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Vorrei | Rivista non profit


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Intervista a Alberto Zanchetta, giovane direttore del Museo d'arte contemporanea di Lissone. Lo stato dell'arte, della critica, i rapporti con il territorio.

 

E

ri già stato in questo museo prima di essere nominato direttore?
Sì, dieci anni fa, quando Gualdoni mi aveva chiamato come critico. Invitai 4 artisti fra cui Pellegrini, di cui proprio in questi giorni ho potuto riproporre una mostra da direttore. Era diverso, ma mi era piaciuto sin da allora.

Come è cominciato il tuo interesse per l'arte?
Studiando storia dell'arte all'istituto di grafica pubblicitaria per poi passare all'Accademia delle Belle Arti di Bologna. Lì ho capito che ero molto più bravo e convincente come critico e organizzatore che come artista. È cominciata una gavetta durata 15 anni e ora finalmente è diventata una professione riconosciuta e istituzionalizzata.

Continui ad essere e a sentirti artista?
Artista è una parola grossa, non mi sono mai sentito tale. Continuo a fare delle cose. Non opere d'arte ma una variante della scrittura. Uso delle immagini come verifica, per far capire meglio e far vedere quello che voglio dire.

C'è un ambito del fare arte che ti interessa in modo particolare?
Sì e no. Sono molto aperto a tutte le discipline, mi piace il contemporaneo nella sua totalità. Magari ci sono tecniche e ricerche che mi interessano un po' meno, per esempio non sono un fanatico del video. Amo molto la pittura mentre molti colleghi la disprezzano. Mi piace sconfinare fra contemporaneo e moderno perché uno aiuta nella comprensione dell'altro. Non ho preclusioni se non per la qualità. Sono arti visive, l'importante è vedere e quindi i lavori devono essere visivamente perfetti. Detesto la sciatteria nell'allestimento e nella resa finale.

 

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Alberto Zanchetta in un frame del video Young Dictator’ Village di Paolo Chiasera

 

Cosa pensi dello stato dell'arte attuale in Italia e oltre? Che giudizio dai della qualità di quanto si vede in giro oggi?
C'è un grande gusto, una grande consapevolezza nell'usare strumenti e materiali. C'è sì una grandissima omologazione, anche fra le varie discipline — come fra arte e design — non si capisce più il confine. Però si fa ancora tanta ricerca. Essendoci meno soldi in circolazione, c'è un gran fermento di idee. Si prova a fare qualcosa di personale e diverso e non di stare per forza nella scia di qualcun altro.

Le cose più interessanti vengono da singoli o da ambiti?
Singoli. Non ci sono più i movimenti, i collettivi forti, teorizzati.

C'è un motivo particolare per cui prevalgono i singoli?
Sostanzialmente siamo sempre più egoriferiti. C'è un narcisismo di fondo non indifferente. Non si riesce a legare fra artista e artista, fra critico e critico. Anche nel sistema dell'arte, le gallerie e i musei sono in conflitto fra di loro. Si fanno la lotta, la guerra. C'è poca umanità in questo ambiente. Ognuno sbraccia e scalcia per affermarsi molto velocemente. E questo impedisce di creare sinergie come succedeva fino a cinquant'anni fa. Ci sono delle realtà, come Mars e LEM in Italia, però non sono veri gruppi. Sono aggregazioni spontanee che esistono in quel momento ma che nel giro di qualche anno si disperdono. Non c'è un pensiero di fondo comune, una sensibilità comune.

Cosa pensi della commistione e dei limiti fra arte, design, moda?
A me interessa. Mi incuriosisce. Però quando la moda vuole essere scultura o l'arte design si rischia un effetto comico e assurdo. Va bene sperimentare, ma sempre centrati sul proprio campo. Il design comunque deve essere funzionale a qualcosa. L'arte non ha una funzione, semmai una vocazione. Detesto quando il design diventa troppo installativo. Apprezzo molto il lavoro a quattro mani, quando artista e designer si mettono insieme.

