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TESTO INTEGRALE DELLA RELAZIONE DI MAURIZIO LAINI,

Segretario Generale della CGIL di Monza e Brianza.

 

 

  1. “Un paese allo sbando ha bisogno della CGIL”: Susanna Camusso non c’è ma lo slogan va bene lo stesso.

 Vi ricordate gli inizi dell’anno?

Berlusconi era più che mai in sella; sorrisi a tutta dentiera; giornali e soprattutto televisioni orientati sul “bello” della libertà, del bunga bunga, del potere individuale massimo e massimizzato.

La crisi, a parole, era esorcizzata, lontana: il Premier a negarla, semmai con una punta di compatimento per Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna.

La Lega – da noi – era ai massimi. L’agenda politica del paese era riempita dal dibattito federalismo fiscale, panacea di tutti i mali del paese; federalismo come valorizzazione dei territori, delle culture, delle economie e del potere al locale.

La sinistra politica era ridotta al balbettio: dopo la “grande sconfitta” parlamentare del 14 dicembre e la compera del manipolo di scilipotiani, di responsabili e di deputati venuti via a prezzi di saldo, la prospettiva politica sembrava segnata.

Tra di noi si palpava lo scoramento: come si fa a parlare con i colleghi, con i vicini di casa, con i compagni di lavoro? Come si fa a convincerli che sono giuste le preoccupazioni per la democrazia, per i posti di lavoro che da noi si perdono a centinaia, per i tagli alla finanza locale, per l’aumento della povertà, per la totale assenza di prospettive per i giovani precari?

Sembrava una battaglia persa: il paese stava da un’altra parte.

Voleva non vedere.

Il paese era distratto, forse incantato, ancora, dai mirabolanti vagheggiamenti di Bossi e di Berlusconi.

Anche Tremonti rassicurava e condivideva: banche italiane solide… basta – diceva -  un po’ di attenzione ai conti.

In dieci mesi lo scenario è stravolto, quasi ribaltato.

Come un pugile suonato, pesto, il paese tenta di non chiudere definitivamente gli occhi e si guarda intorno disorientato, confuso, preoccupato.

Come un attore definitivamente invecchiato, passato di moda, il Premier non sorride più; minaccia e blandisce senza logiche, subisce gli sguardi severi di Sarkozy e della Merkell che con disprezzo scantonano, quando non sorridono di lui considerandolo un cialtrone inaffidabile, bugiardo, incapace.

E tanti di coloro che a gennaio consideravano la CGIL un luogo di gufi, un drappello di comunisti irresponsabili, un clan di politicanti irriducibili hanno cambiato opinione.

Il loro Federalismo-panacea, la loro ideologia della colpa dei terroni e dei negri è morto, sepolto dai tagli e dall’indebolimento, dallo sfinimento degli Enti Locali, privati non solo di risorse ma persino di ruolo istituzionale, soffocati da un centralismo che non ha pari nella storia del dopoguerra.

Il consenso e la credibilità dei loro slogan si è sfarinato e i gruppi dirigenti dei partiti de “la crisi non esiste” è stato spazzato via, sostituito dalle domande di senso che la gente è costretta a ricominciare a farsi di fronte alla cassa integrazione, alla mobilità, al taglio dei servizi, all’aumento delle tariffe e delle rette, all’aumento dei prezzi, della tassazione locale, della tassazione tout court e soprattutto di fronte a prospettive ignote, quantomeno incerte per sé, per l’economia, per il paese.

Sono stati bruciati miliardi di euro in manovre inefficaci, punitive per la gente, inservibili senza un minimo di sostegno all’economia reale, allo sviluppo, alle famiglie.

