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Il peso del Sud, il peso del Nord

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D

opo un mese di permanenza a latitudine meridionale, ho capito. Ho capito in cosa il Sud è superiore al Nord. Non il sole, non la cucina, non lo stile, non le mille cose di cui storicamente si blatera. È soprattutto una questione materiale, tangibile, fisica. Fisica nel senso di fisico, di corpo, di braccia, gambe e tutto il resto. C’è chi può e chi non può: a Sud, evidentemente, possiamo.

Ci vuole un fisico bestiale, una a suo modo rigida disciplina per mostrare al creato tutto quel ben di dio. Un trionfo berniniano (o boteriano?) di fisicità sotto forma di tette a faccia vista, fondi schiena dirompenti, cosce piene e sbattenti, fianchi da condono, giri vita a livello sopressata, bracciotte chiatte come le lottatrici giapponesi di wrestling della mia infanzia televisiva, volti torniti e strafottenti.

La versione moderna del classico omme ‘e panza, omme ‘e sustanza (uomo panciuto, uomo sostanzioso). E diamine quanta sostanza si vede.

Durante il solito torneo di calcetto, ti puoi imbattere in una famigliola in vacanza dell’hinterland napoletano: due figli teen-ager (uno maschio e uno femmina: ciccia solida, senza alcuno spigolo, proprio tondi tondi), la figlia grande da maritare (una frissura, ossia larga come la pentola in cui si frigge con abbondante olio), il suo fidanzato (il pretoriano del gruppo, con la pancia debordante da una maglietta smanicata “D&G”), il papà (l’omme ‘e sustanza per eccellenza: l’obeso cane alfa del gruppo, nel senso di irsuto e leader), sua moglie (frissura la figlia, frissura la mamma: deve impuntarsi contro un palo della luce e venire aiutata per essere issata sui gradoni degli spalti sotto la direzione lavori dell’omme ‘e sustanza e la poderosa spinta del genero), la nonna (vedi figlia e nipote, con in più il devastante lavorio della forza di gravità che la fa assomigliare all’asso di coppe delle carte napoletane), il nonno (lui magro: forse gli passano solo gli avanzi, ammesso che ne restino). Infine il cagnolino, un minuscolo chihuahua impaurito che la moglie stringe sotto il braccio: il tocco d’aristocrazia che aspetta il pennello immortalante di un Velasquez postmoderno. Tra tutti loro, una grande e dolce tenerezza: si passano allegramente gelati, popcorn, pizzette e zucchero filato come a una festa patronale. E ne offrono ai secchi, biondi e nordici amici dei figli più piccoli, i quali sono quasi intimoriti da tanto tripudio e opulenza.

La scena, a latitudini invertite, non avrebbe funzionato. Yes we can. And in food we trust (very much).

 


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