La rivista che vorrei

Registrazione Tribunale di Monza
n. 1927 del 24/9/2008
N° ROC 17857
ISSN 2283-3269

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Berlino, povera ma bella.

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20120623-berlino

Berlino è la città che più velocemente cambia e ha cambiato nel corso della storia, tutto è in continua evoluzione, niente rimane uguale al giorno precedente.

Anja e Nina vengono a prenderci alla stazione, ho le lacrime agli occhi dopo tanto tempo. Siamo dirette ad Alexanderplatz con la M4, tram efficientissimo e sempre in orario che per cinque giorni ci scorrazzerà in giro per la città, insieme alla sempre affollata ma silenziosa metropolitana.

Verso casa di Anja per lasciare le valigie in un’afosa e bollente giornata di maggio (incredibile ma vero), non riesco a prestare attenzione a tutto quello che vedo. Berlino non è una città normale, non è una capitale europea come altre, con il centro ricco di antichità da una parte e la periferia dall’altra, con Notre Dame e la banlieue. I miei occhi faticano ad abituarsi all’ossimoro dell’antichità e della modernità che convivono, il Berliner Dom protestante e la Fernsehturm (torre della televisione, talmente alta da essere visibile da qualsiasi parte della città, sicuro punto di riferimento), Brandeburger Tor e Alexanderplatz, Charlottenburg e Potsdamer Platz. L’antico e il nuovo, l’isola dei musei classici e l’East Side Gallery, il più affascinante e sconvolgente museo all’aria aperta, il più lungo tracciato rimasto del muro di Berlino, memoriale internazionale della libertà.

Berlino è la città che più velocemente cambia e ha cambiato nel corso della storia, tutto è in continua evoluzione, niente rimane uguale al giorno precedente: la città che più ha visto e assorbito i drammi della storia contemporanea e ne è uscita sempre in piedi.

Da Anja alloggiamo all’East Side di Berlino, ma ormai è solo una denominazione, si fatica a distinguere urbanisticamente le due parti, anche se Anja mi dice che non cambierebbe mai dall’East Side, forse più una concezione culturale che geografica. Perché? Chiedo. Andare a West? Mai. I miei genitori hanno sempre vissuto qui, mio nonno quando hanno eretto il muro si è trasferito a East perché ne condivideva la politica e per stare con la propria famiglia. Vorrei sommergerla di domande ma non so fino a che punto posso sfogare la mia intensa curiosità. Ai tuoi è mai pesato vivere all’East Side? Non troppo, mia madre ora si rende conto di quanta libertà abbia io di viaggiare rispetto a lei, in Francia, Inghilterra, mentre i suoi viaggi si limitavano all’East Europa, ma niente di più.

Adesso l’East Side è la parte di Berlino più giovanile, piena di locali, centri sociali, quartieri con genitori giovani. Il quartiere di Anja è quello con più bambini d’Europa e non è un’esagerazione retorica: moltissimi bambini che giocano per la strada, negozi di vestiti per bambini, caramellai. I genitori sono tra i venti e i trent’anni, una mamma spinge la carrozzina e a un centinaio di metri da lei, sul marciapiede, gli altri due figli trotterellano tranquilli e indisturbati con la massima nonchalance. Al semaforo si fermano, aspettano la mamma per attraversare, attenti e diligenti. Il semaforo dell’East Side ha un omino simpaticissimo con il cappello, il famoso Ampelmännchen, l’omino del semaforo dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, uno dei pochi simboli sopravvissuti alla caduta del muro: con i bambini funziona benissimo e in generale con la popolazione berlinese, perché vi garantisco che con Ampelmännchen Rosso non passa più nessuno. Anja mi spiega che le era capitato di essere di fretta, allora aveva deciso di attraversare con Ampelmännchen Rosso per accelerare i tempi, di auto non c’era nemmeno l’ombra: appena ha tentato l’impresa, è stata immediatamente bloccata e sgridata da una mamma inviperita: ma non vedi che ci sono dei bambini?!