In dieci mesi ne sono successe di cose:

dai giovani precari autoconvocati, alla ribellione delle donne che rivendicano la cifra di dignità culturale e di civiltà che questo paese ha costruito negli anni;

dalle rivendicazioni di pane, lavoro e democrazia dei paesi nord africani – in qualche caso “dolci”, in qualche caso violente – alle manifestazioni degli studenti contro la Gelmini e la sua riforma;

dalle amministrative dall’esito sorprendente alla conferma dei referendum: meraviglia, ci siamo! Fino alle piazze della CGIL, che rappresentano una costante di questo 2011.

Piazze coerenti, coperte da una piattaforma alternativa e – oggi ancora più di qualche mese fa – credibile.

Due scioperi generali tra maggio e settembre: uno preparato a lungo, con assemblee, dibattito tra i lavoratori, con uno sforzo organizzativo importante, con un confronto a tratti complicato. Molti lavoratori e pensionati ci chiedevano: perché siete da soli? Perché in un momento così delicato volete scassare il paese? Perché dobbiamo rimetterci la giornata? Ma siete sicuri che serva? Ciò nonostante il 6 maggio eravamo tanti e decisi.

Ma il 6 settembre eravamo ben di più: senza assemblee, a scuole chiuse, con metà dei pensionati in riviera eravamo di più.

A maggio abbiamo spinto, a settembre siamo stati spinti.

E gli interrogativi erano decisamente diversi: dove sono CISL e UIL? Perché non capiscono?

Per fortuna delegati di altre Organizzazioni erano con noi; a Monza FIM CISL aveva scioperato il 5 settembre; la discussione dentro CISL e UIL si è aperta improvvisamente e – a tratti – tumultuosamente.

Già il 6 di settembre Bonanni e Angeletti si sono chiesti se avrebbero potuto reggere la spinta che aveva cominciato a premere sulle loro volontà accomodanti, rassegnate, acquiescenti rispetto a manovre inique, devastanti, drammatiche nella loro inefficacia.

Dove sono CISL e UIL? Chiedevano a noi, i lavoratori.

E più nessuno aveva dubbi sulla patrimoniale, sula lotta all’evasione fiscale, sula revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti e i pensionati. Sulla necessità che chi ha di più debba contribuire maggiormente a ridere fiato all’economia del paese; che i sacrifici si possono fare solamente se il quadro è quello dell’equità, della giustizia sociale; se a pagare non sono sempre quelli.

Il Governo a settembre è diventato, nella consapevolezza di tutti, un governo di incapaci: vi ricordate, no, è roba dell’altro ieri…? il riconoscimento contributivo del militare, degli anni di studio, l’attacco alle pensioni, ancora una volta, e la salvaguardia dei privilegi della casta, la richiesta pressante di riduzione dei costi della politica.

Parole come iniquità, ingiustizia, inefficacia; come improvvisazione, dilettantismo, incapacità; parole come “vergogna”, magari dette in dialetto, viaggiano ormai tra la gente con toni sempre più convinti.

Il Governo ha un consenso tra i cittadini elettori di poco sopra il 20%;

PDL e LEGA registrano intenzioni di voto poco sopra il 35%.

Il Governo del Paese è un governo di minoranza nel Paese.

La sua maggioranza parlamentare perde pezzi inimmaginabili: la Carlucci cambia abito di scena.

E’ un Governo morto.

Un Governo che questa settimana proverà a sopravvivere a se stesso ma che comunque non vivrà più.

In questo quadro dovete leggere lo slogan del “Paese allo sbando”: perché oggi non sappiamo se e come ne usciremo.

Il paese è ormai consapevole di trovarsi così vicino al baratro da averne finalmente paura, se non terrore.

Ma sa che con questo Governo che non governa, con un Premier che non è credibile neppure quando gli capita – di rado – di dire cose vere, senza uno straccio di idea sul futuro, sulla direzione da imboccare per tornare a crescere, sa che il rischio di un disastro è reale.

Di fronte allo “sbando” la CGIL c’è: ha dimostrato di poter tenere aperti gli spazi di democrazia nel paese; di avere risorse di credibilità sufficienti a mobilitare; di avere un bagaglio di proposte utili e attraverso la propria piattaforma di costituire un riferimento sindacale e politico importante per i lavoratori, i pensionati, il paese.

