20160530 sport nel parco a

Lo sport amatoriale è compatibile con il Parco, quello professionistico no. Un impedimento al riconoscimento come patrimonio Unesco.

 

Ogni giorno il Parco è meta di migliaia di persone che praticano uno sport. La maggioranza ama correre. Ma c’è chi si impegna in  esercizi ginnici, chi va con i pattini, con gli sci da fondo a rotelle  (e anche senza, in occasione di una bella nevicata), con lo skateboard; chi pratica il nordic walking, chi si impegna in giochi  all’aperto come l’orienteering, Chi può permettersi  di andare a cavallo. E soprattutto coloro che, sempre più numerosi, apprezzano il senso profondo, spirituale e salutare,  del camminare nella natura e nel silenzio. E ci sono anche piccoli gruppi che occasionalmente vengono al Parco per  una sessione di yoga o di altre attività finalizzate a ristorare il corpo e la mente,  o ad allenarsi per attività sportive più impegnative, da praticare poi negli impianti dedicati.

Tutte queste attività hanno in comune di essere amatoriali,  rispettose e coerenti con l’alto valore storico, culturale, naturalistico,  paesaggistico, agro-forestale, dello “Imperial Regio Parco di Monza”. Non solo sono coerenti, ma anche vivificanti, traducendo in termini attuali e popolari una tra le  multiformi  originarie funzioni del Parco: a suo tempo la caccia e  l’equitazione, riservate alla nobiltà, oggi le attività sportive diffusamente praticate dai cittadini.

Non vi è quindi contraddizione tra la rigorosa tutela filologica del monumento  costituito dal complesso della Villa e del Parco di Monza, e un  suo uso appropriato al  giorno d’oggi. Non c’è nessuna “imbalsamazione” del  monumento, come pretendono alcuni neoliberisti pseudo-culturali, motivati spesso  da interessi economici di breve termine. Al contrario, c’è una perfetta sinergia tra il passato, il presente e, speriamo, il futuro.

Ma vi sono diversi tipi  di attività sportive. Dovrebbe essere evidente a chiunque  che fare sport in un contesto paesaggistico  o farlo in un impianto sportivo sono due cose profondamente diverse. La  pratica sportiva amatoriale è compatibile  con   quel  contesto, perché non ne svilisce  il disegno a anzi lo vivifica. Invece quella professionistica, o che comunque richiede strutture specialistiche  invasive,  e che comporta spesso l’afflusso di folle  di tifosi, è destinata inevitabilmente ad entrare in conflitto con un ambiente prezioso e delicato.

Non si mettono ovviamente   in dubbio  i valori delle diverse forme di  sport professionistico in quanto tali. Si tratta solo,  come ha ricordato  recentemente  l’ urbanista Alfredo Viganò,  di rispettare il principio architettonico basilare secondo cui “una cosa giusta messa in un posto sbagliato  è sbagliata”.

Purtroppo, questa  destinazione  sportiva sbagliata incombe   da quasi un secolo sul Parco di Monza. Essa è stata sinora determinante per l’esclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza dal Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Si potrebbe addirittura  parlare  di  una malattia cronica  che ha colpito quasi un secolo fa il Parco, e chiamarla la “sindrome del ’22”. Essa si  è manifestata infatti  in forma  acuta e devastante  nel 1922, quando  furono  realizzati l’autodromo e l’ippodromo; di nuovo nel 1928 con la concessione di oltre cento ettari di bosco, raso al suolo, al Golf Club di Milano; e successivamente, in forma più contenuta ma non meno grave,  il Tennis Club.

Questi tre colpi inferti al Parco  sembravano preludere alla sua fine definitiva. Ma ciò non è avvenuto perché, come nel caso di  altri monumenti straordinari (si pensi al Colosseo, depredato dei suoi rivestimenti marmorei), la sua  eccezionalità sembra dotarlo di una divina  eternità.

