Home Persone Persone Di Rienzo (Zucchi): "il ritorno all’insegnante unico è un grande errore pedagogico"
Di Rienzo (Zucchi): "il ritorno all’insegnante unico è un grande errore pedagogico" Stampa E-mail
Di Alfio Sironi   
Mercoledì 29 Ottobre 2008

200811-liceo-zucchi-a.jpg

I
l “Classico” non forma più solo umanisti; i tagli alla scuola come prospettati dall’attuale governo sono un’operazione indiscriminata senza nessuna giustificazione didattica; il mondo della formazione si dirige verso un modello di compartecipazione pubblico/privata sul modello delle Fondazioni; ecco alcune delle idee che il Professor Vincenzo Di Rienzo, Dirigente scolastico del Liceo classico Zucchi di Monza, sostiene in questa intervista. Un ritratto di una scuola che si evolve in mezzo a un quadro normativo confuso dall’alternarsi delle coalizioni di governo e che attende sempre con maggior bisogno una riforma bipartisan.

200811-liceo-zucchi.jpg

Scuole e mondo del lavoro: quanta distanza c’è oggi in Brianza?
I licei sono da sempre incaricati di preparare i ragazzi all’ingresso nelle università. Lo studente che esce dai licei dovrebbe, almeno in linea teorica, ricevere un’istruzione in grado di consentirgli l’accesso ai più disparati corsi di laurea. Ancor più oggi, la formazione del liceo non si può configurare come preparazione al mondo del lavoro e diritto ad entrare immediatamente nello stesso: un titolo di liceo superiore non sarebbe concorrenziale per nessuna posizione lavorativa in Italia e tantomeno all’estero. Per quanto riguarda lo specifico caso del Liceo Zucchi, tentiamo di offrire un’ampia formazione di base perché lo studente possa poi affrontare agevolmente qualsiasi corso successivo: un dato che dall’esterno non viene percepito, ad esempio, è che il 75% degli studenti che escono dal nostro liceo scelgono poi facoltà universitarie tecnico-scientifiche, come architettura e ingegneria, senza riscontrare particolari problemi in fase di inserimento. Questo trend che non vede più lo studente del “classico” indirizzato verso le sole materie umanistiche consolida la propria posizione di anno in anno, e in modo consistente da cinque anni a questa parte.

Secondo il governo l’antico dà sicurezza e il nuovo spaventa, è meno controllabile.

I media parlano molto di Riforma Gelmini: lei che frequenta la scuola da anni come la vede?
Vorrei premettere che, più che di riforma Gelimini, si dovrebbe parlare di “azione di governo”, sono infatti la linea e il modo di questo governo che agiscono nei vari campi del vivere a immaginare un mondo diverso: questo governo ha in mente un’idea di società, e quindi di scuola, diversa. È convinzione di questa parte politica che tornare all’antico sia meglio: l’antico dà sicurezza e il nuovo spaventa, è meno controllabile. Si badi bene, ritocchi e tagli anche nel mondo della scuola sono necessari, abbiamo potuto vedere in questi anni quante università abbiano utilizzato male l’autonomia loro concessa, costruendo corsi prima per occupare il corpo docente e, secondariamente, per formare gli studenti. Anche a livelli più bassi ci sono molti tagli che dovrebbero essere portati a termine. Il punto è la modalità con cui i tagli vengono operati: i tagli che vengono prospettati nella scuola primaria sono tagli indiscriminati, dal mio punto di vista il ritorno all’insegnante unico è un grande errore pedagogico, una scelta che in nessun caso è stata legittimata con motivazioni didattiche. Oggi occorrono più risorse per la mediazione linguistica, l’assistenza agli allievi che presentano situazioni familiari svantaggiate, c’è una maggiore necessità del tempo pieno, è quindi opportuno operare tagli laddove veramente servono e non sull’offerta che diamo ai ragazzi.