Il movimento che è cresciuto ha mantenuto l’obiettivo della coesione sociale, anche in questa durissima fase in cui la rabbia non governata, il conflitto senza proposta, le provocazioni infami di Sacconi che evoca, chiama, il terrorismo, potrebbero condurci in vicoli ciechi.

Nei quali la chiacchiera da bar sul bunga bunga o sull’antipolitica potrebbe essere sostituita dalla critica da bar, come dopo la moviola, sugli incidenti, su dei morti in piazza.

Ci siamo andati vicino con gli scontri di piazza S.Giovanni il 15 ottobre: una manifestazione ampiamente legittimata dal consenso del paese (anche di alcune personalità insospettabili, indignato ormai è il paese), una manifestazione ricca di contenuti è stata zittita e nascosta dai fumogeni, dai lacrimogeni, dagli idranti della polizia e dall’idiozia vigliacca di qualche decina di Black-block.

“Un paese allo sbando ha bisogno della CGIL”, della sua battaglia per i diritti, a cominciare da quella di contrasto all’articolo 8; delle sue idee sulla giustizia sociale, della chiarezza con cui sta dalla parte di chi lavora e dei pensionati.

Delle sue manifestazioni nazionali, della funzione pubblica e dello SPI; degli scioperi della FIOM, ultimo quello regionale venerdì 4 novembre, e della prossima grande manifestazione confederale a Roma il 3 dicembre.

A chi altri può credere un lavoratore che sta per essere licenziato, una famiglia in difficoltà per la cassa integrazione, un pensionato che fatica ad arrivare a fine mese, un giovane precario, di un laureato cui viene offerto uno stage gratuito da commesso in un supermercato?

  1. Perché non sappiamo cosa succederà e dove stiamo andando.

La situazione del nostro paese è grave e va affrontata.

Al netto della credibilità del Governo e dell’efficacia delle sue politiche l’Italia ha un problema storico di competitività e di bassa crescita che precede la crisi finanziaria del 2008 e una palla al piede pesantissima rappresentata dal suo enorme debito pubblico e, ovviamente, dalla necessità di finanziarlo.

Già prima dell’esplosione della crisi la CGIL denunciò i segnali del “declino” economico e produttivo del paese.

Debito e bassa crescita costituiscono straordinarie aggravanti agli effetti della crisi globale che ha investito noi come tutte le altre economie avanzate.

Andavano – vanno – affrontate in modo strutturale con politiche adeguate che non siamo riusciti a costruire nel tempo.

Oggi, con la crisi, contribuiscono a rendere specifica la situazione italiana e inducono i mercati e le borse a scommettere contro il nostro paese.

Il famigerato “spread” che rappresenta il differenziale di costo nel finanziamento del debito tra Italia e Germania è arrivato a toccare ancora venerdì i 460 punti base e a bruciare rapidamente parte delle risorse raschiate con quelle balorde manovre estive che sono state messe in campo.

Sangue, sudore e lacrime dei lavoratori incamerate dai mondi finanziari attraverso l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato italiani, senza nessun ritorno in termini di sviluppo e di crescita o tantomeno di riduzione del debito.

500 punti base (stamattina) di spread che paghiamo noi, non illudiamoci.

Neanche per un attimo dobbiamo pensare che non siano cosa che ci riguarda: sono le nostre tasse, il nostro lavoro, le prospettive di investimento e di sviluppo del nostro paese; sono occupazione.

E la borsa punisce il paese attribuendo alle azioni delle imprese e più in generale del sistema valori inferiori alla loro capitalizzazione reale.

La BCE detta all’Italia condizioni per continuare ad acquistare i titoli di Stato italiani, a calmierare almeno un po’ l’aggressività dei mercati nei confronti dell’Italia.

E lo fa, esattamente come per la Grecia e per le altre economie in difficoltà, sostituendosi a strategie che dovrebbero essere politiche ed europee assolutamente inesistenti.

