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Orizzonti di senso

«Una persona ragionevole adatta se stessa al mondo esterno.
Una persona irragionevole adatta il mondo esterno a se stessa.
Sono gli irragionevoli che fanno il progresso.
»

George Bernard Shaw

 

<>No, cambio di rotta. Vi avevo promesso non-luoghi e invece no. Mi ravvedo.

Oggi, sabato 26 luglio 2008, ore 6.00 del mattino, sarebbe immorale tentare di portare a termine un (pur breve) saggio sul paesaggio senza almeno accennare ad internet e alla rete: ai nuovi spazi.

<>Abbiamo parlato di accelerazione, movimenti che sono flussi orizzontali, sequenza di occasioni per fare esperienza, <>zapping emotivo<>. Questa serie di elementi non vi richiamano alla mente qualcosa? Non è forse questa la mentalità che sta dietro al web: la sparizione delle forme verticali, la moltiplicazione dei punti di intensità ed esperienza, il relativo annullamento delle distanze, la creazione di velocità assoluta: di un nuovo spazio e di un nuovo paesaggio? E non è forse internet il succo concentrato, il punto più alto, l’estrema realizzazione dell’habitat dei surfers? Non è qui che meglio respira la generazione 3.0?

Ecco, prima di concludere mi sembra necessaria una breve analisi della rete, come fattore che modifica il nostro rapporto con lo spazio fisico. Non può non farlo!

<>Anche se è una limitata porzione della società che abita e presidia gli spazi in rete, credo che il fenomeno assuma un rilievo profondo: ad utilizzare la rete sono le classi più giovani e quelle più ricche, volenti o nolenti, che vi piaccia o no, le idee si diffondono a partire da questi ripetitori, scelte e condizionate da quel tipo di utenza. Il lavoro di diffusione, più o meno capillare che sia, fa il resto. C’è una parte del mondo che produce idee, per poi distribuirle al resto del pianeta (il flusso di ritorno esiste, trova casi eccezionali, ma resta al quanto spelacchiato).

<>La mentalità del surfer, dovesse scegliersi una patria d’origine, sceglierebbe gli Stati Uniti; il concetto di fare esperienza legato a moti orizzontali, rapidità, distanze brevi, spettacolarità, concentrazioni in punti di intensità, se ci pensate è, prima che in altri luoghi, statunitense.

<>Quello che dobbiamo tenere in considerazione è che la mentalità del surfer, internet e la rete, proseguiranno la loro diffusione, senza arresti, e formeranno generazioni in modo sempre più massiccio. Il problema più grande - da bravi palombari, continuiamo a ritenerlo un problema - è che questa mentalità plasmerà a sua immagine le nuove forme di pensiero, che, parafrasando, vuol dire che rinunceremo a parte molto consistente della cultura degli ultimi tre secoli. In seconda battuta, esiste un problema fisico legato da un lato al crescente tempo passato davanti agli schermi, vero nuovo paesaggio delle nostre vite, dall’altro alla conseguente modificazione della percezione, come delle idee di spazio e paesaggio. Dobbiamo chiederci se costruiremo anche all’esterno, sul territorio, un paesaggio predisposto per lo zapping emotivo, basato su punti di esperienza fruibili e decontestualizzati - ricordate il kebap all’Orio Center? - in mezzo a una pianura anomica da affrontare alla velocità di stimoli elettrici, senza guardare.