Qual è oggi la principale urgenza per la scuola?
I governi di ogni colore che si sono susseguiti negli anni non sono riusciti a portare a termine una organica e necessaria riforma della scuola. Se vuole avere successo una riforma, oggi, deve essere condotta in modo sinergico da entrambe le parti, deve essere un’operazione bipartisan. Questo è l’unico modo per sottrarre la scuola all’alternanza dei governi e alle conseguenti, sempre parziali, modifiche, trasformazioni attuate per essere invalidate qualche tempo dopo. Solo concordando una riforma la scuola può avere linee più chiare e il tempo per perseguirle.
Un altro tema importante è quello economico: se l’economia non si riprenderà e proseguirà in questa lenta discesa dobbiamo prospettarci l’impossibilità di avere ancora scuola pubbliche sostenute dallo Stato. L’attuale sostegno, già ridotto, non potrà essere riproposto fra qualche tempo, sarà quindi probabile una virata verso il modello che caratterizza alcuni degli Stati Uniti d’America: una scuola pubblica riservata solo agli studenti che ne hanno reale bisogno, e una scuola a gestione pubblico/privata che tende al modello delle fondazioni. Un’idea peraltro contenuta nelle disposizioni di legge promosse dall’attuale governo.
Per il futuro è quindi necessario uscire dalla logica della contrapposizione e, per un tema importante come quello della scuola, trovare un’intesa più ampia.

Condividi questa pagina
Digg This! Del.icio.us; Google Technorati Facebook
Commenti
Nuovo Cerca RSS
Ivan   |62.101.75.xxx |04-11-2008 17:14:29
L’idea delle fondazioni pubblico-privato non mi convince.
Mi chiedo: da quali risorse sarebbe formato il fondo di dotazione della fondazione? Da parte pubblica, non essendoci una lira, facciamo il caso di buttare nel salvadanaio il bene immobile, l’edificio. Ecco, il problema non si risolve, i liquidi mancherebbero lo stesso. A meno di non vendere la scuola e rimanerci in affitto: una soluzione dal respiro corto.

Di più: a chi interesserebbe comprare gli edifici delle scuole visto che sono per lo più vetusti? L’unica spinta potrebbe essere la (lunga) rendita dell’affitto, ma abbiamo già detto che in un’ottica di sistema sarebbe una soluzione di corto respiro perché prima o poi le risorse del fondo di dotazione si esaurirebbero (n.b. il proprietario dell’immobile, che non è fesso, chiederebbe congrui canoni e garanzie a fronte di un inquilino ballerino e che non si schioda facilmente: un cane che si morde la coda, che accorcia la fine delle risorse nel fondo di dotazione). E siamo punto e a capo.

Eureka! Nel fondo di dotazione della fondazione, il pubblico ci mette l’edificio (visto che soldi liquidi non ne ha), il privato ci mette i soldi veri.
Ma qui ritorniamo a bomba: a) bisognerebbe trovare privati disposti a fare i filantropi (non mi pare abbondino); b) dovrebbero essere dei gran filantropi, perché le esigenze di funzionamento della scuola drenano tantissime risorse (l’affitto da pagare di cui sopra, le suppellettili, il materiale didattico, le attività formative extracurriculari, ecc.). Insomma, anche con l’intervento del privato più filantropo che ci sia, tempo 10 anni e i soldi del fondo di dotazione della neocostituita fondazione sono finiti.

La vera quadratura del cerchio, per garantire il funzionamento serio della fondazione nel lungo periodo, sarebbe una sola: far pagare delle rette agli studenti. In questo modo la fondazione incassa dei soldi e li reinveste nella scuola stessa. Ma è chiaro che il modello che abbiamo costruito, a questo punto, è una cosa ben lontana dall’idea della scuola pubblica che abbiamo tutti in testa.
Commenta
Nome:
Email:

 
Website:
Titolo:
Prima di premere invia assicurati di aver ricopiato correttamente il codice anti-spam che vedi nel riquadro colorato

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 

Altri articoli dello stesso autore

Altri articoli a proposito di:

Video. Che si fa la sera a Monza? Intervista a Frangione. L'arte negli anni Settanta Video. Michele Serra legge "Breviario comico" Intervista a Ezio Rovida. Il 68 e gli anni 70 Intervista a Renato Sarti