Non c’è un’Europa politica capace di riflettere e adottare misure per affrontare la propria conclamata crisi, non c’è un luogo capace di orientare nel consenso sociale e politico le scelte comuni dell’Europa: c’è uno strumento che dovrebbe essere autonomo e tecnico, la BCE, pressato dalle politiche delle economie forti o meno deboli (Francia e Germania) che detta agli Stati comportamenti considerati virtuosi.

Non ci sono Istituzioni europee capaci di assumere decisioni politiche legittimate e non c’è una banca europea che possa stampare moneta ed emettere titoli come fosse una banca nazionale.

Ciò è grave perché: a) altre economie (USA, Giappone, Cina) sono supportate da Stati, da governi politici e dotate di banche centrali capaci di fendere le monete degli stati di riferimento; b) gli Stati europei pur avendo mantenuto banche centrali hanno rinunciato alla facoltà di emettere moneta. L’euro è orfano di politiche e di una banca capace di difenderne il valore dagli attacchi speculativi.

In realtà i comportamenti della BCE si rvelano monetaristi, depressivi, indifferenti alle specificità, basati su logiche tecnocratiche, peraltro distanti dai tentativi che negli States Obama e la Federal Reserve gestiscono a tutela dell’economia americana.

Insomma: l’Europa, tutta l’Europa, sconta una crisi economica specifica con una valuta, l’euro, non supportata da un’autorità politica e da una banca centrale capaci di rappresentare un’economia, un popolo, una storia e di difendere dalla pura forza dei mercati finanziari il valore della moneta.

L’euro è sotto l’attacco dei mercati perché sconta queste debolezze strutturali, quest’incertezza di prospettive, questa assenza di strategie politiche condivise.

E i paesi più deboli sul fronte economico si ritrovano senza sovranità e senza alternative.

Germania e Francia sono in condizione di determinare il compromesso tra i rispettivi interessi non necessariamente convergenti e di spingere – tutelando le proprie economie – la BCE a dettare per tutti cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Certo, con un minimo di credibilità internazionale in più anche il nostro Paese avrebbe potuto dire la sua: in fondo rimaniamo una delle potenze economiche mondiali, la terza in Europa, ammette Sarkozy; abbiamo le nostre eccellenze, siamo capaci di fare qualità, continuiamo ad esportare; abbiamo un sistema-paese flessibile a suo tempo reattivo e soprattutto abbiamo una ricchezza e un risparmio privato che non temono confronti, in Europa.

Siamo cofondatori dell’Europa: prima di Berlusconi capaci addirittura di orientare i percorsi culturali e politici dell’integrazione europea.

Ma tant’è. Ci ritroviamo “non credibili”, “inaffidabili”, sotto tutela, marcati stretti anche dal Fondo Monetario Internazionale. Che non ci ha prestato un euro ma che è in condizione di pretendere di poter “vigilare” trimestralmente sui nostri conti e le nostre politiche. E chi si fida più degli impegni di Berlusconi e delle sue lettere? Chi in questa sala pensa che Berlusconi possa, con la sua maggioranza, mantenere fede alle sue promesse in sede G20?

La Grecia, del resto, è il testimonial più appariscente di questo processo di espropriazione delle prerogative anche democratiche degli Stati deboli: la minaccia di ricorrere ad un referendum popolare (quindi di esercitare un atto di sovranità, di democrazia, il ricorso al giudizio dei cittadini, degli elettori, del popolo) sulle manovre economiche frutto dei compromessi faticosi e dei negoziati con quell’Europa che non c’è, è diventata subito una bestemmia in chiesa.

Può darsi, per carità, che Papandreou abbia bleffato, che abbia fatto ricorso ad un colpo di teatro, ad una boutade geniale….. Sta di fatto che il popolo greco non ha potuto essere coinvolto – insisto, non che fosse giusto, ma così è - perché il rischio di un default non solo della Grecia, ma dell’euro e dell’Europa intera sarebbe stato troppo grosso.

