunale ha assolto per non aver commesso il fatto 16 imputati tra cui Francesco Gratteri (attualmente direttore del Servizio anticrimine), Giovanni Luperi al vertice della Iasi, cioè i Servizi segreti, e Gilberto Caldarozzi, attuale direttore dello Sco e insieme a loro gli agenti Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro. Per ognuno di loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Il Tribunale ha assolto inoltre per non aver commesso il reato o perché il fatto non sussiste Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale.

Assolti anche da ogni responsabilità Massimo Nocera, Maurizio Panzieri e Salvatore Gava. Nocera era accusato di aver simulato un finto accoltellamento e il pm aveva chiesto per lui 4 anni di carcere.

Tutte le condanne, in sostanza, riguardano il settimo Nucleo mobile di Roma a cominciare dal suo capo dell'epoca, Vincenzo Canterini, che ha preso 4 anni, 2 anni a Michelangelo Fournier, ex vice di Canterini; 3 anni a Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emilio Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Tre anni anche a Pietro Troiani; due anni e sei mesi a Michele Burgio; un mese a Luigi Fazio.

La notte del 21 luglio 2001 agenti del settimo nucleo del Reparto Mobile di Roma e altri di altri reparti fecero irruzione nel complesso scolastico Armando Diaz e Giovanni Pascoli, che era il quartier generale dei no global. La difesa ha sempre sostenuto che l'azione fosse diretta ad arrestare gli autori delle devastazioni che migliaia di manifestanti avevano compiuto in città, per l'accusa sarebbe stata una specie di rivalsa voluta dai vertici della polizia che non erano riusciti a tutelare l'ordine pubblico.

Nella scuola furono malmenati e arrestati 93 giovani, poi liberati perché contro di loro non c'erano prove. I poliziotti furono accusati di falsificazione delle prove: le due molotov, i picconi e le spranghe esibiti come tali, secondo l'accusa, sarebbero stati rispettivamente trovati nelle aiuole di corso Italia e in un cantiere aperto nel complesso scolastico. Secondo gli avvocati difensori, però, le presunte falsificazioni sarebbero state causate dalla fretta e dal disordine di quei momenti.

La questione centrale del processo è stata quella di accertare le responsabilità personali di ciascuno degli imputati e provare se le violenze commesse siano state il frutto di un piano di azione deciso dai superiori. L’assoluzione dei vertici della polizia, però, come ha immediatamente detto l’avvocato di Troiani «smonta il teorema della Procura». Dal processo sono nate altre tre inchieste: una contro l'ex questore Francesco Colucci, accusato di falsa testimonianza, con il coinvolgimento dell'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro; la seconda per la sparizione delle bottiglie molotov, smarrite nella questura genovese; una terza per l'identificazione di un poliziotto ripreso nei filmati dell'irruzione e riconosciuto dal pm durante un'udienza tra il pubblico.

I pm avevano chiesto 110 anni di reclusione. A sciogliere gli ultimi dubbi nei giorni scorsi era arrivato un filmato girato nella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001 nella scuola Armando Diaz da un operatore Rai e depositato dalle parti civili lo scorso ottobre. In particolare, alcune fotografie estrapolate dal documento, sono state usate per un'inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: si riconoscono il cortile della Diaz e le sagome di alcuni funzionari di polizia - il cosiddetto "conciliabolo" di cui si è parlato in fase processuale, a cui avrebbero partecipato i poliziotti più alti in grado - Luperi, Gratteri, Troiani e altri - e sullo sfondo, vicino alle finestre della scuola, il profilo di uomo evidenziato con un cerchio rosso.

L'uomo è ripreso di spalle, è in borghese, indossa un casco protettivo e tiene un sacchetto azzuro nella mano sinistra. Accanto, una didascalia in inglese: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». È lui, secondo i giornalisti britannici, la chiave delle indagini, il personaggio più volte evocato nel processo: l'agente della Digos di Napoli che avrebbe introdotto nell'istituto le bottiglie molotov, la regina delle prove false che ha fatto scattare polizia, massacro e manette.

