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TEATRO MANZONI DI MONZA

(Sezione Altri Percorsi)

Venerdì 4 Aprile 2018, ore 21.00

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

in

LEAR, SCHIAVO D’AMORE

una riscrittura di Marco Isidori del Re Lear di William Shakespeare

con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Batty La Val, Francesca Rolli, Marzia Scarteddu, Vittorio Berger, Nevena Vujic, Eduardo Botto, l’Isi

Regia Marco Isidori

Scene e costumi Daniela Dal Cin

Tecniche Sabina Abate

Disegno luci Francesco Dell'Elba

Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa

 

PRIMA REGIONALE (DOPO IL DEBUTTO AL TEATRO STABILE DI TORINO)!

Per la prima volta al Teatro Manzoni di Monza va in scena la compagnia dei Marcido Marcidoris – in prima regionale dopo il recente debutto a Torino - Prezioso appuntamento al Teatro Manzoni con il teatro d’arte dei Marcido Marcidoris, originalissima e pluripremiata (Premio della Critica 2009 e due volte premio Ubu per le scenografie nel 2003 e nel 2009) compagnia che presenta a Monza (in prima regionale dopo il debutto a Torino) il suo nuovissimo lavoro.

 LA COMPAGNIA

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa nasce nel 1984 dall'intesa fra Marco Isidori, barocco ideatore di drammaturgie e visionari percorsi, e Daniela Dal Cin, poliedrica artista visiva – scenografa, grafica, costumista – la quale decanta l'immaginario alla base degli spettacoli in figure e spazi che aderiscono come maschere ai performer, influenzandone corpi, voci e identità.

Il loro teatro si completa grazie al virtuosismo fonico/vocale e al radicale trasformismo di Maria Luisa Abate.

Dalla fondazione ad oggi i Marcido hanno realizzato 27 spettacoli ispirati a vari autori, ma sempre connotati dalla ricerca d'un “teatro ulteriore” dove – come scrisse Franco Quadri – «gli attori e i loro corpi, le scene, gli addobbi e i costumi, le luci e le ombre, la voce e la musica, le parole, i gesti, il respiro e il canto, e naturalmente anche gli spettatori fanno parte di un tutto unico, una macchina-corpo dai molteplici organi».

Pur non rappresentando vicende, gli spettacoli dei Marcido metabolizzano riferimenti figurativi, letterari e sonori, componendo storie che si incarnano nell'organismo scenico: storie evidenti, perché coincidenti con la realtà dello spettacolo, eppure cifrate, perché nascoste nell'impatto della sua visione. Storie che non narrano, ma sono piuttosto narrate da impasti di presenze in azione.

Ormai da trent'anni il processo creativo dei Marcido veicola letture, suggestioni e tematiche, che passano dai concepimenti mentali di Isidori alla partitura multisensoriale dello spettacolo.

(Gerardo Guccini)

NOTE DI REGIA

Re Lear dei Marcido: Shakespeare oggi, Shakespeare ancora e sempre “in love!” Grande metafora scenica degli inciampi ineludibili della vecchiezza umana, grande storia familiare, grande Teatro delle limitazioni intrinseche relative comunque alla sordità naturale della nostra condizione di viventi; tutto ciò è la tragedia del Lear. Lear, schiavo d’amore respira all’interno di una spazialità scenografica assai particolare, le cui contraddittorie caratteristiche strutturali (potremmo descriverne l’immagine come quella di un Sottomarino/Volante) sono esaltate e potenziate da un impegno drammaturgico che ha saputo privilegiare soprattutto la dimensione epica del racconto del Bardo. Le situazioni dello sviluppo storico vengono accompagnate in sequenza, sottolineandole e contrappuntandone le fasi climatiche, da una serie di trasformazioni di tutto il panorama scenografico, stupefacenti per effetto visivo, ma, quel che più conta, per l’estrema aderenza della loro misura iconica alle intenzioni/intuizioni generali della regia. I Marcido tengono molto a conferire alle imprese spettacolari che li hanno appassionati, non soltanto un forte marchio di bellezza figurale, ma durante i loro trent’anni di attività professionale, hanno potuto constatare come nessuna verticalità estetica da sola, possa giustificare in toto l’azione drammatica contemporanea; occorre prevedere, immettendolo nel piano di qualsivoglia tentativo di rappresentazione, il dispiegamento calcolato, determinato, quasi programmatico, di una precisa istanza etica: nel corso dell’imbastitura della pièce, seguendo uno dei precetti brechtiani a noi più cari, siamo stati trascinati, guidati dalla potente eloquenza del dettato poetico che avevamo tra le mani, verso un compimento del lavoro scenico, che proprio nella risposta a domande sulla necessità urgente di una “nuova alleanza” (ci sentiamo di definir tale ciò che per Brecht era l’empito rivoluzionario) tra i soggetti umani, ha trovato la sua miglior cadenza/sapienza teatrale; d’altro non eravamo alla ricerca.                                                                                                                       (Marco Isidori)

