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Storie crude. Monza e gli spazi di Franco

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Da quando sono nato, fino all’età di 18 anni, ho abitato nella Cascina La Grassa, un grande complesso in fondo a via Rota, nel quartiere Cederna. Si trattava di una grande corte con ballatoi e bilocali, che attualmente è stata ristrutturata; i servizi erano in comune, mediamente c’era una turca ogni 10 famiglie e d’estate per lavarsi si scaldava l’acqua con il sole.

I miei genitori erano comunisti, ma anche i vicini, in maggioranza operai, erano comunisti o socialisti e qualcuno democristiano; spesso nel cortile nascevano delle accese discussioni poltiche, soprattutto tra le correnti di sinistra. Ci abitavano anche numerosi immigrati meridionali, molti di loro, soprattutto i giovani, militavano in Lotta Continua, una formazione extraparlamentare che a Monza contava numerosissimi aderenti.

Grande era la solidarietà tra le persone, era naturale l’aiuto reciproco per lavori come l’imbiancatura, il trasloco o lo scambio di cibarie, perché era diffusa la coltivazione di orti e allevamenti di galline. Nelle festività, come Natale o Capodanno, diversi gruppi di famiglie festeggiavano organizzando pranzi con tavolate in comune.

Ci trasferimmo in via Valsugana nel 1974, mio padre, che era un ferrovierere, entrò nella graduatoria per l’assegnazione degli alloggi Fs, proprio in quell’anno la Società aveva acquistato due nuovi condomini per i dipendenti. La gente del quartiere Triante era molto diversa da quella di Cederna, perchè era composta essenzialmente di appartenenti al ceto medio, in gran parte proveniente da flussi migratori di Milano. Nei primi tempi mi spostavo in motorino per trovare gli amici di Cederna, ma in breve m’ inserii molto bene in un gruppo di coetanei, anch’essi figli di dipendenti Fs. Ci si trovava all’angolo della via dove c’era un piccolo piazzale. A 18 anni cominciai a lavorare come magazziniere, mentre mio fratello, che frequentava l’Hensenberger, si iscrisse alla FGCI e militò anche nel Cub; insieme andavamo al Circolo Cattaneo, dove cominciai a conoscere e frequentare un gruppo di giovani del Movimento Studentesco. La cosa più importante di quel periodo fu l’organizzazione di una mostra per il 25 aprile. Ero un appassionato lettore de Il Male, un giornale satirico, insieme in gruppo andavamo ai concerti di Lou Reed, Perigeo, Area, Bob Marley, Stormy Six ecc., fu un bellissimo periodo, forse il migliore di tutta la mia vita.

Nel quartiere c’era una fortissima speculazione edilizia con conseguente mancanza di spazi sociali e ricreativi; oltre ai giardinetti e al piccolo Circolo Cattaneo, per noi che eravamo diventati un gruppo di circa 40 giovani il quartiere cominciava ad andare stretto. In città, come anche in Italia, cominciò a svilupparsi un grosso movimento giovanile, era il 1977, nacque il Circolo Giovanile Triante e maturò l’idea di occupare il Cral Cgs, uno spazio dopolavoro posto in via Marsala, di proprietà della fabbrica omonima. Il Cral, da diversi anni in abbando, era destinato a far posto a un nuovo condominio. In breve tempo nacque un movimento cittadino, appoggiato anche dai vicini residenti e dipendenti Cgs, che con una manifestazione occupò gli spazi. L’area comprendeva 2 campi da tennis, uno da basket, una bocciofila, uno spazio giardino e un’immobile bar.

Fin dai primi giorni il Cral divenne luogo di aggregazione non solo dei residenti ma anche di una moltitudine di giovani dei circoli giovanili della città. Dopo un periodo iniziale di autogestione, su proposta dei sindacati, l’assemblea del collettivo decise di affidare la gestione del Cral al Consiglio di Fabbrica Cgs. Fu una scelta che svuotò progressivamente l’interesse dei giovani, anche se l’esercizio durò complessivamente altri 15 anni, prima di lasciare definitivamente lo spazio al condomio che attualmente vi è edificato.

 

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Dopo il 1980 il Circolo Giovanile si sciolse, lentamente gli aderenti non frequentarono più e iniziò un riflusso nel privato. Seguirono diversi anni in cui si ebbe una forte diffusione delle droghe e delle tossicodipendenze, anche alcuni ragazzi del Circolo vi caddero vittime, nel corso di quegli anni, 4 sono morti di Aids. La nostra aggregazione si ridusse soltanto a trovarsi all’angolo della via, per poi andare con le macchine nei locali di Milano, alla Clinica di via Torricelli o a ballare all’Odissea 2001 e nei Centri Sociali Occupati, fummo la prima di diverse altre generazioni seguenti, costretta a frequentare la metropoli.

Oggi, da quanto mi racconta il mio amico Pino, Monza è diventata la città dei locali da bere, pullulanti di briansolitudine, ma io in questi posti non ci entrerei mai, per me non esistono. Sono rammaricato che sia stata l’amministrazione Faglia a iniziare la chiusura dei giardini pubblici, un ulteriore vuoto di socialità che a me spiace molto; pur rimanendo sempre un’ intramontabile “beatles”, non è per me accettabile che nella città ci siano solo spazi dedicati ai locali alla moda, luoghi di futilità e disgregazione affettiva, dove il denaro è l’elemento di connotazione. Per me una delle cose più importanti nella vita è e resterà l’amicizia.

 


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