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Tutta la vita davanti. E dietro.

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A che serve completare un percorso formativo? Come dare senso alle proprie attività? Come crescere e migliorarsi, formarsi in una professione? Domande per un paese che arretra.

V

ivendo ogni giorno a scuola mi interrogo ancor più di quanto non facessi prima sul tema fondamentale del futuro. A scuola, tra i banchi, la questione prende la forma di questa domanda: dove questo percorso di studi condurrà i nostri studenti?
È un tema strano da trattare, a volte angoscioso, perché in un panorama progressivamente più incerto, dai confini sempre meno nitidi, non ci sono risposte facili. Talvolta non ci sono e punto. E non saper rispondere è un'ammissione, non so se mi spiego.

Difficile che sia io a poter dire chi sono i miei studenti, chi saranno, se non posso con certezza dire chi io sono e chi sarò tra cinque anni

Il gioco si complica oltremodo se a farsi le domande è un laureato nell'anno accademico 2007/2008, che non ha ancora trovato una chiara collocazione materiale all’interno del mondo del lavoro: difficile che sia io a poter dire chi sono i miei studenti, chi saranno, se non posso con certezza dire chi io sono e chi sarò tra cinque anni.
Certo i valori, le idee, l’impegno e i numerosi fronti su cui combattiamo nelle nostre vite, i nostri gusti, come ci poniamo e come godiamo del tempo. Sì, tutto vero, questo dice molto di noi, ma è inutile negare che un ruolo fondamentale nello sviluppare se stessi e sé in relazione agli altri l’abbiano da sempre giocato il tempo del lavoro e il proprio ruolo professionale, qualunque essi fossero.
Il meccanismo prima, in epoca moderna - una ventina d'anni fa diciamo - reggeva il gioco: uno aveva delle tappe davanti, più o meno chiare, prefigurate dal proprio contesto di vita; se timbrava il cartellino a tutti i passaggi alla fine saliva le scale e si trovava (più o meno) nel posto a cui all'inizio del suo percorso di studi si aspettava legittimamente di poter ambire. Era una questione  di struttura, ma anche di merito, di valore personale, che si concretizzava in una conseguente posizione sociale: bravo, ce l’hai fatta, ti sei laureato, hai dimostrato di avere determinate caratteristiche e di fatti ti sei affermato anche nel mondo del lavoro.

 

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Il lavoro era anche e soprattutto uno strumento di inserimento e ascesa sociale, di definizione e ridefinizione del proprio ruolo e quindi della propria identità

Banalizzata, certo, ma in media è andata, andava, così. Il lavoro era anche e soprattutto uno strumento di inserimento e ascesa sociale, di definizione e ridefinizione del proprio ruolo e quindi della propria identità in relazione agli altri e all’ambiente di vita.
Oggi il meccanismo s’è inceppato e non regge più il gioco o non più così bene. Arrivare al termine del percorso di studi  intrapreso non genera conseguenze prevedibili ed espone persino a maggiori rischi: fa crollare, insomma, gli steccati mentali in cui siamo cresciuti, che ci hanno condotti, scombina il percorso programmato. Ci hanno detto di salire la scala per cogliere le mele, ma poi, saliti tutti i pioli, ci siamo ritrovati a guardar la pianta ancora dal basso.

Confusi, laureati (magari con ottimi voti), più ricchi di esperienze all’estero, di letture, pieni di possibilità, ma senza un posto, senza un tratto che definisca un poco più chiaramente il nostro profilo. Ora sei qui e fai l’insegnante, il prossimo anno magari metterai le scarpe sugli scaffali di un negozio di sport e l’anno dopo lavorerai come impiegato in una banca. Come dare senso alle proprie attività? Come crescere e migliorarsi, formarsi in una professione? Con che voglia, poi, se il prossimo anno faremo tutt’altro? Che certezze e orizzonti trasmettere a chi sta al nostro fianco o ci sta davanti? Come rispondere, insomma, oggi, alle domande delle mie classi su domani e dopodomani?

 

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Prima uno poteva accontentarsi di un quadro, di una foto: questo dossier è una bella foto della situazione attuale, si diceva. Oggi no. Oggi si parla sempre di flussi, di narrazioni, di racconto, senza raccapezzarcisi troppo, e sapete perché? Perché non c’è più confine, tratto, ruolo, a restare fermo. Tutto ha bisogno di essere colto nel suo veloce volo, nel tempo che si comprime. Noi - che siamo cresciuti ancora nell'epoca dell'approfondimento, col tema caro  (e, certo, anche retorico) delle radici,  del senso che si crea  solo nella lentezza e nella profondità - noi rincorriamo il movimento e tralasciamo, dimentichiamo tutto il resto. Oggi diciamo che non conviene – capito? ‘non conviene’ – laurearsi, facendo passare l’idea che un percorso di studi e approfondimento abbia il solo e unico fine di preparare al lavoro, di garantire una possibilità economica in più. Non più formare cittadini, quindi, non costruire una statura morale, formare pensiero autonomo. No: introdurre al lavoro, creare soldatini più adatti. Ammesso che oggi i soldatini servano ancora.
Noi rincorriamo e dimentichiamo tutto il resto. Il resto che poi è tutto: la vita, che è altro.
È questo uno dei più evidenti segni dei tempi brutti: un paese che arretra.

Comments:

Commenti 

 
0 #1 VALERIA BELLINASO 2011-03-10 01:28
CERTO:
Ignoranti = beoti
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