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Ciò che resta dei fulmini

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Terzo esercizio di lettura dal Ludovico Settala del Manzoni.

Gli occhi chiusi, le mani che tremano nelle mani, le bocche  che balbettano, il Ludovico Setttala e la contabile della Vetreria di Colico giurano di fuggire. Sia come sia! Domani, nel buio dell’alba, all’Angelus, quando arriva il postale per Lecco, Magenta, via Boffalora sul Ticino. I biglietti li ha già in tasca lui
assieme ai soldi delle false lenti. Bagagli… quelli che servono per cominciare una vita. Poi si vedrà. Per tutta la notte piove, fulmina, e tuona. Rintocca l’Angelus. La contabile smunta contro la finestra perché la carrozza non si vede. Nella piazza il Protofisico è annichilito sotto l’ombrello zampillante torrenti di pioggia dai suoi becchi. Che fine ha fatto la vettura? L’acqua diventa burrasca. I lampi fuoco dell’inferno. Quando non c’è più speranza arrivano i cavalli  bruciacchiati dai fulmini. In fretta s’imbarcano le poche anime dei viaggiatori, due mercanti e una levatrice, già fradice fino all’osso. Ultimi il Protofisico e la sua amata che non si guardano per apparire stranieri a sé stessi. Il vetturino suona la tromba. Replica una ridda di fulmini. Nel viaggio il Ludovico Settala rumina sopra un vademecum aperto tra le mani cosi accosto al viso che nessuno capisce chi è. Di fronte a lui, e non di fianco perchè non si sospetti che viaggiano insieme, anche la fuggitiva si copre il volto con le mani nella finta di rispondere al Rosario che gli altri viaggiatori bisbigliano spaventati  per l’accanimento dei fulmini : saette a Premana, lampi a Dervio, tuoni a Piona. Kyrie eleison ad ogni svolta. Sancta virgo, Mater Christi, Speculum Justitiae…… ma in località Orrido di Bellano una lingua di fiamma scoppia tra le gambe dei corsieri che s’impuntano come statue equestri immobili per sempre. Il vetturale fuma zolfo dalla testa ai piedi. La strada è svanita. Solo diluvio che scrolla dalla montagna e straripa dal lago. D’improvviso i cavalli voltano a manca sulla strada per la Valsassina. Il vetturale bestemmia perché non si va di lì.  Un tournichè, due tournichè. Al terzo tournichè  si erge un muro d’acqua. Il torrente Pioverna è fuori dal suo letto in una cateratta di alberi divelti e masserizie trafugate. Il cocchiere si segna: perirà col suo legno! Così sia! La Pioverna si beve d’un fiato le bestie e l’equipaggio. Amen! Tutti annegati: il cavallante, i mercanti, la levatrice, la poverina che sperava di fuggire. Unico salvo il Protofisico che nel rigurgito della corrente annaspa come un matto e  chiama a perdifiato colei che ha sempre nominato solo a sussurri e che ora, nel tumulto delle acque, sente allontanarsi  per sempre, dalla luce al buio, dalla vita alla morte, nonostante lui si affanni in disperate bracciate per ghermirle un braccio, un lembo della veste, un ciuffo dei  capelli, invece non sgrinfia che rami spezzati e carogne di bestie. Pur con la strozza piena d’acqua, il naufrago continua a gridare: “Dove sei? Chiama se mi senti!”.  Ma risponde solo la corrente che si  torce come chi sogna di morire e invoca aiuto ma invece dei verbi caccia fuori soffochi e rauchi. Il Ludovico Settala schiuma nella deriva finchè dà di cozzo contro il pilone del ponte a Tartavalle, va sotto per la botta, vien su per istinto, vede una fune che penzola, l’abbranca per impiccarsi  e finalmente congiungersi alla mai congiunta amata. Ma non è destino. Mentre lega il cappio, un pescatore col tramaglio lo tira fuori dall’acqua, stupefatto per quello luccio con gambe e braccia che grida: “Lasciami giù!” Pallido come un morto il Protofisico si salva dalla morte ma non dall’Arcangelo vendicatore dipinto sopra l’altare della chiesuola di Tartavalle, dove il poveraccio si è inginocchiato per maledirsi davanti a Dio: Mea culpa, mea culpissima culpa… Il pennuto celeste, benché pitturato, volta la testa spregiando il meschino con tutto il suo sacro cuore. Il Protofisico si strappa i capelli, le orecchie, il naso. Strappa il gruzzolo disonesto che ha cucito nel panciotto e lo scaraventa nell’urna della carità. Invano. L’angelo non gli rimette il lutto di quella donna illusa, quegli occhi spalancati a vedersi annegare, quella  lingua morta nella bocca  che non è riuscita a singhiozzare miserere mei. Il Ludovico Settala si rialza, leva le braccia al cielo: “ Mandami la peste!” ma nessuno risponde. Quella sera, il padrone dell’albergo Malombra di Boffalora resta impaziente in attesa del postale. Aspetta due ospiti preannunciati da una lettera meticolosa. Si chiede una camera con un grande armadio, sette ante, come se dovesse contenere il corredo di una intera vita, un tavolo per  desinare e un tavolino più piccolo, da scrittoio. Due sedie impagliate. Una lucerna. Brocca e catino per l’acqua con decorazioni di fiori, preferibilmente margherite. Il letto grande, il più grande possibile, e alto, molto alto e rivolto alla finestra per vedere  gli alberi e il cielo. Le spalliere del letto di noce scuro con intagli di fiori e frutta. Cuscini in abbondanza, soffici e gonfi, come a disporre montagne e valli dove nascondersi, giocare, prendersi e lasciarsi, prendersi ancora, chiamarsi, cercarsi e infine desiderare il sonno con gli occhi aperti per non sprecare niente della vita, neppure il lume dorato della lampada che dondola al soffio che lo spegne. Ma quella sera nessun postale si ferma a Boffalora, si annusa nell’aria solo il sentore di fulmini ridotti in cenere.

Bibliografia.
Michael Faraday: Ciò che resta dei fulmini. Università di Cambridge, 1860

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