
A Monza erano forti.
Insieme a Varese, la nostra città era considerata una loro roccaforte, soprattutto dopo che a Milano il movimento degli studenti li aveva cacciati dallo storico ritrovo di San Babila.
La loro sede era in Piazza Roma, ed infatti per molti anni sotto l’Arengario ci sono passato solo durante i presidi antifascisti. Una volta che insieme ad alcuni amici ho percorso il tratto finale di via Italia per caso, ho dovuto subire minacce ed insulti, e per fortuna che eravamo in quattro. Poi sono venuti ad aspettarmi sotto casa, e lì è stato peggio.
Eppure erano pochi, cinquanta, cento, non di più i militanti, mentre noi del movimento, nelle scuole, eravamo molti, molti di più, per non parlare degli operai, del sindacato, dei partiti democratici. Però i “matusa†di solito li lasciavano perdere. Sembrava che la loro occupazione principale fosse di imitare gli squadristi degli anni venti: intimidazioni, pestaggi, anche veri e propri assalti di sorpresa alle scuole. Sempre in tanti contro uno. Forse facevano anche politica, noi non ce ne accorgevamo, vedevamo solo un grande impegno nell’impedire a noi di farla, la politica.

Sì perché per noi l’antifascismo era indubbiamente un valore fondamentale ma il nostro impegno era rivolto anche a cambiare la scuola e la società . Alcuni di noi sì, si impegnavano a tempo pieno nell’antifascismo. A volte sembrava volessero giocare alla guerra, a volte erano gli angeli salvatori perché ai manganelli non puoi rispondere con la politica. Era il famoso servizio d’ordine. Ed alla tentazione di rispondere colpo su colpo non credo si siano sottratti.
Eppure i fascisti li conoscevamo, di vista, e loro conoscevano noi. Alcuni erano diventati fascisti (oppure di sinistra) per il giro di amici, per fare la corte ad una ragazza, perché abitavano in un certo quartiere. A quindici, sedici anni si fanno scelte così. Ma poi si cresce, ed allora o si molla, oppure se si resta ci si convince.
Ma poi il riflusso degli anni ottanta colpì anche loro, come se scomparso il movimento non gli fosse rimasto nulla da fare.
Ma oggi ci sono ancora. E’ sempre più evidente negli ultimi anni.
Compaiono sotto diverse forme, listarelle politiche piuttosto che banchetti in via Italia. Se la prendono con gli extracomunitari, facile vero, con i Rom, con gli ebrei… Oops, no, gli ebrei no. Non conviene.
Hanno trovato ospitalità nella destra, a livello nazionale e locale. Hanno contribuito con i loro voti ad eleggere il Sindaco. E lui il 4 novembre 2007 è andato a depositare dei fiori sulla tomba di un gerarca. La città ha reagito, si è di nuovo sentita la parola antifascismo.
Ora sono un matusa. Ma non ho intenzione di lasciar perdere.



































































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SimoneRaul - PCL Brianza
P.S. a proposito Monza era a maggioranza Guelfa o Ghibellina? E contro la "nemica" Milano vinse o perse?... e Voi da che parte Vi sareste schierati? Io, forse, Guelfo!
Il senso della memoria è tutto.
Se a Monza comparisse una formazione guelfa o ghibellina o entrambe, dovremmo capire cosa hanno fatto e cosa intendono fare, e prendere posizione di conseguenza.
I fascisti sappiamo bene cosa hanno fatto, quindi, finché esisteranno, la posizione nei loro riguardi non cambierà !
Se poi si perde la memoria si finisce per prendere le impronte digitali ai bambini.
Ti sembra giusto?
Gimmi
Secondo lo scrittore James Ballard, in realtà stiamo già vivendo nell’era del fascismo,
quello dei centri commerciali; immensi spazi sottratti alla socialità umana, in cui non si è tenuti a pensare ma solo a comprare e consumare. Se al fascismo si da la configurazione che ne dà l’accezione democratica, ovvero un comando coercitivo per uniformare i sistemi sociali, quello del “Regno a venire†lo riporta, magari non proprio catapultato al medioevo, però sicuramente assai posdatato.
La stagione trattata da Gimmi tuttavia è un contesto peculiare, serve principalmente a ricostruire filologia e fornire conoscenza a chi non l’ha vissuto in forma esperenziale.
Posso dire, all’inizio a me, proveniente da un remoto paesino della Calabria dove i giuvanott praticavano gli scontri tribali tra rioni, con tanto di frecce, mazza fionda e cirabottane, mi parve un’attività giovanile demenziale. Poi invece capiì che il tutto si inscriveva in un quadro che viene chiamato lotta di classe, ovvero un fosco marchingegno in cui erano contenuti attentati, terrorismi, stragi, colpi di stato, al fine ultimo di pagare meno gli operai.
E’ difficile stabilire quanta strumentalizzaz ione venne fatta, una cosa certa è che complessivament e solo una infima minoranza si dedicò alla “politicaâ€, che anche allora, come sempre da quando è nata la parola, veniva considerata una “cosa sporcaâ€. Sarebbe stato interessante anche trarre qualche spunto dall’elemento, rimosso, che dilaniò gran parte di questi aggregati, la diffusione dell’eroina. Nell’estrema destra monzese vi fù una vera carneficina di vittime, tanti “picchiatori†finirono tragicamente ai margini, in solitudine, la loro breve vita. E’ noto che negli anni ‘40 furono scientificament e messe in circolaziome la morfina e l’eroina, per sedare le ribellioni del ghetto nero di Harlem. E in Italia negli anni ’70 che cosa è davvero accaduto ?
Pino
Di par mio, in accordo con Pino, leggo la pagina come un fermo immagine di ciò che fu, immagini tratteggiate con lo scopo principale di restituire parte di quel momento lì, a chi, come me, per cause celesti, non l’ha vissuto direttamente.
Apprezzo il messaggio, forte, quasi romantico, di chi non ha lasciato perdere.
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