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Il coiffeur de Paris

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Sopra un tiro a quattro viene avanti un esule con la erre moscia

Chi viene avanti in una nube di corrucci? Un esule con la erre moscia, sopra un tiro a quattro, avviluppato in scellerate sciarpe dove s’imbroncia a mirare lo squallore della contrada dove è giunto. Lodi: agricola civitas! mal bagnata dal fiume Po che non gli netta le croste ed appena sciacqua le case basse, i muri fuori squadra, gli archi zoppi, i portici sgonfi di fieno mal riposto. Strade a biscia, senza fontane, con nugoli di cani sui cantoni, gatti sugli alberi e gazze alle finestre per vituperare i passanti. “Où je suis?” Nessuna risposta dal popolo in braghe lente, ozioso nella piazza a vedere quel maschio in jabot che chiede un hotel in quella plaga senza rifugio e si raccomanda con un biglietto stampato a svolazzi “Sherazade! Eau du bain, coiffeurisme et gran couture.” Ma subito spazientito dai ceffi storti bestemmia per la nostalgia della sua bella Parigi. Paris! Folta di tigli, ricamata di siepi, decorosa per le marmoree dive che dai fontanini zampillano l’amore davanti e dietro. Paris, grand ville di dame in promenade con la ritmata onda dei loro quarti:  Un, deux…! Unos, dos…! Ein zwei… in riga verso il Palais Royale, cuspidiforme gran bicocca, maison de le roi e de la reine, lisette et guépière della galanteria dove l’esule è stato il coiffeur premier, friseur et parfumer, con atelier al piano nobile, avendo ogni lusso a beneplacito, per grazia della sovrana che lo voleva sempre accanto,  se non proprio alla tavola reale in un tavolinetto aggiunto, in usucapione con la sarta. Arrangiamento comodo per la tovaglia lunga che toccando terra celava le segrete avances di lui verso la modista: piè contro piè, senza dare mostra del sotterfugio, nonostante il rosso fuoco di lei quando la mira giungeva un po’ più su. Poiché i due, coiffeur et taieuse, erano il seguito privé della monarca, la quale, per i loro servigi, distanziava tutte le altre dame che non vedevano il risvolto della couture, ignare di come il parrucchiere la pettinava  lasciandola morta dal contento dopo ogni messa in piega. Quanti sorrisi  quando la reina rinveniva: “Grand’homme!” e lo mangiava con gli occhi, e lui pronto : “Servitore di ella.” Intanto le favoriva una merenda di volaille glacè perché entrambi avevano appetito e nella malizia di passarsi il bocconcino da becco a becco, e di brindare dalla stessa brocca s’interrogavano di cuore :”Tu es à moi?” “Bien sure!” “Toujours?” “Jour et nuit!” “Et le jour prochaine?” “Aussi !” “Et le prochaine de le prochaine?” “Aussi de l’aussi!” “Et dans l’eternitè?” Allora il Coiffeur sentiva un brivido che lo faceva smarrire e se la risposta tardava l’amata ingelosiva : “Donc? L’eternitè?” “L’eternitè…que es ce que c’est l’eternitè?” rispondeva il malnato cercando di salvarsi col garbuglio della grammatica. Ma la moglie del re gli metteva un piede sopra: “Giura per l’eternitè!” e lui giurava pur incrociando i diti di nascosto, ma risultando il tono fiacco, un giorno la sovrana sospettò, tramò di spiarlo e fattolo seguire scoprì il formicaio sotto la pietra. Seppe che colui era troppo domestico con la sarta, in un lontano gazebo del parco. Seppe che aveva troppa libertà con le cuoche, per la loro buona pasta. Seppe che assiduamente aiutava le stiratrici a rivoltare le camice, che cantava in doppio con la soprano, che scappava da Paris per pettinare anche in provincia!!! Ma nessuno fiatò del fatto che al ritorno si fermava in via Dei Fiori Chiari bussando da una che invece non lo contentava mai : “Passa domani, anima in pena” e spegneva il lume, e lui per stizza  pisciava contro quella porta chiusa: “Perché non cedi mai?” e con la coda tra le gambe tornava a casa masticando amaro per quell’unica sconfitta. “C’est suffì!” giurò la regina e chiesta udienza al re e beffatolo per gonzo perché si faceva nettare sotto il naso tutte le femmine del palazzo ottenne che il galante fosse esiliato di punto in bianco. “Vada oltre le Alpi con la sua gramigna!” Aih! duro traslocare con tutto il bazar delle sue malefemmine e loro macchine di seduzione: pizzi, volants, crèmes, patisseries, rosolii, gorgheggi, stradivari, sbrazza, poppe, ballons derriére, miagolii, languori e occhi in lacrime! “Dove ci menerai, uccello della nostra primavera?” “In una gora, maledette, che per voi ho perso il regno!” E il povero gallo partì stipato nella staia della carrozza con le sue perverse galline: la sarta, tre cuoche, cinque camiciaie, la soprano e la mezzosoprano  e una di Poisson à Midì. Tutte, ma non quella di via Dei Fiori Chiari che non aveva voluto seguirlo. Colpa loro se aveva perduta la Francia, i comodi, i lussi, i capricci, i negligé. Perduta Paris, cauda et caput mundis, per colpa loro che erano come le foglie, tutte eguali, da per tutto. Restate in Francia, oche padovane! E giunto sull’orlo di un burrone, in quel bassofondo rovesciò la feccia, turandosi le orecchie per non sentire i gridi di quelle dame che rotolavano giù, per sempre.

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