Ma c'è anche un altro video, pubblicato in esclusiva sul sito de l'Unità, che ripercorre e documenta quei drammatici momenti.
In quelle ore - secondo quanto emerso in tribunale -  Pietro Troiani, la persona per la quale è stata chiesta la condanna più pesante (5 anni),  vice questore aggiunto di Roma, ordina al suo assistente Michele Burgio di portare alla Diaz e di consegnargli due bottiglie molotov, che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione. Burgio obbedisce, e porta alla Diaz le bottiglie incendiarie. Il materiale finisce nelle mani di una poliziotta e poi a un misterioso ipettore della Digos di Napoli, fino ad ora ancora non identificato.

Le molotov, che il nostro codice penale equipara ad armi da guerra, spariscono misteriosamente per poi riapparire su un lenzuolo che raccoglie l' «arsenale» sequestrato ai fantomatici eversivi del fronte Black Bloc: coltellini multiuso, le sottili anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, il tutto vicino a picconi, mazze rubate da un vicino cantiere. Insomma, tutte le presunte prove racimolate ad arte per giustificare il crudele pestaggio a freddo, che Michelangelo Fournier, nel 2001 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, durante una sua deposizione definì una «macelleria messicana».

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Commenti
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Simone  - Stato di diritto   |62.211.134.xxx |15-11-2008 12:25:26
Il signor Inglaro, padre di Eluana, a proposito della sentenza che riguarda sua figlia ha detto che quel risultato è la conferma che viviamo in un vero stato di diritto. Mi duole non essere d'accordo con lui, alla luce di quello che invece quest'altra sentenza stabilisce: se hai una divisa, puoi impunemente massacrare a bastonate un indifeso. E' per cose del genere che ci si dive vergognare di essere italiani, non per le barzellette del primo ministro.
Gabriele Cartasegna  - Chi mal comincia...   |87.2.150.xxx |15-11-2008 21:52:44
Mi spiace ma dissento dall'articolo, e lo considero fuorviante fin dall'introduzione. La responsabilità penale in Italia esiste eccome, ma grazie al cielo è personale (lo dice la Costituzione), e non rileva a nessun fine penale nè la responsabilità oggettiva nè quella che voi chiamate "responsabilità politica". La prima, per l'appunto, non può fondare un processo, perchè se tra un fatto (come quelli della Diaz) e il suo presunto autore non è provato un nesso di causalità oltre ogni ragionevole dubbio nessun giudice può azzardarsi ad emettere una sentenza di condanna. La seconda, quella politica, non è appannaggio dei tribunali, e nessuno può essere chiamato a risponderne davanti a un magistrato: le responsabilità della politica (anche in fatti gravi come questi) sono accertate ogni 5 anni (o meno...) dal popolo sovrano. Anche questo sta scritto nella Costituzione, e non entro nel merito delle indagini e della sentenza. Di "stragi di Stato" e altre simili amenità, per favore, smettiamo di parlare.