<>Ritorniamo un momento alla questione della stampa, che, attraverso un’analogia, ci può aiutare a capire qualcosa in più di questa teoria, che, a voi, lo so, continuerà ad apparire bizzarra. Mi spiego meglio. Prendiamo i mutamenti del mondo dell’informazione, guardiamoli bene, non è difficile capire come potrebbe cambiare la distribuzione di senso nel paesaggio delle nostre vite: oggi la stampa insegue occasioni di esperienza fruibile, crea differenza con scarti veloci, orizzontali, sempre meno ipotizza di fare lavori di vera indagine e approfondimento. Risultato di questa combinazione è che siamo sommersi da notizie che non assolvono la loro originaria funzione: fornire un quadro reale della situazione. La notizia nasce, o viene creata ad hoc, per fornire un’occasione al pubblico-consumatore, non per ricostruire fedelmente la realtà. Diventa meno importante l’autenticità dei fatti, molto di più la “presa” che essi offrono. Per dirla altrimenti: si gioca tutto sul ritmo, che diviene decisamente più importante dei contenuti. Le buone testate nella valutazione della generazione tre-punto-zero sono i vari Metro, City e cose così. Anche i grandi titoli, le Repubbliche, i Corrieri, i Carlini, al posto di dettare un modello e una forma riconosciuti e seguiti, si trovano a camuffarsi, ad assumere sembianze, da Metro: insomma, a rifarsi il look e il ritmo, per diventare occasione di esperienze orizzontali.

<>Il senso primigenio del paesaggio, quello raffigurato nitidamente da Corot e descritto candidamente dalla penna di Goethe, stava nell’armonia e nel piacere dell’osservatore alla vista di quei sommi, quasi immutabili, equilibri. Il senso del paesaggio odierno non risiede più nelle visuali, statiche, morte, relitte; il paesaggio acquisisce valore solo se riesce a legarsi ad un’occasione di esperienza 3.0; dove per tre-punto-zero sapete bene a che mi riferisco: velocità, distanze brevi, orizzontalità, decontestualizzazione, fruibilità facile, istantanea, possibilità di consumare e cosa non importa poi molto.

-<>Il paesaggio contemporaneo vale nel momento in cui diventa connessione tra esperienze, tra elaborazioni di senso più vicine, a portata di mano.

<>Solo un paesaggio costituito da punti di esperienza riesce a trovare valore in sé; il resto no, non conta, non è più che un fondale qualsiasi. Lo diceva bene il professor Inghilleri nel suo “La buona vita”, le nuove generazioni sono divenute maggiormente autoreferenziali, riallacciano l’importanza di uno sfondo a motivi delle loro proprie vite, lo fanno in maniera più puntuale, lo fanno più di prima. Oggi si comprende un paesaggio le cui regole per la comprensione non siano dettate dall’analisi dello stesso o da un rispetto dogmatico: è lo stesso scenario a dover essere interpretato all’interno di qualche altra esperienza, il paesaggio diventa cornice incapace di produrre valore in sé.

 

Immagine di Isabella Stampa

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<>Capite che significa? Significa che in questi tempi di decontestualizzazione, perdita della memoria e dello spirito dei luoghi, il senso del paesaggio è dettato all’esterno del paesaggio e, in qualche modo, c’è un approccio più personalistico e meno comunitario al paesaggio stesso; meno totemico, per dire. Prima il paesaggio era la chiara rappresentazione della nostra identità, della nostra memoria, un riferimento collettivo, oggi non è nulla se non è possibile fonte di esperienza.

<>Pensate al web: occasioni di esperienza incastonate in siti sempre più ricchi e spettacolari: senso all’interno di cornici ed esperienze accessorie, diffuso tra impulsi acceleranti. Pensate, ancora una volta al cibo, e più precisamente, pensate al tempio dell’alimentazione 3.0: il fast-food. Non è difficile capire che Burger King e McDonald’s non sono luoghi in cui il cibo assume importanza di per sé. Intendiamoci, la polpetta fritta che sta in quei panini non ha nessuna oggettiva possibilità di piacere, di essere buona; piacciono il contorno, gli accessori, la musica, la pubblicità; è la cornice accelerante, decontestualizzante, facile, a dare senso all’essere lì, in quel momento, a mangiare la propria polpetta, seduti tra mille altre polpette.

Se non avete ancora colto la direzione, se non è chiaro dove io voglia andare a parare con questo discorso, attendete la prossima puntata: parleremo di non-luoghi, tempo e distribuzione del senso. L’ultimo passo, poi, prometto, sarà discesa.

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