A Vorrei tifiamo per la pace. Vorrei per una Europa dei popoli, non delle banche.

Vorrei - Registrazione Tribunale di Monza n. 1927 del 24/9/2008 N° ROC 17857 ISSN 2283-3269 Colophon completo

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La donna che osò sfidare la chiesa in difesa della scienza

 

«Qualunque religione, qualunque dogma, è un freno, una gabbia che non permette di indagare liberamente sulle origini della vita e sul destino dell’uomo.» ( Ipazia )

 

E’ uscito in questi giorni il film Agorà di Alejandro Amenabar che narra la storia di Ipazia di Alessandria, figlia di Teone. Si dice che sia “un duro atto d’accusa contro tutti i fondamentalismi religiosi”. Agorà non è un film anticristiano, né un manifesto contro il Vaticano, è una condanna verso la tirannia degli estremismi, da sempre presenti nella storia dei popoli e delle conquiste territoriali.

 

Una figura affascinante, quella di Ipazia, un’eroina illuminata. Una rivoluzionaria per i suoi tempi, in cui il cristianesimo, da religione di Stato dell’Impero romano, si era trasformato nell’unica religione permessa. Avvolta nel suo mantello, Ipazia percorreva, nel V secolo, libera e armata dalla ragione, le strade di Alessandria d’Egitto. Andava parlando dell’Essere e del Bene, dell’inessenzialità delle cose materiali, della fragilità della vita, della bellezza della meditazione ai molti che la riconoscevano maestra di pensiero e di vita.

 

Ipazia venne uccisa, scarnificata con conchiglie appuntite e bruciata perché era scienziata ma ancor più, perché nonostante donna, era libera di parola e di pensiero. Insegnò pubblicamente filosofia, appartenne alla corrente neoplatonica. Parlando in pubblico, infrangeva antiche leggi scritte, sconvolgeva pericolosamente le misere certezze che i capi suggerivano. Era «Atena in un corpo di Afrodite» che, in difesa della scienza, sfidò la chiesa annunciando la Bellezza della filosofia e insegnando a pensare. Proprio lei, una donna! Inventrice del planisfero e dell’astrolabio, seguace della scuola di Platone e di Plotino. Lei, Ipazia d’Alessandria, discuteva con i suoi allievi sui massimi sistemi dell’universo, portando avanti la teoria della perfezione circolare e soffermandosi sui grandi dubbi scientifici.

 

«Con la sua magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura si presentava in modo saggio davanti ai capi della città e non si vergognava di stare in mezzo agli uomini perché a causa della sua straordinaria sapienza, tutti la rispettavano profondamente» (Socrate Socratico)

 

Ipazia trovò i suoi nemici nei cristiani che si rifugiavano nella fede cieca, diventando strumento dei più fanatici che annientarono intere civiltà in nome della verità rivelata.

 

E furono proprio loro che «…aspettarono la donna che tornava a casa da un posto o un altro e la tirarono fuori dal carro trascinandola in una chiesa chiamata Cesarium; le strapparono le vesti di dosso: sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate fintanto che non esalò l’ultimo respiro, squartarono il suo corpo e ne portarono le parti in un luogo detto Cinaron dove la ridussero in cenere.» (Socrate Socratico)

 

Mario Luzi, nello splendido piccolo dramma Il libro di Ipazia, pubblicato nel 1978, ci conduce nella più segreta stanza notturna di Ipazia dove si svolge la sua ultima conversazione con Dio.

 

Sono come sei tu. Perché io sono te./ Te e altro da te”.

Ipazia, colta di sorpresa, oppone resistenza:

Perché ti manifesti ora? Sono stanca/ e mi credevo compiuta.”

Terribile la risposta:

Non lo sei ancora. C’è tutta l’enorme distesa del diverso,/ del brutale, del violento/ contrario alla geometria del tuo pensiero/ che devi veramente intendere”.

Il suo estremo sacrificio ha dato forse voce alla speranza che è di tutti noi, degli sconfitti:

La nostra causa è perduta, e questo lo so bene./ Ma dopo? Che sappiamo del poi?/ Il frutto scoppiato dissemina i suoi grani.”.

Ma non c’è scampo. Ipazia viene trascinata in una chiesa e fatta a pezzi.

Così finisce il sogno della ragione ellenica./ Così, sul pavimento di Cristo”.

 

 

Ipazia d’Alessandria

 

Chi ordina? Chi ordina, dimmi Sinesio?

Qual è la mano di sicario

che ha prescritto il suo tributo?

 

Attenta Ipazia, figlia di Teone

guardati ti prego!

 

La tua lingua numinosa è limo

limo che entra nel solco del mondo

come le acque del tuo Nilo

che lubricidano di nuova scienza la terra d’Egitto.

 

Oh non ha porte, né confini la tua mente universa!

 

Colma di fertilità spiga da te come frumento

e…. tubera di radici

si effonde nel prolungamento di ogni dove.

 

Ipazia d’Alessandria

 

sfila le ali dallo strazio di quella pozza di sangue

che il tempo non ha ancora deglutito con il tuo martirio

e svetta intorno alla mia carne.

 

Fino a quando?

 

Fino a quando muori infinitamente nella tua nominazione

al fuoco e al clamore della luce?

 

Una dopo l’altra

noi

figlie

figlie di altre figlie

siederemo intorno alla tua voce, unica di tutte

per cantare la scienza e la sua nuova albescenza.

 

E sarà nella memoria

nella memoria dell’atto tuo sacrificale

che io mi lascerò sopraggiungere dalle acque

verso il canto delle madri.

 

Come fiore azzurro

che si apre al ribisbiglio della speranza

non mi spegnerò nelle braccia del sole

ma nell’eco di un canto che nessuno intende.

 

Antonetta Carrabs

 

 

 

 

 


 

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