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Lo spazio bianco. Dopo la visione

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I colori della Napoli che accoglie

Bianco sterile e colori, una città sanguigna e traboccante di vite in forte antitesi con il candore quasi abbagliante di neon delle pareti della clinica. Irene lotta per la vita ignara delle vite che la città ospita, ignara anche la sua mamma che quelle vite le impara a conoscere e ad osservare, ad assaggiare.

Un contrasto fortemente percepito quello tra le due dimensioni, reale Napoli, quasi surreale a tratti la clinica, contrasto che diventa un aggancio per lo spettatore che non vuole finire coinvolto nel turbine di angoscia che, ad ampio raggio, domina la storia. Le circostanze non lasciano molte scappatoie anche ai più ottimisti: la storia è triste, aleggiano solitudine e amarezza, fatica di vivere: palpebre sempre pesanti di disperazione quelle di Margherita Buy, giornate le sue che scandiscono il suo sprofondare in una condizione di chiusura, “in attesa di “.

La soluzione per Maria è lo spazio bianco, e vi scivola con tutta sé stessa, ed è anche il suggerimento che dà al suo alunno che non sa come far terminare il periodo in un tema, “lascia uno spazio bianco” gli dice “e riprendi con un nuovo pensiero”.

Per fortuna di Maria Napoli vuole che quel bianco vuoto in cui lei vorrebbe annegare aspettando le sorti di Irene sia invece una straripante mescolanza di colori sommersi nelle emozioni quotidiane. Ed ecco le scene girate nelle vie della città, le riprese ruvide di donne al balcone che fumano, alle loro spalle finestre e tende che nascondono vite, sapori, divani, abitati da gente. Gente. Gente che, Maria lo imparerà pian piano, ha come lei angosce e lotte da combattere, gente sola, gente che ha bisogno o che vuole anche stare con lei e condividere lo spazio, colorandolo, sporcandolo forse, ma vivendolo. Anche con Irene.

La colonna sonora e la città di sfondo sono a mio parere componenti essenziali di questa pellicola ben girata, che sa raccontare e rispetta il romanzo di Valeria Parrella senza alcun “effetto pappagallo”. La Comencini mette in scena le pagine preziose di una ottima scrittrice italiana sfoggiando però, con maestria estrema, tutte quelle “armi di coinvolgimento di massa” che il cinema può vantare a dispetto della letteratura.

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