Cordialmente,
GC
AC  - Responsabilità     |94.36.199.xxx |16-11-2008 10:36:37
Egregio signor Cartasegna
può darsi che lei abbia ragione. Può darsi che giuridicamente il suo discorso non faccia una piega, non sono uomo di legge e questa non è la rivista dell'ordine degli avvocati. Appena ha richiuso il codice penale, però, parliamo da uomini? da esseri umani intendo?
A lei pare che la sentenza renda giustizia di quanto è successo quella notte nella scuola Diaz? A lei pare normale che centinaia di uomini che dovrebbero occuparsi "dell\'ordine" entrino in una scuola dove dormivano decine di persone come me e lei, le massacrino spaccando teste, mani, braccia, ne arrestino buona parte senza motivo? Le pare normale che poi si inventino molotov e bastoni per giustificarsi? A lei pare normale che tutto questo accada in una democrazia? Se lei è convinto che basti quella sentenza a spiegare cosa è successo, a dirci chi l'ha deciso, a scovarne la responsabilità (la definisca come vuole se "politica" le sembra scorretto), io no.
La scusa ufficiale per quel massacro fu la soffiata secondo cui i blackbloc erano lì dentro. Ad oggi nessun black bloc è stato individuato e tanto meno arrestato o condannato. E neanche questo mi basta. Perchè li abbiamo visti tutti e se tutte le forze dell'ordine non sono state capaci di fermarne almeno uno, qualcosa non quadra. Che fossero i famigerati "anarcoinsurrezionalisti" che non mancano mai o degli infiltrati, come suggerirebbe un ex presidente della Repubblica.
Di tutte le persone che dormivano nella Diaz, nessuna è stata poi condannata a nulla. Erano persone innocenti, come me e come lei. Colpevoli solo di essere a Genova, arrivati da tutta Italia ed Europa, per manifestare le proprie idee. Erano innocenti, anche secondo il codice penale.
Cordiali saluti
LRCV  - La lettera di Manganelli     |94.36.199.xxx |16-11-2008 11:28:05
Oggi su La repubblica la lettera del capo della polizia, Manganelli, a proposito della necessità di chiarezza sulla notte della Diaz. Eccola:

Caro Direttore,
leggo che Repubblica si aspettava (anche) dai vertici della Polizia segnali di fedeltà alla Costituzione. Il vertice della Polizia è uno solo. Sono io. Credo perciò di doverle una pacata spiegazione. Metterei intanto da parte il richiamo alla fedeltà alla Costituzione che è assai suggestivo mediaticamente, ma anche questione troppo seria per essere messa in discussione dalla vicenda che trattiamo. Oltre 150 anni di storia, i nostri morti e il lavoro diuturno per il bene dei cittadini di migliaia di persone sottopagate onorano la Costituzione ogni giorno. Non credo perciò che nessuno abbia bisogno di essere rassicurato sulla fedeltà alla Costituzione delle forze di polizia.

Credo invece, e sono d'accordo con Repubblica, che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L'Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali.

Si muove, e si muoverà, inoltre, con i fatti. Dall'inizio del mio mandato, ad esempio, mi sto adoperando per approfondire, e anche correggere, tutte le modalità di intervento "in piazza" anche avviando la costituzione della prima scuola di polizia per la tutela dell'ordine pubblico che sarà inaugurata il prossimo 3 dicembre. Abbiamo ai vertici dei reparti, investigativi e operativi in genere, persone pulite. Dal luglio dello scorso anno, io sono il loro garante e mi assumo, come ho già fatto, la responsabilità per gli errori che possano commettere.

Caro direttore, sto scrivendo l'ultimo capitolo della mia storia professionale e non lo macchierò certo per reticenza, per viltà o per convenienza.

Antonio Manganelli
LRCV  - Il commento di D'Avanzo   |94.36.199.xxx |16-11-2008 11:33:16
È dell'editorialista Giuseppe D'Avanzo il commento, sempre su Repubblica, alla lettera di Manganelli. Eccolo:

Il capo della polizia Antonio Manganelli non si volta dall'altra parte. Non chiude gli occhi. Non sceglie un comodo silenzio. Decide di guardare in faccia la realtà e la realtà è che i pestaggi della Diaz - come le torture di Bolzaneto - sono una frattura tra lo Stato e la società, tra le forze dell'ordine e una giovane generazione. Una macchia nella storia dell'istituzione che governa. È un'ombra incancellabile. Manganelli sembra saperlo, ma dichiara la sua disponibilità a collaborare "senza alcuna riserva" per ricostruire quella "pagina nera" nella convinzione che un'opera di verità possa, per lo meno, evitare che le violenze poliziesche si ripetano in un futuro.