Così siamo messi. Papandreou prende atto e prova ad accompagnare la nascita di un Governo di unità nazionale dopo la cancellazione dell’ipotesi-referendum. Prima di lui Zapatero ha favorito nuove elezioni; prima ancora i Governi dei Paesi coinvolti nel rischio default se ne sono andati. Così è messa l’Europa. Tocca a Berlusconi, adesso, lo voglia o no.

La CGIL sta dalla parte degli Eurobond, titoli europei e non nazionali; sta dalla parte della tassazione delle transazioni finanziarie, delle operazioni di trasferimento di valuta e titoli nel mercato finanziario mondiale (la famosa Tobin tax): ma certamente il problema è molto più ampio.

Ampio esattamente come quello della regolazione internazionale dei mercati, di stretta attualità dopo la crisi finanziaria del 2008 e poi pian piano caduto nella priorità dei vari G8, G20 ecc.

Dal punto di vista delle regole siamo dove stavamo quand’è scoppiata la crisi e la conclusione è questa: i mercati, le borse (e anche quello di più brutto che sta dentro i mercati e le borse come la speculazione e il falso) schiacciano l’Europa e l’euro agendo sulle sue debolezze e l’Europa e l’euro non sono in grado di governare questo rapporto con i mercati in modo organico e delegano alla BCE compiti impropri.

 E la BCE è una banca, non un organismo politico e tantomeno democratico.

Ed assolve, da banca, le funzioni improprie che, appunto, le sono state delegate.

  1. Detto questo per l’Europa, si deve tornare a parlare dell’Italia.

Ma sarebbe consolatorio attribuire alla crudeltà mentale della BCE i nostri problemi. Che invece ci sono, sono reali, al di là dei comportamenti dei nostri partners europei.

Il Governo Berlusconi ha caricato il peso della crisi sui pubblici dipendenti, sui lavoratori in genere (controllare i dati del mdl: soprattutto sui giovani, sulle donne e sugli over 50), sui pensionati.

Resiste all’ipotesi di una patrimoniale (ogni volta calcola l’ammontare per Lui della eventuale patrimoniale) e sa che il problema della crescita del pil è indifferibile.

Lo chiede la BCE appena citata, lo chiede la Marcegaglia, lo chiedono le Associazioni artigiane e dei commercianti; lo chiedono CGIL CISL UIL: per il sindacato crescita vuol dire occupazione o almeno un freno alla distruzione di posti di lavoro.

Prima delle manovre ha provato a promettere misure per la crescita, senza sapere neppure di cosa si trattasse.

E infatti alle parole non sono mai seguiti fatti di sorta.

Ma è chiaro a tutti che la riduzione del deficit si fa con i tagli di spesa e l’aumento delle entrate (scelta fin qui unica e coerente del Governo) ma si fa anche con l’aumento del prodotto interno lordo (quindi investendo o in qualche modo promuovendo la crescita, la produzione, i consumi).

Strada sconosciuta a Tremonti.

Eppure, dicevo, c’è un paese che chiede: interventi sull’innovazione e la competitività, sostegno alle imprese, formazione e welfare, meno tasse sul lavoro dipendente e le pensioni.

Insomma qualcosa che muova l’economia, che ridia un po’ di fiato ai consumi, che provi a riposizionare il paese sul mercato internazionale, chiarendo la sua vocazione manifatturiera di qualità e sostenendone il ruolo nella produzione di valore.

Berlusconi va al G20 con una lettera di intenti frutto di un faticosissimo compromesso con la sua maggioranza di Governo e dell’ennesima bega con Tremonti.