Recensione su Repubblica

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa non è una compagnia, ma un corpo teatrale che ha una testa e una pancia pulsanti, per far diventare muscolo la poesia: non la poesia conclamata, ma una poesia “altra”, quella che avanza come una limatura, grattando i classici con la raspa di un’idea, con la tenacia di un’utopia - forse allucinatoria, ma salvifica - per dare attestazione al proprio senso dell’esistenza. Questo corpo teatrale, imperterrito e agguerrito, prosegue un cammino trentennale con sfrontatezza dell’adolescenza, dove i singoli spettacoli altri non sono che altrettanti capitoli di un ipotetico romanzo di formazione: passo dopo passo, macinando seduzioni del passato, per rispecchiarsi in presente che vuol essere superamento di sé. Superamento nello spasmo della parola, del ritmo, della fisicità dell’attore, dei limiti di uno spazio scenico piatto che anela alla verticalità. Questa ricerca dell’oltre è la cifra dei Marcido che visivamente si rivela a partire dalle creazioni scenografiche della geniale Daniela Dal Cin, parti fondanti dello stesso impianto drammaturgico che da l’avvio a un nuovo frammento del prosieguo dell’avventura. Si tratta di macchine sceniche totali che imbragano l’attore costretto a sbozzolarsi da quel cilicio tarpante per tendere a una metamorfosi. Anche l’ultimo parto, "Lear, schiavo d’amore" (una riscrittura del Re Lear shakesperiano dell’imaginifico Marco Isidori), muove come incipit da questa dimensione. Lear è come al centro di una ragnatela, vittima di se stesso carnefice. Ma la costrizione in questo caso dura il tempo di un varo. Poi la macchina in cui campeggia si rivela in tutta la sua forza allusiva, come una sorta di nave con cui solcare la tragedia sulla scia delle tante declinazioni d’amore che essa contiene, intrecciate all’ansia del potere o alla sua liberazione. I registri sono quelli cari ai Marcido, tra epica, clownesco, sfottò, straniamento e marionettume esasperato. La tragedia si fa viscerale, passa di pelle, gronda dai pori degli attori, in un gioco di doppi a volte intricato ma certo intrigante, quasi a voler sottolineare la disgregazione dei personaggi a favore del flusso scenico che altro non è che propagazione di quel Lear, protagonista suo malgrado, coacervo di scorza e di vecchiezza, di libertà negata o ostentata, di cecità e di veggenza.

Grande prova d’attore per tutti, come sempre, per nitore e rigore collettivo, e prova nella prova di Paolo Oricco, di un’energia folgorante che abbaglia.

(La Repubblica)

Info e biglietti

Info: Teatro Manzoni di Monza – Tel.  039 386500     www.teatromanzonimonza.it

Orari biglietteria: Martedì, giovedì, venerdì, sabato ore 11-13 e 15-18; Mercoledì 15–19

Biglietti acquistabili on line sul sito del teatro o al botteghino

www.teatromanzonimonza.it

 

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