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Maonomics, la Cina secondo Loretta

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Una critica serrata della Napoleoni al capitalismo occidentale, il suo inesorabile declino, e una esaltazione appassionata del sistema cinese, tenendo d'occhio le sue carenze dal punto di vista della democrazia e dei diritti umani.

I

l titolo giusto avrebbe dovuto essere “DengXiaonomics”. Ma sarebbe stato impronunciabile (specie in tempi di rozzezza linguistica). “Maonomics” è più snello e facile ma non c’entra niente (qualche giovane penserà addirittura a una economia dei gatti).

Infatti, in questo libro brillante, documentato, con una visione a 360 gradi, (Maonomics, RCS Libri, Milano, 2010, pp.376), L’economista Loretta Napoleoni ci parla della grande trasformazione avviata in Cina da Deng Xiaoping negli anni che vanno dal 1978 al 1992, ben diversa e per certi versi più rivoluzionaria del precedente, disastroso "grande balzo in avanti" di Mao Zedong.

L’autrice sintetizza questa rivoluzione molto chiaramente alle pp. 67-68: “Il primo passo diventa riportare il profitto al centro dell’economia... Alla fine degli anni Settanta Deng sa bene che la lotta di classe appartiene al passato... Gli servono strumenti diversi, quelli dell’economia di mercato. Paradossalmente, solo così potrà compiersi l’opera iniziata da Mao... e anche quella di Marx: superare lo stadio della dittatura del proletariato per dar vita a una società nuova e moderna. Ecco dunque la ricetta della nouvelle cuisine di Deng: il marxismo in salsa capitalista”.

Nel corso della lettura il testo acquista una impronta sempre più politica, un po’ alla Naomi Klein.

E' una critica serrata al capitalismo occidentale, di cui mette in evidenza l'inesorabile declino, e una esaltazione appassionata del sistema cinese, sia pure con qualche colpo di freno, richiamando le persistenti carenze di quest’ultimo dal punto di vista della democrazia (in senso occidentale) e dei diritti umani.

A questo scopo cita alcuni casi estremi, come quelli dell'Islanda, della Scozia, dell'Argentina, del Cile, della Russia, come dimostrazioni della degenerazione capitalista, ponendo costantemente in dubbio la maggiore democraticità del mondo occidentale rispetto al modello cinese. Considera quest'ultimo una democrazia imperfetta, piena di difetti, ma sulla strada di un sicuro miglioramento. Arriva a giustificare i fatti di Tien An Men, con un opinabile ragionamento circa i danni che sarebbero derivati anche all'occidente se quei fatti non fossero avvenuti, e in particolare una invasione dell’Europa da parte di milioni di extracomunitari cinesi affamati!

Nessun cenno ai sistemi di matrice socialista e liberaldemocratica europei e alla loro evoluzione, alla cosiddetta “Terza Via” giddensiana, che ha trovato in Italia un ispiratore come Norberto Bobbio e una traduzione politica nella stagione dell’Ulivo. Al contrario, un attacco durissimo a Blair come campione della manipolazione occidentale delle informazioni, descritta quasi (e forse senza quasi) come peggiore della censura cinese.

Oggettivamente, è difficile contestare le critiche che la Napoleoni fa al sistema capitalista. Ma l’esaltazione del “marxismo in salsa cinese” come una macchina che non solo funziona, ma in via di continuo e sicuro miglioramento merita qualche riflessione sulla base di scenari di lungo termine.

Io credo che, al di là dei meriti e dei demeriti dei diversi sistemi politici ed economici, sia in atto uno tsumami provocato dalla globalizzazione, che fa del mondo un sistema di vasi intercomunicanti ormai privo di chiuse, che riequilibra il “troppo pieno” (l’occidente e il nord) con il “troppo vuoto” (l’oriente e il sud).

Non vi è dubbio che la Cina, facendo tesoro anche dello sviluppo delle “tigri asiatiche” (Taiwan, Sudcorea, Singapore, Hong Kong), abbia mostrato un grande equilibrio nel gestire la transizione da paese sottosviluppato a potenziale paese leader mondiale.

Merita di essere ricordato il fatto che la riduzione della fame nel mondo, una delle quattro libertà rooseveltiane, è in gran parte il frutto dello sviluppo economico cinese,

Ma, com'è noto, il futuro è imprevedibile. Non sappiamo se alla leadership USA si sostituirà quella cinese, secondo le esperienze del passato o, come sembra auspicare la stessa autrice, ci stiamo avviando verso un mondo multipolare. Forse è vero ciò che afferma Fukuyama, che negli eventi recenti dei Paesi arabi vede una conferma della sua tesi della "fine della storia", come gravitazione di tutti i sistemi politici verso il sistema democratico, pur tuttavia con sussulti e arretramenti contingenti.

Quanto alla Cina, nella sua piuttosto agitata storia millenaria, non sempre ha seguito lo spirito di saggezza, equilibrio ed armonia predicato da Confucio e che sembra ispirare la nuova classe dirigente del PCC. Ragion per cui il futuro del grande “Paese di Mezzo”, nella sua marcia verso la democrazia, potrebbe riservarci ancora grandi, e speriamo non troppo sconvolgenti, sorprese.

Il pericolo sta sempre nel predominio di oligarchie economiche e politiche, comunque e dovunque, di poteri che rendono conto solo a sé stessi, preoccupati solo della propria conservazione ad ogni costo.

Per questo resto dell’idea, espressa a suo tempo da Churchill, secondo cui i sistemi democratici occidentali (e soprattutto europei) siano i peggiori sistemi di governo, fatta eccezione per tutti gli altri. E condivido la posizione di Luigi Einaudi, nemico di ogni forma di censura, secondo cui solo dal libero confronto delle più diverse versioni dei fatti il cittadino può e deve costruirsi le proprie idee.

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