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Quelli del Bronx

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Gianfranco e i cantalupini di Monza


Sono nato negli anni '50 a Monza, partorito in una casetta di corte di via Dei Mulini, tutt'ora esistente vicino al Lambro, dove si svolgeva fino a poco tempo fa il mercato della frutta e verdura. I miei genitori erano di origine meridionale. Di quel luogo conservo pochissimi ricordi, solo flashback di quando ero ammalato di pleurite e di mio padre che mi veniva a trovare con la sua Lambretta in un sanatorio dell'alta Brianza, dove ero stato portato per essere curato. Già all'età di due anni la famiglia entrò nella graduatoria per l'assegnazione delle case popolari di Cederna. Ci trasferimmo quindi in un appartamento confortevole di uno dei caseggiati di via Pellegrini.

 

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I molini della roggia Molinaria, ora demoliti, all'inizio del '900, dove oggi c'è il mercato della frutta e verdura

 

Il lotto di case popolari della Gescal, che si trova a ridosso della cascina Cantalupo, veniva soprannominato "il Bronx", per via di una certa somiglianza, in miniatura, del famoso agglomerato e concentrato del disagio sociale di New York. Pur avendo il quartiere una cattiva fama, posso dire di avere trovato qui una grandissima umanità tra le persone. Fin da giovanissimo cominciai a lavorare nel bar storico del quartiere, il K2 , oggi gestito da cinesi, come del resto sta avvenendo sistematicamente a molti bar, soprattutto dei quartieri popolari.

Nel quartiere c'era senz'altro un certo grado di illegalità, piccoli gruppi di ladruncoli e mafiosetti, ma c'era anche una grande quantità di aggregazione, soprattutto dei ragazzi figli di lavoratori onesti, che eravamo la stragrande maggioranza della popolazione. Era facilissimo entrare nelle compagnie di amici, si veniva incorporati quasi automaticamente, per via di numerosi legami parentali che esistevano. Le famiglie numerose composte di tanti fratelli erano imparentati con altri cugini o legati a reti amicali composte da famiglie con comune provenienza paesana. Ci si sentiva a casa, appartenenti a un gruppo che dava protezione. I ricordi più belli della fanciullezza sono legati anche alle ora trascorse nei campi che si estendevano dalle case popolari verso la cascina Cantalupo. Allora non c'era il Viale Stucchi, proseguimento del Viale delle Industrie e quindi si poteva scorrazzare nei sentieri che portavano alle cascine Bastoni e Quattro Strade. Di tutti questi spazi sono rimasti soltanto i terreni che costeggiano il Viale e il Cimitero.

Giocavamo anche con le figurine dei calciatori, mettendole in palio in un gioco consistente nel lancio di piattelle di piombo fuso, recuperato dai demolitori e ferraioli del posto. Chi vinceva si accaparrava il mazzetto di figurine, una vera ricchezza in valore da scambiare con altre cose.

 

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Diventato adolescente come molti miei amici andai a lavorare in fabbrica. Il lavoro consentiva di avere anche una certa autonomia dalla famiglia. Facevo parte di un grande gruppo di 40\50 ragazzi, una compagnia con cui si andava a ballare la domenica pomeriggio. Cominciammo a frequentare la discoteca Giardino di Monza, in via dei Mille. Ma quasi subito passammo a seguire le mode degli anni '70 e ci spostammo a frequentare le discoteche lontane come Capriccio e Divina di Verdello, in provincia di Bergamo o anche il Lavello di Caloziocorte, discoteche zeppe di ragazzini e ragazzine, un po metallari, un po rocabilli e un po alla meno peggio.

L'arrivo nei vari luoghi del nostro numeroso gruppo incuteva un certo timore. Colpa forse della nostra spavalderia e dell'affiatamento amicale del gruppo, spesso e volentieri ci trovavamo a fomentare mega risse, quasi sempre generate da stupidate o reazioni di gelosia, in quanto si andava a caccia di ragazze da pomiciare e portare in camporella. Quando in discoteca veniva messo un pezzo lento la pista si svuotava e poi, dopo qualche lento, si rompevano gli indugi. Se la ragazza accettava di ballare il lento, era praticamente fatta. Si limonava e ci si metteva insieme così, uscendo dalla discoteca mano nella mano, dopo aver passato il pomeriggio a baciarsi sulle poltroncine.

Il nostro gruppone era ben collaudato dagli anni, infatti si cominciò praticamente da bambini a fare le guerre di bande, costruendo frecce con le astine degli ombrelli e fionde con elastici, ricavate dalle camere d'aria. Oltre a giocare “pesante” alla guerra solavamo invadere il centro di Monza in occasione del carnevale. Qui eravamo in grado di controllare delle risse mastodontiche, in cui volavano bastonate di plastica e più non posso. Tutta la via Italia era stracolma e si passava cosi il martedì, senza mancare di arrivare in collisione con i gruppetti di fascistelli e fighetti che stazionavano in centro.

 

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http://english.mart.trento.it/UploadImgs/76_Fortunato_Depero___La_rissa.jpg

 

Durante l'estate invece si andava a fare i bagni nel Canale Villoresi. Noi del Cantalupo solavamo andare nella spiaggia che iniziava da via Ghilini oppure nel tratto che costeggia le Cave Rovelli, vicino al cimitero, ma spesso andavamo anche a Sant'Albino, nella zona di via delle Bande Nere, dove c'era un grosso bacino chiamato Bacilone. Fare il bagno nel canale era una cosa normale. Ricordo di un operaio più adulto, che lavorava nella mia stessa mia fabbrica, appena smontava il turno di lavoro si precipitava a nuotare per ore nel canale. Era un nuotatore eccellente.

Con alcuni amici facemmo una delle classiche bravate da ragazzi e percorremmo il canale nel sottopasso del Viale delle Industrie, dove ora c'è la rotonda, sull'angolo che costeggia il cimitero, il Viale cominciava li. Passare nel tunnel lungo oltre cinquanta metri è un'avventura abbastanza tosta, infatti dopo solo qualche metro si restava immersi nel buio totale, senza più riuscire a distinguere l'alto dal basso. Eravamo davvero spericolati.

 

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