Il fatto che io sia rimasta letteralmente sconvolta da questo piccolo aneddoto e abbia il desiderio di raccontarlo a chiunque voglia ascoltarmi, la dice lunga sullo stato di “coscienza civile” in Italia. Per noi questa è una storia marziana, se me l’avessero raccontata non ci avrei mai creduto. Come non ci avrei creduto se mi avessero detto che alle coppie giovani che scelgono di avere figli vengono dati altissimi incentivi, come non ci avrei creduto se mi avessero raccontato che l’università costa tasse irrisorie che può permettere a tutti di studiare senza mandare in bancarotta i genitori. Ma queste sono altre storie.

Tacheles Kultur zentrum, centro sociale diretto da un collettivo di artisti dal 1990 che hanno deciso di occupare quest’enorme edificio prima che venisse demolito. Un luogo completamente folle, su quattro piani, difficile da descrivere per chi non l’abbia visto con i propri occhi. Graffiti, pittori, produttori di gioielli con forchette e cucchiai, artisti, mostre in allestimento, oggetti di qualsiasi genere, musica: sono uscita dopo due ore con l’impressione di essere stata risucchiata dal tempo, con un senso di smarrimento senza precedenti. In Italia un posto così non potrebbe esistere perché sarebbe chiuso prima che qualcuno abbia solo il coraggio di pensarlo. In secondo luogo, se anche esistesse, non sarebbe trattato con il rispetto che il bene collettivo merita.

Ma se Il Tacheles mi ha stupita, pochi luoghi al mondo mi sono entrati nel cuore come lo Yaam. Definirlo è difficile. Un enorme spazio all’aperto lungo l’East Side Gallery con un campo da basket, uno spazio per i concerti, una rampa per skateboards, un bar con tavoli di legno, amache e sabbia, sabbia, sabbia lungo il fiume Sprea, un campo da beach volley in questa sabbia e persone sdraiate a leggere, persone sulle amache, musica reggae di sottofondo, giovani che giocano nei campi da gioco, bambini che fanno castelli di sabbia, anziani sulle sdraio. Un posto per tutti, dove nessuno potrebbe mai sentirsi a disagio.

Berlino ha inventato la parola alternativo, quello che per noi è alternativo a Berlino è la normalità, avanti migliaia di anni luce da ogni preconcetto e pregiudizio sociale.

A Berlino c’è la raccolta differenziata. Nina mi ha sgridata tante volte per la mia poca diligenza nella suddivisione dei rifiuti. Eh si che pensavo di essere aggiornata, umido di qui, secco di là. No. Bidone arancione per buttare i rifiuti che abbiamo in tasca, campana bianca per il vetro chiaro, verde per quello verde, marrone per il vetro scuro. Bidone giallo plastica, lattine, tetrapak, bidone marrone per l’umido, bidone blu per la carta. Cassonetti per gli abiti usati. Nei pubs in cui sono stata vengono richiesti cinquanta centesimi o un euro in più a bicchiere, restituiti se il bicchiere viene riportato. Alla stazione ho visto un bimbo sui sei anni leggere con attenzione i cestini della spazzatura per gettare il suo rifiuto nel giusto contenitore. Sono piccole cose ma fanno pensare.

Ho faticato davvero, cercando di prestare attenzione a tutte le cose, a trovare barriere architettoniche a Berlino. Anche questo è sintomatico di come la città sia davvero alla portata di tutti. Gli unici mezzi che una persona diversamente abile faticherebbe a utilizzare, sono i tram, come il nostro amatissimo M4, ma la città è talmente ben servita da treni e metropolitana che il servizio trasporti supplisce alle mancanze. In tutte le stazioni metropolitane vi sono ascensori e rulli mobili per salire ai piani superiori, marciapiedi sempre larghi e agibili, muoversi non presenta un problema. Anche le strutture pubbliche, i musei e una mensa universitaria dove abbiamo pranzato avevano tutte le potenzialità per essere utilizzate da persone diversamente abili. Berlino è una città nuova, i piani regolatori pensati con estrema accuratezza, nonostante la sua vastità è così ben servita che non si ha l’impressione di trovarsi in una capitale, mai. Questo anche grazie ai numerosissimi parchi che alleggeriscono l’aria in ogni angolo della città, alcuni talmente grandi che si ha l’impressione di perdercisi dentro, come il Titern garten.

