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Monza, i cortili di Giulia Stampa E-mail
Di Pino Timpani   
Martedì 28 Ottobre 2008

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Ricordo con immensa felicità il periodo della mia infanzia. Nata a Monza nel 1989, ho vissuto il decennio degli anni ‘90 in Via Antonietti. Abitavo al secondo piano di fronte all’Amedeus, locale alla moda di allora che proponeva fantastiche serate mondane, fino alle quattro del mattino, ideali per il vicinato che deve alzarsi presto e contemporaneamente dormire in compagnia del chiassoso disturbo festaiolo. Fatto sta che ancor oggi per addormentarmi mi capita d’aver bisogno dell'Mp3 in cuffia, forse perchè necessito per adattamento di sentire un rassicurante rumoreggiare.

Quando si è bambini ci si adegua e si vive con estrema serenità e gioia; più avanti nel ricordare quei momenti sorge una dolce malinconia, un background che accompagna poi la vita adulta. A quei tempi passavo i miei pomeriggi nei cortili-cantieri dei palazzi popolari in ristrutturazione. Nei tre grandi spazi c’era una strana aria di libertà che propagava su noi bambini spensieratezza e ci faceva sentire i padroni di tutti i cortili, non importava se si abitava nel primo o nel terzo.

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La mia migliore amica di quegli anni abitava nel terzo cortile ed io andavo a trovarla tutti i giorni in sella alla mia bicicletta rosa, chiamata Brum-Brum. Il portapacchi della bici conteneva sempre chiodi e altri attrezzi da cantiere che adoravo raccogliere, senza sapere poi con certezza cosa farmene realmente, ma all’epoca erano questi i nostri giochi, raccoglievamo cose in giro e poi inventavamo dei giochi fai da te.

Giocare a nascondino tra i palazzi era la cosa che mi piaceva di più: “vale solo nascondersi nel secondo cortile” e lì erano dolori! Ricordo con piacere che la conta era il momento più emozionante della giocata, infatti avevo spesso molto timore di essere scelta per contare. Trovare sei bambini infrattati in un grande cortile era un’impresa da record già solo se li trovavi tutti prima di cena. Un’altra nostra occupazione di ripiego era infastidire le vecchiette, la cosa curiosa è che non lo facevamo neanche di proposito, ma diventava spontaneamente un ottimo modo per passare il tempo, la maggior parte di esse abitavano nei primi piani e quindi con il loro marognare si trovavano a interferire nei nostri spazi di gioco.

Quando ci stancavamo dei nostri cortili senza un ciuffo d’erba, andavamo nei palazzi di fianco al negozio Sala di vestiti da sposa, in via Rota; ovviamente entravamo furtivamente senza essere invitati. Qui giocavamo a palla senza il rischio di sbucciarci le gambe nel cemento o nella ghiaia oppure colpire con il pallone le macchine parcheggiate. Poi, ovviamente, qualche signora si accorgeva della nostra estranea e indesiderata presenza e ci faceva andar via senza troppi complimenti.

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Mi rifacevo però alla domenica nei prati della Villa Reale, i miei genitori mi ci hanno ininterrottamente portata da neonata fino all’età di dieci anni. Per mio padre era una sacralità. Da ateo convinto, era come andare a messa la domenica. Della Villa posso dire di conoscere ogni angolo, i prati, gli alberi in cui ho giocato innumerevoli pomeriggi, sotto il salice, il ginko biloba, le sequoie, le querce e l’accogliente cedro del Libano davanti alla torretta e poi nei pressi del laghetto e del ruscello, in cui una volta ho fatto un bagnetto accidentale, che strizza!

A proposito di prati, non sono stata fortunata a scuola…. andavo alla Raiberti e lì di erba ce n’era veramente poca, il cortile della scuola era e rimane un grande lastricato. Ho pochi ricordi legati alla scuola Raiberti probabilmente perché, come dicevano di me le maestre, ero sempre intenta a far qualcosa d’altro.

Ora che frequento le superiori a Vimercate posso dire che la scuola fornisce solo una parte minimale delle conoscenze assimilabili nella vita. In Via Raiberti ogni tanto ci ripasso perché frequento saltuariamente il locale Tridente, incredibile, situato proprio di fonte alla mia vecchia scuola elementare.

 

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Commenti
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Ivan   |62.101.75.xxx |03-11-2008 16:36:38
Noi, in Calabria, giocavamo sull'argilla bruciata da 40 all'ombra: una terra battuta da Burkina Faso (sarà stato per questo che eravamo tutti singolarmente scuri). In Cilento, invece, ci toccava un uliveto secolare, nelle pietre, in cui il gioco calcio era quanto di più simile abbia mai visto ad un flipper vivente (una volta ho segnato deviando un cross dell'ulivo fronte vallone, ben imbeccato dal rinvio del portiere; l'ulivo, se lo sapevi centrare, crossava meglio di Causio)
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