Come è naturale, il capo della polizia non accetta che la sua istituzione possa essere soltanto sospettata di infedeltà costituzionale. Con orgoglio e consapevole dignità, ricorda il quotidiano sacrificio di migliaia di uomini in divisa che fanno il loro lavoro ("sottopagato") al servizio della sicurezza dei cittadini.

E tuttavia Manganelli ha il coraggio di dire quel che, nelle ore seguite alla pessima sentenza di Genova, nessuno nell'establishment ha accettato anche soltanto di ipotizzare: quel che "realmente accadde a Genova" deve essere ancora esplorato, ricostruito, raccontato. La verità di quei giorni di violenza non può essere rinchiusa in un'aula giudiziaria; spenta nella rete delle responsabilità personali e delle sanzioni penali che guidano un processo; soffocata dalle timidezze della magistratura o annullato dai difetti dei codici.

Manganelli rivela quel che, per quanto nella sua disponibilità, ha messo su per migliorare ("correggere") il lavoro di strada dei Reparti Mobile, della Celere, affidati a "persone pulite". In ogni caso, il capo della polizia si assume fin da ora "la responsabilità per gli errori che i suoi uomini possono commettere". Già è accaduto che, dopo "l'avventatezza" omicida di un agente della Stradale, Manganelli si sia assunto la responsabilità della morte di Gabriele Sandri, ucciso un anno fa da un colpo di pistola nell'area di servizio di Badia al Pino Est dell'A1. Uno stile assai diverso dal suo subordinato Vincenzo Canterini, comandante nel 2001 della Celere di Roma e del VII nucleo antisommossa (i picchiatori della Diaz): un ufficiale che, dopo avere gettato il sasso (un'arrogante lettera di velate minacce, di richiami all'omertà di gruppo, di propositi di vendetta), nasconde ora la mano.

Quel che più conta nella lettera di Manganelli sono un paio di righe: "... il Paese ha bisogno di spiegazioni su quel che accadde a Genova e l'istituzione, attraverso di me, si muove e muoverà senza alcuna riserva, non attraverso proclami stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali".

Ora toccherebbe alla politica, al parlamento inaugurare, se non ci sono, quei luoghi istituzionali dove rendere concreta la possibilità di ricostruire - al di là dell'accertamento penale (o nonostante i suoi mediocri esiti) - quel che è accaduto a Genova; come, con la responsabilità di chi, perché si sia aperto nei giorni del G8 un "vuoto di diritto" che ha inghiottito ogni garanzia costituzionale e consegnato la nuda vita delle persone a una violenza arbitraria e indiscriminata.

Dovrebbe essere la politica a battere ora un colpo, ma la scena che si scorge è avvilente. L'opposizione parlamentare appare afona e quando trova la voce, come con Antonio Di Pietro, è soltanto contraddittoria senza imbarazzi (l'Italia dei Valori bocciò la nascita della commissione parlamentare d'inchiesta che oggi pretende). La maggioranza mostra un volto prepotente fino all'insolenza. Maurizio Gasparri rifiuta ogni ipotesi di commissione d'inchiesta: "Non la voteremo mai. La maggioranza non ha alcuna intenzione di permettere una speculazione in Parlamento ai danni delle forze dell'ordine". Il presidente dei senatori della destra non si accontenta di sbattere la porta. Dimentico dei 93 arresti abusivi, delle prove artefatte, dei verbali truccati, degli 82 feriti, dei tre disgraziati in fin di vita, si dice convinto dell'innocenza di Canterini e del VII Nucleo antisommossa (per il tribunale di Genova sono i picchiatori della Diaz). Sarebbe davvero desolante, oltre che politicamente grave per la qualità della nostra democrazia, se la disponibilità del capo della polizia non venisse raccolta; se l'opportunità di ricostruire "i fatti di Genova" non trovasse alcun luogo istituzionale per essere acciuffata nell'interesse di una riconciliazione tra le forze dell'ordine e una generazione. Quale reticenza, quale viltà, quale convenienza potrebbe giustificarlo?
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