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Storie del castello: la cantina

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Defunti i miei genitori, scomparsa la regina consorte, fuggiti in Francia i sudditi sono rimasto come un allocco. Il mio regno è una brughiera selvatica.

 

Mi aggiro spaesato per le strade deserte, mi fermo attonito nelle piazze senza un cane che le attraversi. Metto le mani intorno alla bocca : “Sono il re! Dove siete?” Silenzio. Gli alberi senza uccelli, i tetti senza gatti, i canali senza pesci. Busso alle case. Nessuno! Spingo le porte, entro. Freddo e penombra. Spente le stufe, fermi gli orologi. Le tavole senza un fiore, i letti come catafalchi. Salgo nelle soffitte: vuote! Hanno portato via tutto, spoglie anche le ragnatele che dondolano appese a un filo d’aria. Fuggiti i ragni nonostante la pigrizia delle loro dodici zampe. Torno al castello, arcigno come un ciclope. Salgo sulla torre, mi sporgo tra i merli, guardo il mondo: campagne e risaie senza un’anima, disabitate anche le casupole confinate in fondo all’orizzonte, dove spunta la luna. E’ di nuovo marzo, la terra dovrebbe germogliare, ma non si vede un filo d’erba. Scendo dalla torre, vago per saloni e bugigattoli dove risuonano i miei passi come se camminassi sopra sepolcri di bronzo. In ogni stanza vi sono i miei libri: cartaccia! Il volume dell’acido solforico è rosicchiato dai topi, cacciato sotto un tavolo, dove la scopa raduna lo sporco. Perché non l’ ho ancora bruciato? Cosa aspetto, il fulmine che venga giù dal camino? Lo prendo a calci ogni volta quando rientro a notte fonda dopo essere stato in giro per il regno in cerca di qualcuno che mi somigli. Somigliarmi? Chi, un lupo? Mi guardo nello specchio: magro, arruffati i capelli, un baffo più lungo dell’altro, vaste le occhiaie, la giubba senza bottoni, il colletto slabbrato: chi mi pettina, chi mi cuce, chi mi soffia il lume quando mi corico? Pietà di me! Ogni giorno torno allo specchio, ma ogni volta è peggio. “Perché?” gli chiedo. “Interroga te stesso!” risponde lui. “Io?” “Sì, tu!” Alzo le spalle. “Io non sono un tribunale.” replica lo specchio e si gira dall’altra parte. Resto coi miei crucci: chi s’accorge che sono vivo, se muoio chi mi chiude gli occhi? Lemme, lemme ritorno sulla torre, il solo luogo dove si anima qualcosa: il vento. Non la vigorosa tramontana che arruffa il pelo dei gatti, ma un’aria fiacca, a folate discontinue, come asma. Resto lassù finché rabbuia, poi ridiscendo e riprendo il mio vagare per il castello. Mi fermo davanti alla scala che porta in cantina. Qualche traccia della regina consorte, un bigodino, una forcina? Nulla! Sono smarrito, scendo sul primo gradino. Mi tormento: scendo un altro gradino? No, meglio tornare indietro. La regina consorte non c’è più, perché scendere ancora? Vado in cucina, mi accuccio davanti al camino, attizzo un po’ di brace, sto davanti al fuoco fino alla sera successiva quando ritorno alla scala della cantina. Scendo uno, due, tre gradini…alt! Che fare? Scendo ancora? No, no! Con affanno risalgo sulla torre: nel buio e nel vento. Vorrei chiamare ma temo un biasimo. Mi sforzo e grido. Non parole, ma versacci che le raffiche mi strappano dalla bocca e portano via. D’improvviso…mi pare…laggiù, verso la Francia…una scintilla…balugina…pippia… s’è spenta! Di corsa ritorno giù per gli anditi del castello fino alla scala della cantina. Giuro che scendo! Uno, due, tre… cento gradini. Scendo cauto, duecento, trecento…mille gradini. Mi reggo al corrimano gelato come alla mano di uno spettro. Sono davanti alla porta. Tiro il chiavistello, spingo l’anta, si apre. Guardo nel buio. Ssst… un trepidare di piccoli animali: uccellini, anatroccoli, gattini. Cerco la candela, c’è, l’accendo, fuga di ombre, assalto di guizzi, la fiammella sbanda. Con la mano riparo il lume. L’antro è strapieno di tavolacci, sedie spagliate, trumeau senza alzata, alzate senza cassetti, sofà sgraffiati, lanterne cieche, cannule per suffumigi, arcolai, fusi, gabbie per uccelli, trappole per faine, banderuole segnavento, damigiane, orci, lambicchi, lenze, cordami e garbugli di filo di ferro da non lasciare alcun spazio sul suolo se non poche spanne di sabbia fradicia sulla quale cado in ginocchio e mi chino fino a posarvi l’orecchio. Ascolto! Un sussurro? La regina consorte? Lei che mi chiama? Dopo il gran tempo trascorso? Da dove chiama? Adagio, adagio comincio a scavare. Le mie mani affondano nel limo madido che si stempera. Scavo,scavo, giù fino al gomito, fino alla spalla, caccio la testa nel buco e prima ch’io soffochi riesco a chiamare: regina consorte! Qualcuno risponde? Sì, no, sì… non una voce, ma un sospiro. Scavo con più lena, calandomi nel cunicolo fino alla cintola, chiamo ancora: altro soffio risponde. Scavo finchè dal fondo della sabbia trepida un pigolio di uccellini, un qua qua di anatroccoli, un miao di gattini. Le bestiole della regina consorte! Cuccioli, infreddoliti, affamati. Cosa serve? Batuffoli di lana, mangime? Pissi, pissi…croste di formaggio, patate bollite, miglio, crusca…pissi, pissi. Improvvisamente, più nulla. Di colpo, buio. Chi ha soffiato sulla candela? Ho sognato?

 

Bibliografia

Mefistofele Stradivarius, “Gli abissi dell’Inferno al tempo dell’Apocalisse”, Valle di Giosafat, senza data.

 

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