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Storie del castello: tutti in Francia

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Malaria, o peste, o ruggine si abbatte sul regno presieduto dal castello. Colpa del re? Colpa del suo essere così poco umano?

 

Che desolazione le mie cene con la regina! Finito il vino mi alzavo traballando per andare in cantina a prendere un’altra bottiglia. Ma una sera che incespicavo più del solito e sproloquiavo sull’acidità dell’acido solforico, che è più acida dell’aceto, e malamente reggendomi al tavolo puntavo verso la cantina, la regina mi tirò per un braccio: ”Povera me, povera me!” singhiozzava: “Vado io in cantina!” e alzato l’orlo delle sottane si avviò verso la scala a chiocciola che s’inabissa nelle fondamenta del castello. Restai di stucco! Mi lasciava solo con le ombre della chimica e lei si cacciava nel pericolo di scendere in cantina. Giù per la scala in vece mia, per prendere una bottiglia e farmi contento. Mi voleva bene? Bene a un re che non le aveva mai dato una pacca sul sedere? Del resto lei, il sedere l’aveva tenuto sempre schivo, lontano dalle passioni, come un malatino che non deve prendere freddo. Mi batteva forte il cuore ascoltando i suoi passi titubare giù per le scale. Temevo che scivolasse e si rompesse il collo. Ascoltavo i suoi passi, come un orologio che sta per fermarsi: toc, toc… toc! La immaginavo con la candela stretta in due mani per la paura del buio. Toc, toc… toc… poi i passi erano improvvisamente cessati. Cosa fa, perché non scende? Toc, …meno male che scende! Si ferma ancora! Scende…invece, di nuovo, silenzio. Forse prende fiato ad ogni gradino…uno zitto infinito. Forse si è spenta la candela. Perché non chiama? Ssst…nessun rumore dalla cantina! Mai più sentiti i suoi passi. Ricerche ne ho fatte. Il fondo della cantina è coperto di sabbia, se vi si versa acqua immediatamente gorgoglia giù come se un assetato la bevesse. Chi c’è sotto la sabbia? Il popolo che non sapeva niente, non vedendo più la regina consorte cominciò a congetturare: E’ scappata? No, l’han portata via. Macchè è tornata da sua madre. La gente si accalcava sotto il castello: “Non c’è più la regina consorte, dov’è?” Io non mi facevo vedere e stavo zitto rosicchiandomi le unghie. Ma tutti insistevano “Dov’è? Dov’è? Non sarà mica morta?” Per forza dovevo affacciarmi alla finestra: “La regina non è morta, cova.” “Alleluia, alleluia, è in cova!!!”E subito scoppiava un putiferio di scommesse su maschio o femmina, tra bancarelle di krafen e scoppi di mortaretti. Naturalmente polenta e lardo a volontà da mattina a sera e da sera a mattina. Ma dopo nove mesi ancora la stessa fiera sotto il castello: “E’nato?” “No!” “Come mai?” “Mah…” “Allora?” “Ricominciamo da capo.” E giù altri luna park. E così di nove mesi in nove mesi finché sul regno cominciò ad allignare lo sconforto, alimentato dalle predizioni della fine del mondo. “Mille e non più mille!” sussurravano i fattucchieri a pagamento. Ma l’anno mille era passato da un pezzo. A suffragio dell’apocalisse prossimo venturo, nel mio regno cominciarono ad apparire strani segni: ruggini sulle posate, macule sugli specchi, muffe sulle trapunte dei letti. Una notte, il libro che leggevo si annerì, la scrittura diventò incomprensibile, le parole si erano attaccate le une alle altre formando bave di lumaca. Accostai il volume alla lampada, ma la luce si spense. Qualcuno aveva soffiato alle mie spalle? La regina consorte resuscitata dalla cantina? Andai alla finestra rabbrividendo davanti al mio regno sprofondato nel buio. Possibile che non vi fosse una luce, qualcuno intento a giocare a carte, a vegliare un malato? Case sprangate, strade deserte. Neppure un ladro, un assassino! Gli alberi parevano gemere nel vento, ma non c’era un filo d’aria. Poi si inaridirono i frutti: vuote le nocciole, sgonfie le carrube, marce le castagne. Le farine facevano le camole e le camole divoravano le farine. Gli animali affamati smagrivano e dormivano, dormivano e smagrivano. I gatti cascavano dai tetti, gli uccelli dalle nuvole. Il popolo si radunava sotto il castello: “Che succede, oh re?” Io tiravo fuori la testa da un abbaino “Bohhh…” “Come bohhh…? Noi abbiamo paura di morire.” Paura di morire? Io me ne infischiavo della morte. Che venga pure, almeno vedrò un altro mondo. Ma il popolo pestava i piedi: ”Perché dobbiamo morire?” “E’ destino!” “Macchè destino e destino. Andiamo via di qua, andiamo in Francia dove non muore nessuno.” Da soli, ciascuno per sé, due a due, quattro a quattro, in combriccole sempre più numerose i sudditi partivano per la Francia. Li guardavo dall’alto della torre, dove stavo in cagnesco, con le braccia conserte: “Andate, andate! Dalla morte non si scappa!” Ma loro picche! Andavano via carichi di masserizie: valigioni, fagotti, carriole strapiene. Andavano con figli, capre, galline, cani, gatti e si consolavano raccontandosi ciò che si diceva della Francia. Là c’è il re Sole che fa luce anche di notte, c’è la regina che brilla, c’è il pane bianco, c’è il moscato che zampilla. Impossibile morire!

 

Bibliografia
André-Marie Ampère. Studi sulla luminosità del re Sole. Lione, 1830
5033

 

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