La domanda banale che segue è: chi decide cosa è arte e cosa no?
Lo decidono tutti. Il pubblico, il critico, chi fa quell'opera. Non può una sola persona decidere cosa è arte e cosa no.

Ti stai sottraendo al tuo compito?
In realtà no. Soprattutto qui al museo il mio ruolo è di documentare.

Cos'è un critico indipendente, come tu stesso ti definisci?
Nel nostro lavoro, spesso noi siamo molto vincolati alle gallerie private. Per cui non puoi essere un critico militante se poi sei pagato per fare parte di un sistema di vendite. Un critico indipendente è invece un cane sciolto, che collabora sì con chi gli offre possibilità ma si inventa anche spazi nuovi. Certo non puoi esserlo per tutta la vita, ad un certo punto devi approdare ad un museo, istituzionalizzarti. Magari per poi tornare indipendente, come faceva Harald Szeemann.

 

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Il Museo di Lissone. Foto tratta da studioamebe.blogspot.it

 

Cosa e come è cambiato nell'arte con l'avvento di internet?
Adesso tutti sono molto informati. Tutti sanno cosa succede in tutto il mondo. Questo però per gli artisti può essere deleterio, perché immagazzinano una gran mole di dati visivi, credono di elaborare e metabolizzare in un modo che gli appartiene ma in realtà non è altro che una derivazione inconscia di quanto hanno assorbito. Ecco perché c'è questa omologazione, non c'è più una gran differenza fra i continenti. Stiamo tutti un po' facendo la stessa cosa. Non c'è più il genius loci, l'aspetto folk del territorio. Che differenza c'è fra un italiano e uno scandinavo? Quasi nessuna ormai. Secondo me invece è importante sia l'aspetto geografico che storicistico: una volta guardando un'opera potevi capire quando e dove era stata fatta. Adesso è difficile. Non si riesce a capire se si tratta di un artista di vent'anni o un settantenne che sembra giovanissimo.

Ecco quindi che il discorso si sposta sul museo di Lissone.
È una grossa responsabilità monitorare quello che succede e in tre anni di mandato posso far vedere forse un miliardesimo di tutto ciò. Anche per questo ho spezzettato i 4 piani del museo: per far vedere il più possibile. Perché le persone sappiano che esistono molte cose diverse fra di loro, non tutte devono piacere ma incuriosire sì. Poi qui, ovviamente, siamo molto attenti al design. Non mi piace parlare di “artisti del territorio”, o sono artisti o non lo sono, questa è la questione. Ho in mente di fare degli omaggi a degli artisti storici ma nel mentre sto cercando di implementare il nostro archivio di autori che lavorano in questa provincia. Per provare a trovare un filo che li leghi. A me non interessa la collettiva, interessa una mostra che abbia un senso per me, per il museo e per gli artisti stessi.

Hai previsto mostre che occupino tutti i piani del museo o continuerai così, con mostre piccole e medie contemporaneamente?
No, forse l'ultimo anno della mia gestione potrebbe esserci la grande mostra. Per il momento mi interessa questa impostazione. Può sembrare frastagliata, in realtà è viva e dinamica.

Che rapporti ci sono con le altre realtà vicine, come l'imminente Biennale Giovani di Monza?
Con Monza per il momento nessuno. Ho attivato una collaborazione con Via Farini di Milano e ne sto attivando altre con realtà più lontane, per allargare il network. Altrimenti siamo sempre noi a raccontarcela addosso. Penso però che una relazione con la Villa Reale sia fattibilissima.

 

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Nella foto, da sinistra, l'assessore alla Cultura di Lissone Elio Talarico, Asia Ruperto, Alberto Zanchetta e Marco Belpoliti

 

Chi sono e quanti i visitatori del Museo di Lissone?
Siamo gratificati dal fatto che vengano bambini come anche signori di 70 anni. Arrivano dalla Svizzera, dalla Puglia o dalla Sicilia e ci ringraziano per aver scoperto una cosa nuova. Una decina di persone al giorno arrivano sempre, poi nel weekend la media sale. Sotto Pasqua un centinaio. Persone che poi tornano perché facciamo sempre nuove mostre.