Dopo aver accarezzato l’idea di finanziare le misure sulla crescita con dodici fantasiosi condoni, dopo aver tentato un affondo ulteriore sulle pensioni, dopo aver escluso tassativamente (!) il ricorso alla patrimoniale Berlusconi scrive una lettera vuota, che si segnala per l’ulteriore provocazione di Sacconi sui “licenziamenti facili” (roba che non c’entra niente, come al solito) e per la concentrazione delle misure sulle vendite del patrimonio pubblico, di immobili e società.

Un regalo al partito della rendita, alle grandi concentrazioni immobiliari: al contrario servirebbe che i patrimoni pagassero e gli investimenti fossero concentrati sulle attività produttive, sull’occupazione e sui giovani.

Alla provocazione di Sacconi, l’ennesima, pericolosa e devastante per i diritti esattamente come il suo articolo 8, rispondono nell’ordine: la CGIL, la CISL, il centrosinistra e il Capo dello Stato.

Intanto va detto che se questo paese mantiene un briciolo di credibilità e di immagine internazionale e soprattutto un filo di speranza nella tenuta delle istituzioni e della coesione sociale è perché Giorgio Napolitano sta al Quirinale e lavora: supplisce, sollecita, promuove, si fa guardare dalla gente disorientata di questo paese rappresentando il più alto punto di riferimento certo.

A Giorgio Napolitano va la nostra riconoscenza più rispettosa e affettuosa.

Il Presidente ha chiesto che dai testi parlamentari fossero rimossi  quei passaggi che ancora di più e in maniera irrimediabile avrebbero spezzato il paese.

Comunque CGIL, Susanna Camusso, dice subito che “Il governo, in evidente stato confusionale, se ne deve andare al più presto prima di portare il paese alla deriva e senza permettersi nel frattempo di attaccare ancora una volta il mondo del lavoro”.

Ma stavolta fanno eco anche CISL e UIL.

Forse fulminati sulla via di Todi, dove il cardinal Bertone ha in qualche modo intonato il de profundis per Berlusconi, anche Angeletti e soprattutto Bonanni minacciano, alla fine, lo sciopero generale.

Benvenuti.

Danilo Barbi ci darà le ultime informazioni sullo stato della discussione tra CGIL, CISL e UIL; ma alcune valutazioni si possono ribadire:

a) la CGIL ha avuto ragione; il lavoro che è stato fatto ha pagato;

b) se i nostri cugini si scansano e tolgono la sponda sociale più rilevante di questo Governo, questo Governo è davvero all’ultimo miglio;

c) se ci fossero appuntamenti unitari di mobilitazione non ci tireremmo indietro: sappiamo cosa vuol dire per il paese l’unità delle forze sindacali; conosciamo il valore storico delle battaglie unitarie del sindacato confederale e il ritorno alla ragionevolezza di CISL e UIL sarebbero una liberazione per il paese e per la CGIL un enorme motivo di soddisfazione e di consolidamento del suo percorso sindacale e politico.

Ma so bene che non è detto che ciò avvenga né tantomeno rapidamente.

C’è chi mi ha detto “se c’è uno sciopero unitario voglio cortei separati. Con quelli lì non mi mischio. Voglio vederli in fabbrica con che faccia si presenteranno”.

I motivi di divisione restano tutti; la lacerazione che è stata prodotta dalla connivenza con Sacconi è profonda; le parole dette sono pietre.

Ma siamo un grande sindacato, responsabile.

Nei confronti dei lavoratori, dei pensionati e del paese.

Dobbiamo essere determinanti.

E insieme essere determinanti è più facile.

  1. Anche qui, sul territorio, in Brianza.

L’ultimo direttivo della Camera del Lavoro aveva, dopo lo sciopero della CGIL del 6 settembre, lanciato una sfida indicando due obiettivi: dobbiamo continuare e consolidare.

Continuare la battaglia, la mobilitazione per contrastare gli atti ingiusti e inefficaci del Governo e per sostenere i nostri contenuti.

