
Francis Bacon al MET di New York
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L'uomo ce la mette tutta a nascondere la sua natura animale fatta di carne da nutrire e destinata comunque alla putrefazione. Spesso mi son perso per ore a camminare per la City osservando le persone, sorprendendomi di fronte al grazioso carosello di facce e stili. Ben nascosti in quegli involucri fantasiosi e mimetizzati da comportamenti consolidati, muscoli e tendini si agitano inesorabilmente nel loro compito giornaliero tutto teso alla sopravvivenza: mandibole si spalancano per divorare cibo, bicipiti scattano a chiamare taxi per correre in ufficio ed addominali si contraggono sui cessi per svuotare le interiora. L'arte contemporanea ha come scopo quello di attingere alla realtà , catturarne una verità essenziale e trasporla in linguaggio estetico per creare un qualcosa di autoreferenziale, svincolato dal concetto di rappresentazione. In questo contesto la figura umana perde d'interesse, visto che l'uomo, dipingendosi più bello di quello che realmente è, costituisce un falso di per sé. Raffigurarlo nell'arte, vorrebbe dire rappresentare una rappresentazione, per cui una doppia finzione, che rovinerebbe il concetto di oggettivamente vero, forza e prerogativa indiscussa dell'opera d'arte. Solo con intuizioni geniali, come nel caso di Francis Bacon, si è potuto recuperare il ritratto nell'arte contemporanea. Bacon ha strappato all'uomo la maschera narcisistica da animale patinato e lo ha colto nella sua vera essenza. Dopodiché ha preso quella verità disarmante e l'ha riproposta sottoforma di agglomerati di carne e mucose deformate che vivono di vita propria all'interno del linguaggio dell'arte. Un procedimento concettuale così lucido e cristallino da fare di Bacon uno dei pittori figurativi più importanti del ventesimo secolo.

Il Met (Metropolitan Museum) ospita attualmente una delle maggiori retrospettive dedicate all'artista. Con 65 opere esposte, è possibile ripercorrere il processo creativo di Bacon, dalle singole 'head' ancora intrise di un certo dramma ridondante fino agli ultimi trittici, dove la schietta poltiglia carnale si plasma a più riprese su sfondi minimalistici. La tecnica è strabiliante: pennellate e velature precise definiscono figure scioccanti ed imprevedibili ma credibili. Nell'arte contemporanea, dove il concetto è tutto, è raro imbattersi in virtuosismi pittorici. Ma nel caso di Bacon, l'idea di reinventare un'anatomia deforme che rispecchiasse la vera natura umana, richiedeva una piena consapevolezza del mezzo pittorico per renderla plausibile. Interessante anche vedere il materiale al quale l'artista si ispirava, come la sequenza fotografica di un incontro di wrestling, in cui, le tensioni muscolari di due uomini nudi, sono immortalate nell'atto bestiale della lotta.
Un unico avvertimento: vedere Bacon, vuol dire essere temporaneamente dotati di una vista a raggi X e, ci vogliono alcuni minuti prima di tornare a quella percezione del mondo superficiale e simpatica, dove il musetto di un cane è tenero perché ha quelle espressioni che sono lo stereotipo della dolcezza ed il volto di una ragazza è bello quando si avvicina ai canoni delle modelle di Vogue. Ma, mi raccomando, la verità è meglio lasciarla nell'arte, chiusa nelle stanze del Met e tornare in fretta a quella superficie patinata che rende sopportabile la vita.

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Commenti
Non avevo mai visto le sue opere dal vivo. L’ho trovato impressionante. Molte tele non mi piacciono affatto (preferisco altri canoni estetici) ma riconosco che probabilmente si sia di fronte al Van Gogh del Novecento. Le mie opere preferite non sono quelle della sua maturità artistica, con la carne che si aggroviglia e i volti fin troppo deformati, quanto le bocche spalancate e cupe degli anni ’50 dipinte in figure inserite in parallelepipedi irreali.
A Milano proiettavano anche una lunga intervista-documentario degli anni ’80 prodotta dalla BBC. Uno spasso, perché Bacon non si prendeva affatto sul serio e diceva con semplicità peste e corna dei suoi colleghi contemporanei (ricordo un giudizio sprezzante su Rothko) mentre rimaneva estasiato dai classici (Velasquez, Michelangelo, ecc.). Non gliene fregava niente delle categorie della critica ma puntualizzava di fronte alle imbeccate tassonomiche dell’intervista tore: «No no, io sono un realista e non vedo cosa possa essere d’altro l’arte. Certo, quello che dipingo sono le cose che vedo io». E vedeva tragicamente bene. Caspita.
Come acutamente suggerisce Nicola, mi ci è voluta qualche ora per riprendermi, dopo aver visto la mostra.