Ultima sera, passiamo al Cassiopeia, un locale all’aperto. Ci sono lunghi tavoli di legno con panchine oppure sdraio con piccoli tavolini per star comodi, un muro per praticare l’arrampicata, musica. Vado in bagno e nel retro del bar vedo tanta gente seduta che guarda un punto ben preciso, concentrati. Incuriosita vado a dare una sbirciatina, davanti al pubblico a bocca aperta un maxi schermo che proietta un film muto in bianco e nero. Seduti al tavolo con le proprie birre ci sono gruppi di amici, coppie più anziane, famiglie. Anche nei locali di vita notturna c’è spazio per tutti.


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#1 Diario da Berlino 2012-06-24 05:02
Andai a Berlino nell’agosto del 1989. Non sapevo cosa fare e chiesi a un’amica se mi accompagnava. Ci restai cinque giorni, in un’alberghetto centrale con il lavandino che perdeva acqua sulla moquette della camera. Avevo una “Uno 1000 fire” e feci tutto il viaggio in macchina. Entrai nella DDR (Repubblica Democratica Tedesca) da sud, scorrendo su un’autostrada fatta con blocchi quadrati di cemento o di asfalto, che facevano sobbalzare ritmicamente. Tutto attorno prati e foreste. Quando arrivai a Berlino c’era una doppia dogana, quella tedesca-orienta le (URSS) e quella tedesca-occiden tale (USA, Francia e GB). La Città era come un’isola divisa in due. Da una parte, quella ovest, una sorta di “paradiso drogato”, negozi pieni di ogni cosa, molto traffico, moltissima gente in strada. Nella parte est, arrivai col metrò e attraverso un’altra dogana con specchi dall’alto e cambio della valuta. Entrato lì, strade deserte, qualche auto nera della burocrazia (le Zhiguli, la Fiat 124 fatte a Togliattigrad) e qualche Trabant, l’auto più popolare. Alcune persone ti chiedevano i marchi. Nei negozi di fotografia qualche Praktica TTL, con le preziose ottiche Zeiss fatte a Dresda, le identiche fotocamere che in Italia si vendevano però 10 anni prima. La cosa più rilevante era la torre della televisione con una sfera a vetri sulla sommità e la porta di Brandeburgo. Anche lì correva il muro e vedevi spuntare dall’altra parte la statua di un ragazzo che urlava verso la parte est della Città. Il muro era tutto pieno di graffiti e di murales, alcuni anche con la rappresentazion e di immagini mostruose. Non un centimetro quadrato libero da scritte e immagini. La sera, sempre nella parte ovest, un sacco di gente per strada, macchine americane di grossa cilindrata che sgasavano ai semafori, diversi gruppi andini che suonavano vestiti con il loro poncho e qualche nero che ballava. Dicevano che i tedeschi che vivevano a Berlino ovest avevano particolari sgravi fiscali e agevolazioni. Si capiva sin da allora che la situazione era esplosiva e non avrebbe retto più di tanto. Infatti, qualche mese dopo, il muro venne abbattuto. Ero stato a Mosca e Leningrado nel 1976, ma quelle Città nulla avevano a che vedere con la situazione disastrosa di Berlino, la città divisa. Ci tornai 10 anni dopo la caduta del muro (1990) e la riunificazione tedesca: la vita si era quasi normalizzata. A Potsdamer Platz, nella vecchia Berlino est, una nuovissima torre circolare, il Sony center, che avrebbe potuto essere costruito uguale in qualunque altra grande città del mondo.
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