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Il Peccato originale: non avere successo.

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Riceviamo e pubblichiamo

Capita raramente che si affronti il tema della "natura" e delle ragioni del successo non in mera chiave "dinastica" e un po' da gossip, quindi colgo l'occasione offerta dall' articolo su Vorrei "I - Figli - di", nel quale Pippo Civati giustamente lamenta, tra l'altro, che "La mobilità sociale è un tema da studiosi: nessun politico la pratica".
E ciò è indubbiamente grave, ma anche quei pochi studiosi si curano, sovente, di restituirne la dimensione stattistica più che le conseguenze esistenziali e sociali evidenti.
Nel mio intervento, ospitato anch'esso da Vorrei - "Se la conoscenza non è più un diritto della persona" - ho cercato di inquadrare il problema dal punto di vista della scuola pubblica, che dovrebbe esser leva di pari opportunità ma quasi mai lo è.
Cos'è il talento? Come si costituisce il merito? Cosa determina la sua spendibilità? Ci vorrebbero, al proposito, analisi e proposte: ma sono rare.
Se ne parla e scrive pubblicamente troppo poco, anche se già il fatto che il talento sia sostantivo indicante tanto una qualità umana che una moneta rende evidente la complessità/ambiguità della questione.
Parte del silenzio, del resto, è dovuto proprio al fatto che anche il talento di "parlarne" è prodotto e distribuito in modo diseguale.
Purtroppo la disabitudine a considerare talento e merito anche merci, dunque oggettivamente più disponibili - prendo a prestito le parole da Civati - "ai figli dei figli dei figli. Nei secoli dei secoli", ha favorito la tendenza a contrapporre alle degenerazioni di un certo egualitarismo pseudosocialista l'idolatria vincente della natura essenzialmente individuale di queste entità.
Come fossero un "regalo", anche se non più divino, e non il frutto di rapporti di potere che confliggono sul mercato e, oltretutto, vanno oltre le specifiche esistenze individuali, proprio come le eredità patrimoniali ed ogni altro bene producibile e commerciabile.
L'Unità riportava oggi una citazione dalla Lectio magistralis tenuta da Z.Bauman al World social summit, illuminante per capire il quadro esistenziale e sociale generale nel quale la questione del merito e del successo si pone oggi,
Baumann, essenzialmente, descrive il processo grazie al quale le radici della paura del presente e del futuro, invece di tradursi in legittimo moto di cambiamento, si trasformano in rassegnazione e cristallizzazione.
«Viviamo in un realty ad eliminazione. Se perdi è colpa tua e paghi... Potremmo essere buttati fuori come succede per la legge della sopravvivenza. .. La nostra paura quotidiana viene generata dalla domanda conseguente e la domanda è: a chi toccherà essere fuori la prossima volta? Chi dovrà confessare il perché non è stato in grado di sfruttare tutte le possibilità per vincere... abbiamo sempre paura di non essere in linea con gli standard e di non meritare il nostro destino fino a dover ammettere che la colpa è solo nostra."

Un tempo, mi dico, agli esseri umani si addossava il compito di redimersi dal peccato originale e la religione fondava la propria esistenza sulla capacità di offrire qualche supporto ad hoc. Chi offre redenzione oggi, invece, da questa metabolizzazione di un'inadeguatezza che ha origini ben definibili e viene invece secolarizzata, laicizzata e trasformata in "colpa" individuale"? Ragioniamoci di più e parliamone di questa questione del merito, del talento, del successo e della loro valorizzazione, della loro spendibilità e accessibilità concreta. Non possiamo continuare a far finta che il disoccupato con tre master e il ben occupato incolto per volontà dinastica siano una eccezione o un caso, e lamentarcene invocando correttivi che non vengono mai.
La differenza tra i loro destini si declina in molti e diversi modi, ma costituisce la regola (anche se in percentuale statisticamente diversa), non l'eccezione, qui in Italia come negli USA, come negli ex paesi del socialismo reale.
E se anche questi destini differenti fossero davvero legittimati da "talenti e meriti" diversi acquisiti per via filogenetica, ontogenetica o dinastica, cionondimeno il problema continuerebbe ad esistere, in quanto sono le diseguali opportunità di porre le precondizioni del proprio destino - i saperi, le competenze, le autonomie, le risorse, i desideri, le consapevolezze - a minare alla radice quella gara per l'accesso al successo che poi si vorrebbe definire come leale competizione che garantisce lo sviluppo delle collettività e delle nazioni.
Si parla di rimozione delle barriere che impediscono a chi non è normodotato di vivere una vita esprimendo tutte le proprie potenzialità: ci si dimentica, troppo spesso, delle barriere che impediscono a gran parte degli individui non solamente di esprimere i propri talenti, ma anche di costituirli, nel succedersi delle esistenze.
E, volendo infierire sulla nozione asettica e trascendente del "merito" attualmente diffusa a destra e sinisstra, potrei aggiungere che neppure la rimozione della barriere sarebbe di per se sufficiente a ristabilire equità, se si inquadra il problema in un'ottica di "azioni positive", dunque non solo di rimozione degli "ostacoli a" ma di predisposizione dei "supporti per".
La conoscono bene le donne la differenza tra il rimuovere un pregiudizio e promuovere un'azione positiva, visto che hanno patito e patiscono ddiscriminazioni plurisecolari: ma, almeno, hanno sviluppato una riflessione e un pensiero autonomo al proposito (quello della differenza di genere).
Che si aspetta a seguirne l'esempio?

 

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