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Lavorare tutti, lavorare meno. Vale ancora?

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Il sociologo De Masi immagina un futuro nel quale il lavoro esecutivo (salariato) occuperà un numero di ore sempre minore, a favore dell’ampliarsi delle ore dedicate a  quello che egli chiama “ozio creativo”

 

Dai tempi dell’invenzione della ruota ad oggi, l’uomo ha sempre cercato di creare strumenti e metodi capaci di consentirgli di faticare meno, o di fare le stesse cose con meno braccia.

Negli ultimi secoli la velocità dell’innovazione (perché di questo si tratta) è andata progressivamente accelerando, arrivando negli ultimi anni ai ritmi parossistici che hanno ispirato al  sociologo Zigmunt Bauman  il concetto di “società liquida”.

Se si  descrivesse a un marziano questo processo, senza fargli vedere ciò che avviene realmente sulla terra, egli immaginerebbe una   umanità  che ormai lavorerebbe poche ore al giorno per soddisfare i proprio bisogni, e dedicherebbe tutto il resto del tempo ad attività piacevoli e “inutili”, come Aristotele definiva la filosofia.

Quello che vediamo invece noi mortali, calati nella realtà, è ben diverso:  assistiamo a una situazione ben strana: ci sono miliardi  di persone costrette a lavorare con ritmi massacranti,  al punto di coinvolgere in questa infernale  necessità  anche bambini. E contemporaneamente altri miliardi di persone che non fanno nulla o quasi, pur chiedendo  disperatamente di lavorare per poter sopravvivere.

Alcuni anni fa, “lavorare meno, lavorare tutti” era diventato uno slogan di moda dei movimenti post sessantotto (1).

Nell’Europa del benessere (il welfare) le 35 ore di lavoro settimanali erano  diventate un obiettivo considerato raggiungibile. Ma fu come la vicenda  di Sisifo: non appena portato il peso al vertice, questo è rotolato giù dall’altro lato della collina.

Ben presto l’obiettivo è stato dimenticato. In parte  a causa dell’affermarsi di un liberismo senza freni, ma soprattutto perché l’occidente cominciava a perdere colpi nella competizione globale. I paesi emergenti infatti hanno cominciato ad invadere il mondo con i loro prodotti, grazie a  costi e  condizioni  di lavoro incomparabilmente più bassi di quelli occidentali. E questi ultimi sono stati costretti in qualche misura ad allinearsi, incidendo nella carne dei diritti che i lavoratori si erano guadagnati in lotte secolari.

In Italia, ben poco si ricorda il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti”. Lo ha fatto  recentemente in una intervista il sociologo Domenico De Masi, che al tema del lavoro dedica da sempre le sue ricerche e il suo insegnamento. Egli immagina un futuro nel quale il lavoro esecutivo (salariato) occuperà un numero di ore sempre minore, a favore dell’ampliarsi delle ore dedicate a  quello che egli chiama “ozio creativo”.

Un concetto analogo è immaginato da Wolfgang Sachs e Marco Morosini del Wuppertal Institut, centro internazionale dedito agli studi sul clima, l'ambiente e l'energia. Nel loro recente libro Futuro sostenibile (Edizioni Ambiente, 2011) essi parlano di “lavoro intero”, cioè  comprensivo, oltre che del lavoro  salariato, del “lavoro non monetizzato svolto per sé, per la famiglia e per l’impegno sociale e di assistenza”.  

Utopie? Ebbene: sempre secondo questi autori in Germania queste ultime attività assorbono già attualmente 96 miliardi di ore all’anno contro  i 56 miliardi di ore del lavoro monetizzato.

Ed ecco la loro proposta: dare ulteriore spazio alla “economia della vita” (come essi chiamano il lavoro non monetizzato) riducendo il lavoro salariato fino a 1300 ore annue, pari a 30 ore per settimana. 

Ma è evidente che una regola di questo tipo non è adottabile soltanto in uno o in alcuni paesi, perché la loro competitività internazionale si ridurrebbe drasticamente.

Allora essa dovrebbe essere imposta a livello globale, da istituzioni come l’ONU o l’Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO).

Non vi è dubbio che l’applicazione effettiva di una norma del genere incontrerebbe enormi difficoltà, specie nei paesi in via di sviluppo. Ma essa dovrebbe essere comunque acquisita al livello della Dichiarazione universale dei diritti umani, inserendo   l’eccesso di ore lavorative tra le pratiche vietate (come il lavoro infantile) in quanto lesive della  dignità dell’essere umano.

Da molto tempo si parla di una Tobin Tax, così chiamata dal nome del premio Nobel per l’economia James Tobin: una tassa finalizzata  a colpire, rendendole meno convenienti rispetto agli impieghi nell’economia reale, le transazioni sui mercati valutari, penalizzando soprattutto  le speculazioni valutarie a breve termine, che producono ricchezza per alcuni a danno per altri senza generare  alcun valore effettivo. La sua applicazione incontra notevoli resistenze, anche comprensibili se non legittime (2).

Ciò non toglie che, a mio parere, a una tassa del genere si dovrà alla fine arrivare, magari in modo progressivo, su scala globale.

Lo stesso dovrà valere  per l’orario di lavoro.

 

 

1 La prima pronuncia dello slogan è attribuita ad André Gorz, critico del lavoro salariato. Crea turbamento il pensiero che André Gorz si suicidò insieme alla moglie gravemente malata, e che Lucio Magri aveva intrattenuto stretti rapporti umani e culturali con lui.

2 Recentemente il Primo Ministro britannico Cameron, parlando ai Comuni, ha fatto notare che la Tobin Tax, se imposta dall’Unione Europea, colpirebbe per l’80% l’economia britannica, ormai in gran parte fondata sui servizi finanziari. “Sarebbe come proporre alla Francia una tassa europea sui formaggi”, ha dichiarato.

 

Comments:

Commenti 

 
0 #1 Sergio Venezia 2011-12-07 16:12
Il pensiero riportato dal testo di Sachs fa esattamente il paio con le proposte che Francuccio Gesualdi (già allievo di Don Milani a BArbiana) ha esposto al Convegno di Monza "IL LAVORO CHE CAMBIA, IL LAVORO CHE MANCA: OPPORTUNITA' O MINACCE?" Di cui si può trovare ampio resoconto di P.Timpani su questa rivista nella rubrica "Persone". Suggerisco di spostare quel resoconto nella rubrica "Lavori" e di linkare tra loro i due articoli.
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