Dopo lo sciopero giustamente la CGIL Nazionale ha indicato un percorso di mobilitazione (manifestazioni nazionali dei pubblici dipendenti, dei pensionati e manifestazione confederale il 3 dicembre), ma anche qui, sul territorio, occorreva dare visibilità e voce alle difficoltà se non alle sofferenze di lavoratori e pensionati.

Il tema della crisi e della sua gestione, il tema dell’occupazione e del valore del reddito, persino il tema della lotta all’evasione sono sì temi nazionali, che vanno presidiati con continuità in questo momento complicatissimo.

Ma c’è anche una dimensione territoriale, vicina, che chiede risposte concrete, immediate, visibili.

E poi consolidare il rapporto con i lavoratori, con tutti i lavoratori.

Se lo sciopero e la bella manifestazione del 6 settembre ci hanno fatto sentire la vicinanza con i problemi di chi lavora, è giusto preoccuparsi di non disperdere questo patrimonio di credibilità, di legittimazione, di fiducia al di là delle appartenenze sindacali che in quell’occasione abbiamo scoperto di possedere.

La CGIL di MB allora avrebbe dovuto costruire un’iniziativa che richiamasse il territorio alla profondità della crisi anche in Brianza, che ne sottolineasse le caratteristiche particolari, che mettesse in campo proposte per affrontare, qui, sul territorio, i problemi della gestione della crisi e provasse ad identificare uno scenario di sviluppo occupazionale e produttivo del sistema locale.

E avrebbe dovuto allargare i confini del consenso: avrebbe dovuto tentare di condividere con le altre Organizzazioni un percorso di coinvolgimento di tutti i lavoratori, di mobilitazione e di confronto con le controparti e le Istituzioni locali.

Avete in mano il prodotto di questa “offensiva” della CGIL di Monza e Brianza.

E’ un documento unitario, che esprime valutazioni e proposte e che chiede alle RSU e ai sindacati dei pensionati di farsi protagonisti di un’iniziativa di visibilità, di mobilitazione e di lotta sul territorio di Monza e Brianza, fuori dalle aziende, dagli uffici, nelle piazze dei principali Comuni il prossimo 24 novembre.

Il pensiero di questo documento ha tre o quattro punti di analisi solidamente condivisi:

  1. non è vero che questo territorio sta meglio di altri dal punto di vista occupazionale e soprattutto non è vero che le crisi aziendali con le mobilità conseguenti sono fatti isolati. Non è vero che il problema della Cassina è di Meda, che quello della Feg è di Giussano, che quello dell’IBM o del polo tecnologico è di Vimercate e via discorrendo: occorre far vedere che queste crisi insieme fanno la crisi del sistema produttivo manifatturiero del territorio di Monza e Brianza. I numeri sono pesanti e vanno pesati nella loro dimensione territoriale: è il distretto del mobile, eccellenza storica dell’imprenditorialità brianzola, ad essere in crisi, non qualche singola azienda; è il settore intero delle costruzioni ad essere in crisi, non qualche piccola o grande impresa; è il progetto HI TECH ad essere precipitato in un mare di difficoltà, non questa o quella azienda; e via di questo passo.
  2. Ciò significa che il territorio nel suo complesso sta rischiando l’impoverimento: quello che si vede è che per la crisi della Brianza non c’è governo, non c’è gestione, non c’è strategia condivisa. I lavoratori sono soli ad affrontare con le proprie famiglie i propri problemi; esattamente come gli imprenditori sono soli a compiere le proprie scelte imprenditoriali: non c’è istituzione, non c’è associazione datoriale, non c’è aggregazione di interessi che ragioni sulla dimensione territoriale; ciascun gruppo o singolo fa per sé e prova a sfangarsela con risultati non proprio brillanti. Chiude un’azienda d’eccellenza, chiudono decine di piccole aziende che lavorano l’indotto. Nel silenzio. Non solo non c’è progetto di governo degli effetti della crisi, non c’è un luogo di discussione, di confronto, di condivisione delle idee e dei comportamenti. La Provincia ha le sue belle responsabilità, così come le rissose Associazioni datoriali: piccoli servizi, piccolo cabotaggio, poco pensiero.
  3. Significa che MB non è un sistema produttivo consapevole. Non è lobby unitaria, ma al massimo è una corte delle filiere politiche; non ha coscienza né dei propri problemi né delle proprie eccellenze, dei propri punti di forza: aspetta che la crisi passi e di fronte all’impoverimento allarga le braccia senza costruire politiche e comportamenti condivisi. La spontaneità, lo stellone brianzolo fatto di cultura del lavoro, di coraggio imprenditoriale, di sfide vinte nella storia, rischiano di appannarsi. Ovviamente nessuno sa ne forse si chiede dove sta andando il sistema produttivo brianzolo: quale vocazione difendere (manifatturiera? Terziaria? Turistica?), quale innovazione sostenere, quale direzione intraprendere sembra non siano domande rilevanti.
  4. E di fronte a sistemi territoriali organizzati (come altre province lombarde, per esempio), capaci di riflettere sugli scenari e sui propri interessi territoriali MB rischia di essere costantemente un passo indietro. La competitività territoriale (che è fatta di infrastrutture, di servizi alle imprese, di formazione e ricerca, di buon livello degli amministratori e della politica, di buon funzionamento, l’efficienza della pubblica amministrazione, di investimenti sul welfare) è una variabile abbandonata a se stessa.
  5. In questo quadro di prospettiva devono calarsi le azioni di governo della crisi e di gestione degli ammortizzatori sociali: dalla cassa in deroga da rifinanziare alle politiche delle singole aziende che non possono essere lasciate al caso; dagli interventi di politiche attive per il lavoro alla gestione della formazione e della riqualificazione.
  6. Infine ha un grande rilievo la negoziazione sociale e territoriale: le politiche degli enti locali anche in preda alle difficoltà evidenti della finanza locale non possono tagliare il sociale, non porsi il tema delle famiglie dei lavoratori in cassa, delle tasse locali, dei servizi, nella loro qualità e quantità e nei loro costi, nelle tariffe, nelle rette. La negoziazione di CGIL CISL UIL su questo territorio ha una storia consolidata e importante: occorre raddoppiare gli sforzi per determinare le migliori condizioni di accesso al welfare territoriale da perte delle fasce deboli: pensionati e cassintegrati in primis. E il primo obiettivo di questa negoziazione è provocare le Amministrazioni sul terreno della lotta all’evasione: per motivi finanziari (può buttare risorse importanti) e per motivi di giustizia (le tasse le devono pagare tutti).

Insomma: leggerete il documento e valuterete. L’appello è alle RSU e ai pensionati perché il 24 novembre si rendano visibili e sveglino questo territorio distratto.

Non ho dimenticato che il primo prossimo appuntamento di mobilitazione sul quale contiamo molto è la manifestazione a Milano nel pomeriggio di sabato 12 novembre.

Una manifestazione regionale promossa da un nutrito gruppo di personalità del mondo della politica, degli enti locali, dell’università, del sindacato, della cultura, dello spettacolo……

“Riprendiamoci il campo” si intitola.

Interpreto: nel ’94 è cominciata l’epopea del Cavaliere, che è “sceso in campo” con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Glielo togliamo, il campo. Ce lo riprendiamo. Andremo a Milano in tanti da Monza e dalla Brianza: abbiamo una voglia matta di cominciare tutta un’altra partita.

Chissà che l’ultimo miglio lo percorreremo in fretta: è possibile vedere un nuovo quadro politico che almeno alzi la credibilità delle scelte, che ridia fiducia alla cultura democratica del paese, che si faccia orientare dall’equità. Certo la CGIL sui contenuti ha già detto e non cambierà idea. Lo scopriremo presto: se ci sono le condizioni per riportare fiducia tra lavoratori e pensionati o se si deve andare alle elezioni.

Comunque, perdio, Berlusconi vattene!

 Monza, 7 novembre  2011

 

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