Successivamente la sindrome  ha alternato  periodi di latenza con  improvvise  eruzioni.
Vi è stato un momento nel quale essa  sembrava sconfitta. È stato quando, nel 1995, venne elaborato e approvato  con la  legge regionale 40 il  ”Piano per la Rinascita del Parco di Monza”. Questo piano,   pur  attuato solo parzialmente,  è sembrato interromperne il  progressivo deperimento e aprire la strada per una guarigione. In particolare  l’eliminazione dell’ippodromo, abbandonato da decenni, ha consentito il recupero della visione delle  montagne lombarde  e la ricongiunzione delle  Ville Mirabello e Mirabellino, attraverso il rinato   Viale dei Carpini.

Ma purtroppo la malattia si è dimostrata  solo latente. Essa  si è insinuata anche nel   modo di pensare di istituzioni che dovrebbero combatterla. Mi riferisco allo stesso Consorzio di gestione di Parco e Villa, alla Sovrintendenza ai beni culturali e ambientali, ad associazioni culturali come il FAI, a mezzi di informazione che si fanno portatori più o meno sani  della malattia. Essa continua ad operare, in forma strisciante. Alcuni esempi:

  • Nel 2003 la Sovrintendenza ai Beni culturali e ambientali  si è espressa a favore della conservazione dei ruderi delle  due curve sopraelevate della pista di alta velocità, abbandonate da oltre 50 anni, tecnologicamente sbagliate, rifiutate da piloti e scuderie, sportivamente fallite, devastanti, attribuendo loro un valore storico, meritevole di tutela   più  del bisecolare Parco. Con questo atto la Sovrintendenza ha contraddetto non solo il vasto consenso culturale sulla  demolizione, ma anche se stessa. Infatti, nel 1995, essa   aveva approvato il Piano per la Rinascita del Parco di Monza con la riserva di un “conseguente allontanamento degli impianti, individuati nell’autodromo, nel golf, nel polo, nei parcheggi interni, nell’edificio e strutture della RAI e negli impianti sportivi del tennis  e dell’hockey ubicati nei Giardini della Villa”.
  • Il concessionario dell’autodromo   nato, come dice la parola stessa, per le gare automobilistiche, continua a proporre modifiche devastanti per  adeguarlo alle corse motociclistiche, che richiedono percorsi e vie di fuga diversi e più estesi rispetto a quelli per le  auto.
  • Ancora recentemente è stata avanzata una proposta al Consorzio di gestione Villa-Parco per   reintrodurre l’ippodromo, con una pista di galoppo di 1600 metri e strutture di contorno, del tutto  ignara del perché quella precedente è stata eliminata. Il tutto con l'acritico  entusiasmo della stampa locale. Del resto, anche il Consorzio ha dichiarato  l’intenzione di restaurare alcuni residui delle vecchie  strutture, con incomprensibile priorità rispetto a ben più importanti restauri.
  • Sempre recentemente è stata inserita nel Parco una segnaletica  che  dà alle attività sportive un rilievo dominante, oltre che inutile,  rispetto alla doverosa,  ma carente e  confusa segnaletica descrittiva di Villa e Parco.  Il caso più eclatante è stata l’installazione  per ogni dove  nel Parco di blocchi di cemento recanti  la pubblicità di una società di assicurazioni,  per segnalare il percorso di una mezza maratona  che si corre una volta l’anno, caso unico al mondo di segnaletica fissa.

Che fare? Esiste la cura  per far sì che lo sport-benessere prevalga e  lo sport-malattia venga definitivamente sconfitto?Assolutamente  sì.

Basta smettere di considerare il Parco esclusivamente o soprattutto come “un campo sportivo a cielo aperto”, espressione che ho sentito spesso riecheggiare a destra come a sinistra, con implicazioni  sempre devastanti.

E favorire  nello stesso tempo qualsiasi attività sportiva che converga, insieme ad altre, sulla visione passata e futura dell’Imperial Regia Villa e Parco di Monza come patrimonio dell’umanità. Visione da instillare   nella  testa di molti monzesi, dimentichi o ignari della loro storia e dei loro tesori,  e di chi comanda in Regione Lombardia, prima che in quella dei giudici dell’UNESCO.

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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