Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti. Per proseguire devi accettare la nostra policy cliccando su “Sì, accetto”.

Vorrei | Rivista non profit

Dal 2008 rivista non profit di cultura, ambiente e politica. Senza pubblicità.

Comunicati stampa

Attenzione. I materiali pubblicati in questa pagina non sono prodotti da Vorrei.
Vengono pubblicati su richiesta dei mittenti i quali se ne assumono ogni resposabilità.
Inviate i vostri comunicati a: info@vorrei.org

Print Friendly, PDF & Email

27 gennaio 2018

Giornata della memoria

"Ojos de dios - Le persone e i numeri"

installazione temporanea 

presso l'Arengario di Monza

a cura degli studenti e dei docenti delle classi terze della Scuola Secondaria di Primo Grado Ardigò

Che cos'è la giornata della memoria? E' possibile dimenticare eventi tanto tragici della storia dell'umanità? Come possiamo celebrarla in modo significativo?

Partendo da queste domande è nato un laboratorio che, durante più di tre mesi, ha visto gli studenti e le studentesse della scuola Ardigò mettersi al lavoro con i loro insegnanti. Con l'aiuto dell'associazione "Sul filo dell'arte" hanno recuperato i filati, incollato i telai, intrecciato gli ojos. E si sono fermati a riflettere, per discutere e capire, non solo "studiare".

Il risultato è l'installazione che chiunque si troverà a passare dall'Arengario sabato 27 gennaio potrà vedere.

Un'installazione che dura un giorno, perchè proprio in quel giorno si vorrebbe dare lo spunto per fermarsi anche solo un'istante a riflettere sulla tragedia immane dello sterminio degli esseri umani rinchiusi nei campi di concentramento.

Un' installazione fatta da tanti piccoli pezzi, più di 2200, perchè, come spiega il comunicato:

"Milioni di persone sono state uccise nei campi di concentramento e di sterminio, Così tante che è impossibile stabilirne il numero esatto.

Come si fa ad avere un’idea concreta di una tragedia simile? Quest’installazione dovrebbe aiutarci a vedere le persone che sono morte.

Ogni ojo de Dios è il simbolo di chi non è sopravvissuto e, proprio come succedeva ai deportati, ha un numero, non un nome."