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Monza un tessuto sociale di mille fili e colori

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Il convegno di Caritas e NovoMillennio su "Integrazione tra italiani e immigrati a Monza nell’attuale momento di crisi"

È la Monza della prima neve che accoglie al Binario 7 una sala diversa dal solito. La maggioranza sono giovani, sono donne, sono donne con il velo in testa, sono giovani studentesse del Liceo Porta e del Dehon.

È la giornata di NovoMillennio e Caritas, che provano a riflettere sull’integrazione e cercano di immaginare Monza come “Un tessuto sociale di mille fili e colori” (il titolo del convegno).

E il tessuto c’è davvero, esposto a fianco al palco dei relatori… e i fili e i colori attraversano tutta la giornata, nella quale ogni relazione è precedute da brevi riflessioni di persone proveniente da tutti i continenti.

Dei tanti temi trattati nell’incontro sull’integrazione - crisi, donne, giornalismo... - ne scegliamo uno: quello sui giovani e integrazione “lavori in corso”.

Quello dei minori, degli adolescenti e giovani immigrati è una problematica che continua a stare sottotraccia, c’è ma non emerge, cresce ma non è presente nell’agenda sociale e politica.

Sono più di un milione i “minori” immigrati (0-18 anni) nel nostro paese e ogni anno sono 100 mila in più dell’anno precedente. In proporzione diminuiscono i “figli” ricongiunti (400 mila) e aumentano quelli nati qui (600 mila), cioè quelli che potremmo definire i nuovi italiani.

Ben 191 le nazionalità presenti nel nostro paese e che rappresentano una pluralità di culture che a differenza di Germania e Francia, rendono potenzialmente più ricca questa presenza e più difficile l’effetto ghetto etnico.

Il primo impatto di questi nuovi e giovani cittadini è quello con la scuola e la strada si fa subito in salita: ci sono quelli che non entrano e quelli che escono presto, quelli che perdono l’anno e quelli che vengono bocciati.

Le statistiche sono chiare: i nuovi venuti sono più in difficoltà dei nostri studenti e l’assenza di un sostegno di ri orientamento peggiora la loro situazione.

E pensare che ognuno di questi bambini o adolescenti parlano almeno due o tre lingue e che almeno per questo dovrebbero essere riconosciuti come una risorsa per la nostra scuola.

Ma è la dimensione soggettiva quella che nei “giovani immigrati” trova le condizioni più di disagio.

Vivono la provvisorietà: non sono ne ancora qui (Monza) né ancora là (paese d’origine). Vivono in prima persona “le rappresentazioni negative” che noi facciamo di una parte di loro: ieri marocchini, poi albanesi e oggi rumeni. Vivono la loro solitudine, di chi non ha scelto di venire qui ma è stato portato dai genitori ed è in difficoltà ad affrontare il nuovo mondo, perché gli stessi genitori sono in difficoltà.

La signora Favaro del Centro Come ha concluso la sua relazione con l’auspicio che per questi giovani si passi dal sentirsi o/o (immigrati o italiani) al sia/sia, cioè in una condizione inclusiva di identità, che permetta loro di non abbandonare le proprie radici ma di sapersi collocare in quelle nuove.

Il secondo intervento su questo tema è stato svolto da Abdel Qader, una giovane studiosa, scrittrice, mamma e mussulmana, che si è impegnata a “smontare” le parole chiave a noi tanto care, per cercare di andare oltre le ambiguità che esse esprimono.

Per Abdel “integrazione” diventa interazione e cooperazione, i giovani di “seconda generazione” diventano “figli di immigrati” e usa l’immagine dell’insalata dove sono distinguibili colori e verdure diverse ma che mescolata offfe poi un gusto migliore.

Racconta di un episodio della scuola Trotter di Milano, dove i genitori hanno creato “lo spazio merenda”. Ogni giorno un genitore a rotazione, organizza una merenda a casa propria con bambini diversi. A lei è capitato che a casa sua, le bambine milanesi, per imitazione e per gioco hanno voluto tutte gioiosamente mettersi il velo. Tentativo di islamizzazzione occulta oppure superamento di tabù che sono solo nostri come adulti?

La sua storia personale di giovane nata a Perugia (ma qualcuno continua a chiedergli ma c’è una Perugia anche in arabia?) ma che solo pochi mesi fa ha potuto - con fratelli e sorelle - avere la cittadinanza italiana dopo 32 anni… Questo piccolo particolare, di diritto negato, gli ha impedito di poter insegnare all’università come avrebbe potuto fare per la sua competenza e le sue lauree.

L’impressione finale è che anche Monza è già nei fatti una città dal tessuto sociale di mille fili e colori ma che nel contempo ci aspetta un grande lavoro di tessitura. E i tessitori multi etnici di Novomillennio e Caritas danno la garanzia di competenza e passione per potercela fare, affinché in futuro questa nuova Monza sia riconoscibile.

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