

I ragazzi del quartiere avevano ricavato una sorte di pista in cui ci si divertiva a girare con le bici da cross, che allora andavano molto in voga, seguendo un percorso sinuoso di saliscendi tra i cumuli di terra. Era davvero molto divertente. Nei giorni di pioggia si formava un laghetto in corrispondenza degli argini creati dalle scavatrici e spesso in primavera ci si divertiva a catturare i girini oppure a cacciare le lucertole con una tecnica rudimentale costitiuta da un bastoncino e un cappio di spago. Oltre la cascina Rivè c’era, e c’è ancora, un boschetto che separa Monza dal comune di Lissone. Per noi ragazzini era poco accessibile e quindi, quando l’attività del cantiere dell’Ospedale si avviò alla conclusione e la montagnetta fu smantellata, cominciammo a frequentare per i nostri giochi i prati che si estendono verso la ferrovia Milano-Chiasso, a ovest dietro via Debussy, ora in gran parte edificati e in cui è rimasto un piccolo giardino pubblico. Uno dei divertimenti emozionanti era scendere nel piccolo dirupo dell’interramento e mettere chiodi sui binari; si aspettava il passaggio dei treni e poi si recuperava i chiodi completamente schiacciati dalle ruote dei convogli.
Nei primi anni ’70 trascorrevamo ore ed ore a costruire carretti con assi di legno e cuscinetti a sfera fuori uso. Questi carretti erano costituiti da un pianale di legno sotto il quale erano inchiodati i due assi, sempre di legno, alle estremità dei quali erano incastrati e ribattuti con chiodi quattro cuscinetti a sfera che servivano da ruote. Non avendo a disposizione discese di scivolamento nelle immediate vicinanze, andavamo in gruppetti nel Parco di Monza alla discesa che costeggia la Villa Mirabellino e la cascina S. Fedele, dove è installata l’antenna della Rai. Questo fu uno dei divertimenti che portò il gruppo di miei coetanei e amici a esplorare territori un pochino distanti da casa, conoscere altri ragazzi dei quartieri e godere delle bellezze del Parco.
Dopo le scuole medie frequentai l’Ipsia Artigianelli, alle Grazie Vecchie, conseguendo un titolo profesionale che purtroppo posso dire che non mi è servito a nulla: ho comiciato a lavorare in una piccola officina meccanica a conduzione famigliare, una condizione tipica dell’impresa brianzola di allora; molte ore di lavoro, stipendio magro e il principale sempre dietro al lavoro dei dipendenti.
Dopo pochissimi anni sono stato assunto in una grande fabbrica metalmeccanica alla periferia di Monza. Anche qui la mia professione si è rivelata inutile; nei processi produttivi hanno prevalso il massiccio impiego della delocalizzazione e quindi la fabbrica è diventata un luogo di puro assemblaggio dei semilavorati. Odiernamente anche l’azienda in cui lavoro sta soffrendo gravemente la crisi economica e spesso ricorre alla cassa integrazione, alla mobilità oppure incentiva le dimissioni volontarie. Nel futuro del lavoro, almeno così come l’ho inteso fin dalla mia infanzia, c’è una grandissima incertezza, non si sa bene come si trasformeranno questi nostri territori; nel frattempo sono andato ad abitare in collina, poco fuori di Monza, in un comune della Valle Lambro. Qui il paesaggio è ancora molto bello e la vita sociale è a misura d’uomo. Insieme alla compagnia di amici frequento soprattutto i ritrovi sparsi nella Valle, a Gerno, a Canonica, a Triuggio ecc.




































































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Commenti
Io sono nato nella Clinica Zucchi nel 1962.
Abitavo, ed abito, in via Beethoven, ed anch'io frequentavo la "collinetta" ovvero il terrapieno della Milano-Chiasso dietro via Debussy, con la bici da cross.
Anche noi, da incoscenti mettevami i chiodi sui binari, se i nostri genitori lo avessero saputo...
Ma noi eravamo ragazzi di condominio, non di cascina.
E quando ci scontravamo, per difendere il territorio, (una capanna costruita in un boschetto) con i ragazzi delle cascine le prendevamo sempre.
Loro erano più forti, nel gioco, ma molto meno a scuola.
Ma poi i prati e le capanne ad uno ad uno sono stati spazzati via dai cantieri, ed ora il quartiere è tutto costruito: vedi alla voce "consumo del territorio".
Grazie, Pino, mi hai fatto tornare a 30 anni fa.
Gimmi Perego
avrei potuto intervistare anche te, sarebbe stata una bella storia, però tu sei anche redattore di Vorrei e quindi è meglio dar voce a quelle migliaia di anime monzesi che nell'informazione non ne hanno. Identificarsi con gli altri in alcuni aspetti del vissuto fà parte delle qualità percettive umane, nella piccola Monza ci conosciamo in tanti, però non abbastanza per decifrarne le identità, le peculiarità e le simbiosi nascoste.
Ovviamente sono iscritto alla campagna nazionale:
Stop al consumo di territorio.
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