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valigia

Anna Karenina

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Ubbidienti alla richiesta affissa sulla porta gli studenti hanno portato qualche testimonianza della loro solitudine.

Ecco un altro racconto sul Maestro e la sua scuola per anziani che frequentano le lezioni nella speranza di apprendere qualcosa sul loro prossimo destino ultraterreno. Sebbene viva ai margini del bosco il Maestro non sa nulla delle piante e delle erbe e poco o nulla degli uccelli e dei piccoli animali . Il Maestro è come un albero tra gli alberi: cosa sa il faggio del suo vicino olmo? E la talpa del fringuello? Invece conosce i rumori della notte che si interpongono al fruscio delle pagine dei suoi libri. Cade una mela dall’albero con un tonfo attutito dal suolo erboso. Chi è? Un frutto che cade o un passo che si avvicina? Alita un filo di vento e la scala di legno che sale al piano di sopra scricchiola. “E’ Lei?” “Lei, chi?” “Anna Karenina!” Il cuore del Maestro batte più forte: “Anna Karenina, Anna, Anna…!” Il Maestro chiude il libro e vi posa sopra le mani congiunte. La porta della camera di sopra si socchiude. La gatta scende la scala. La bestiola ha lo stesso passo leggero di Anna Karenina. Anna Karenina è la gatta? Il Maestro chiude gli occhi e aspetta il sonno. Dorme così, rigidamente seduto sulla sedia, il capo posato sulla alta spalliera. Nel sonno sogna di quando era studente. Sogna un difficile esame: lui impaurito davanti al baffuto ispettore che si sporge dalla cattedra minacciandolo col dito: “Perché Anna Karenina non è qua?” Lui non sa rispondere. Tornano nel suo cuore le angosciose interrogazioni di matematica, quando era stato bocciato all’esame di algebra. Torna il suo smarrimento davanti al problema irrisolto nel groviglio dell’equazione scarabocchiata sulla lavagna. L’ispettore sì è trasformato in cinghiale, ora sporge il muso zannuto sotto il suo naso : “Dov’è, dov’è?” “Chi?” “Lei, lei..” Il Maestro si risveglia smarrito. Le mani rattrappite sul libro, le spalle indolenzite dalla lunga postura notturna. Dalla mensola sulla parete la testa del cinghiale imbalsamato lo scruta. Il Maestro aspetta l’alba, si rassetta, fa colazione, poi esce per andare a scuola, sulla riva del torrente. Il Custode della scuola lo accoglie con una intera cuccuma di caffè. Il Maestro spiega al Custode la prossima lezione, essa riguarderà la solitudine. Il Custode spalanca gli occhi. Il Maestro precisa: “La solitudine del bosco, lo stato degli alberi e degli animali che vivono isolati, certi arbusti bruciacchiati dal fulmine, certe vecchie talpe completamente sorde.” Gli studenti dovranno portare a scuola qualcosa che riguardi la loro propria solitudine.” Il Custode affigge il tema della lezione sulla porta della scuola. Il giorno stabilito arrivano gli studenti. Ubbidienti alla richiesta affissa sulla porta gli studenti hanno portato qualche testimonianza della loro solitudine. Una pulce ammaestrata, un timido ragno tremebondo sulle esili zampe, uno scricciolo impaurito dentro una minuscola gabbia, un pacco di vecchie lettere scolorite dalle lacrime che le hanno bagnate, un orologio da taschino su cui è incisa la data del 17 aprile (L’anno è cancellato). Altri sono venuti senza portare nulla, se non i loro occhi lucidi di pianto. Il Maestro ascolta i racconti dei vecchi studenti. La pulce ammaestrata faceva parte di uno spettacolo di illusionismo. Il ragno aveva vissuto sul ripiano di una libreria. Lo scricciolo aveva fatto il nido nella fessura di un muro di casa dove gli inquilini deponevano la chiave. Le vecchie lettere erano state scritte da un soldato. L’orologio da taschino era appartenuto a un giocatore d’azzardo. Il Maestro ascolta con benevolenza, unendo i suoi sospiri a chi sospira. Poi invita gli alunni a raggiungere i loro banchi, a inginocchiarsi e pregare. Le orazioni ronzano come sfinite mosche invernali. Terminate le preghiere il Maestro si prepara ad un insolito cerimoniale. Nella silente attenzione della classe toglie dal taschino la penna stilografica e la depone sulla cattedra. Poi prende dal suo portamonete una moneta d’argento che ha avuto corso molto tempo addietro e la posa accanto alla penna. Dalla tasca interna della giacca estrae gli occhiali. Grosse lenti con montatura di tartaruga; e li allinea agli altri oggetti. Quindi si scioglie la cravatta, si strappa i bottoni del gilet, si slaccia le stringhe delle scarpe ponendo tutto sulla cattedra. Si toglie la giacca, il gilet, la camicia, la maglia. Resta a torso nudo, con le bretelle che gli si incrociano sul petto e sulla schiena. Quindi si toglie le scarpe, ma prima che sia nudo del tutto accorrono alcune vecchie studentesse coprendolo con i loro scialli. Il Maestro è in piedi dietro la cattedra, ha posato le mani sul ripiano in mezzo a tutto ciò di cui si è spogliato. In atto di preghiera leva il viso verso il soffitto. Vorrebbe guardare oltre mentre bisbiglia: “Anna Karenina…” Intanto l’acqua del torrente precipita fragorosamente nel fondo valle allarmando gli scoiattoli delle rive che restano ritti sulle zampette posteriori come se anche loro fossero in attesa di una apparizione. “Chi ha visto Anna Karenina?”

 

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Annotazione.

Anna Karenina è sparita nell’infinito gelo della Siberia, in quel territorio che sulle pagine del mio atlante non ha alcun nome di città.

 

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25 ottobre 2011

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