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Nostalgia del futuro. E della politica

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Il nuovo libro di Giuseppe Civati, i vizi della politica (e del PD) e la speranza di tornare a parlare più di persone comuni e meno di correnti di partito

Io di politica non capisco nulla. E non temete, non è il solito discorso di quelli che cominciano le frasi con “Io di politica (di arte, di donne, di calcio, di musica eccetera) non capisco niente” e poi attaccano una serie di “ma” che non finisce più, ammucchiando giudizi a badilate. Io davvero di politica non capisco nulla. perché, davvero, di quello che si intende comunemente per politica mi sfuggono le logiche, i criteri, i meccanismi. Non capisco, per esempio, perché la sinistra oggi sia chiamata “radicale” anche se è molto meno radicale di quanto lo fosse venti e trent'anni fa. Non capisco perché la sinistra, sempre lei, abbia più giornali e partiti che lettori ed elettori. Non capisco perché, di solito, quando si parla di politica si parli di partiti e non di come migliorare il presente. Pensate un po' come sono messo male che ancora penso che la politica a questo serva!

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Preso atto di essere indietro con il programma di studi, ho provato a fare un corso di recupero, quelle robe tipo 40 anni in uno. Ho comprato un libro snello ed economico di un politico molto di moda che ho pure la fortuna di conoscere personalmente (e apprezzare, lo confesso). “Nostalgia del futuro” (Marsilio, giugno 2009, 10 €) è una specie di instant book scritto in vista del congresso del prossimo settembre da Giuseppe “Pippo” Civati, il cui sottotitolo è “La sinistra e il PD da oggi in poi”.
Io non so come siano di solito i libri di politica o quelli scritti da politici, per cui non posso far confronti. Abitualmente mi occupo di cazzate come il Milan, guadagnarmi il pane, pagare l'affitto e far crescere al meglio una figlia. Sta di fatto che ho dovuto raggiungere pagina 79 per cominciare a leggere qualche idea sul cosa si potrebbe fare per migliorare il presente. Siccome il libro di pagine in totale ne ha 120, devo confessare che mi ha un tantinello infastidito sopportare le prime 78 (equivalenti a circa 6,5 euro dei 10 del prezzo di copertina) leggendo di tutte le menate del Partito Democratico, delle sue promesse non matenute, dei burosauri, delle correnti, degli accordi con l'UDC, della rava e della fava.
Meno male che l'autore ha in dote una scrittura molto gradevole, ironica e comprensibile. Meno male, soprattutto, che nelle ultime 40 pagine qualcosa su cui riflettere resta pure a me che di come si odiano Bersani, Franceschini, D'Alema e Veltroni me ne fotto. Meno male, insomma, che Pippo si è ricordato di scrivere qualcosa di chiaro (e tondo) su questioni come la laicità, citando Enzo Bianchi «Lo stato deve essere laico; certo, la società è una realtà plurale, e per questo il fatto religioso chiede di essere accettato tra gi altri nello spazio pubblico. Lo stato, dal canto suo, (…) deve soprattutto opporsi a ogni forma di violenza con cui si vorrebbero imporre idee e convinzioni religiose». O a proposito della stramaledetta questione sicurezza «Per questo è importante che il Pd riparta dalla conoscenza del territorio, dalla partecipazione politica dei cittadini, dalla promozione di misure intelligenti e concrete, dall'intervento contro il degrado urbano, dalla collaborazione fra italiani e stranieri, per migliorare le città (…). Dimostrandosi capace di interpretare i sentimenti dei cittadini senza farsene travolgere, con il cuore in gola».
O, ancora, sull'ambiente «Finché i Comuni vivranno di oneri di urbanizzazione ci sarà poco da fare. Quasi nulla. perché anche gli amministratori più sensibili avranno bisogno di costruire. E di costruire tanto». E poi il lavoro e la questione dell'egemonia culturale lasciata nelle mani di reality e reclame.

Non vale molto, ma io penso che queste questioni debbano occupare molto più tempo e spazio nell'agenda di chiunque si assume il compito di rappresentare altre persone. Sono certo che per  Civati sia già così, ma per il microcosmo politico non lo è. Tutto preso da quell'insopportabile autoreferenzialità che mette al primo posto la propria esistenza e poi quella delle persone che dovrebbe rappresentare. Esagero? Proviamo a contare quanti degli ultimi 100 post del blog di un qualsiasi dirigente PD sono dedicati al partito (a se stessi) e quanti a questioni “reali” (agli altri)?

20090708-civati-libroFra le pagine di “Nostalgia del futuro” torna almeno un paio di volte una questione che mi sta molto a cuore come cittadino e come padre: quella degli esempi, dell'esemplarità. Citando Vittorio Foa «Sono un po' scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro, ossia dell'esaltazione dei valori: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa», o riportando tutto al ruolo della politica «Denuncia e coraggio, questo deve essere il primato della politica. Quello che conta, che fa la differenza. E la proposta è credibile, se è credibile chi la fa. E se si mette in gioco, se non conosce il conveniente, se non assume soltanto il dovere di esserci, ma è lì per fare qualcosa».
Io non so a quanti altri la politica sarebbe meno indigesta se davvero si preoccupasse – in maniera esemplare – di affrontare i “nostri” problemi (e risolverli!), per conto mio mi starebbe molto più simpatica.
Pippo, lo abbiamo già scritto, è ora il braccio destro di Ignazio Marino per la conquista della segreteria del suo partito. A settembre ci sarà il congresso. Sino ad oggi in televisione, sui giornali, sui blog, si è parlato tanto di Bersani e Franceschini, soprattutto come dell'erede dei DS uno, dei Popolari l'altro, si è parlato tantissimo di gggiovani e di vecchi, di nuovissimo e di vecchissimo, degli apparati, delle tessere, delle correnti e degli spifferi. Adesso e in futuro, anche per chi non riesce a riconoscersi in quel partito, è auspicabile che si cominci a parlare di affitti, salari, figli e altre cazzate così. Chiediamo troppo?

 


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