20130510-frenologiaParliamo del tuo libro sulla capa di morto nell'arte?
Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive è un progetto che mi ha ossessionato per molti anni. Nato per la tesi ai tempi dell'Accademia. Allora frequentavo più i musei antichi che il contemporaneo e vedevo sempre questi teschi apparire vicino ai santi o agli altri soggetti. Ero affascinato da questa presenza sì mortifera, ma che non è il cadavere o la putrefazione. Il teschio è un soggetto diventato oggetto, una forma biologica simbolo dell'esistenza effimera. Ho continuato a catalogare e studiare libri per anni, fino a quando la Johan&Levi mi ha chiesto se avevo un testo da pubblicare. Nel frattempo il teschio era diventato di moda grazie a o per colpa di Damien Hirst, così tutti hanno cominciato a usare teschi. Catalogare tutte le opere in cui era apparso è stato complicatissimo.

Tu parli dello svuotamento del valore escatologico del teschio, diventato pura immagine, grafica diciamo.
Il teschio è sempre stato un indicatore che ti diceva memento mori. Adesso non dice più niente. È un'immagine del consumismo. La troviamo sulle t-shirt, sulle scarpe, sulle copertine dei dischi. Ma non è un'icona, è un logo depauperizzato del significato.

Sbaglio se vedo in ciò un paradigma dell'arte?
Ci può stare. Può essere un giudizio frettoloso ma ci può stare. C'è molta forma e visione ma poca riflessione nell'arte di oggi. Molti degli artisti che negli ultimi anni hanno utilizzato il teschio hanno frainteso il senso del memento mori, che in realtà è un memento vivere. In realtà ti dice: noi dovremmo vivere al meglio la vita.

 

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Una delle opere di Marco Cingolani attualmente in mostra presso il Museo di Lissone

 

Lo stato della critica d'arte. Grazie a internet abbiamo una gran quantità di fonti, ma qual è la qualità d'esse così come delle riviste?
Sulle riviste c'è ancora la volontà di approfondire, su internet vedo molti portali documentare spesso in modo spicciolo. La critica latita, soprattutto quando chi la fa non ha le basi da storico dell'arte, si dimentica quello che è successo dieci anni prima, figuriamoci secoli avanti ancora. Dovremmo essere più coscienziosi verso il nostro ruolo di mediatori. La critica dovrebbe anche stroncare, in realtà non lo si fa quasi più.

Di una mostra si parla in positivo o non se ne parla.
Esatto. Perché c'è il mercato, si è legati ai finanziamenti. Non puoi parlarne male perché c'è la pubblicità. Un tempo invece non c'era una redazione che ti imponeva dei vincoli.

Quindi non ci sono spazi e luoghi di critica indipendenti dalle logiche di mercato? Un appassionato a chi o cosa dovrebbe rivolgersi per essere informato?
Spetta al singolo individuo leggere, informarsi, confrontarsi.

Quanto sei convinto della tua affermazione: lo storico deve essere oggettivo, il critico soggettivo?
Il critico non può essere oggettivo perché sta affrontando qualcosa che è in fieri, ne è all'interno per cui non può vederlo dal di fuori. Certo più soggettivo è il suo giudizio più può essere fazioso e opinabile, però almeno si mette in gioco. Il senso è: questa cosa te la spiego a modo mio, con questi termini, ma non è l'unica e sola possibilità. È una delle tante. Quando invece il critico vuole essere oggettivo mi insospettisce. Mi sembra molto arrogante.

L'arte è un bene comune?
Io spero proprio di sì. È un patrimonio dell'umanità. Qualsiasi tipo di arte sia. Non deve diventare una speculazione, deve essere un bene culturale, non monetario. Gli artisti imprenditori o i collezionisti che comprano le opere non per piacere ma per metterle in un caveau, sono una distorsione dei ruoli e dello spirito con cui nasce l'arte.

 

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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