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20130201-america 

Lo smarrimento, l’insicurezza, la paura, l’incapacità di pensare a una propria  storia del  futuro, sono solo dell’America, o tendono a pervadere anche l’Europa? Lo stato dell'Unione attraverso i libri di Taleb, Haslett, De Lillo e il Cosmopolis di Cronenberg

 

N

on so perché,  mi è capitato  negli ultimi tempi di  leggere una serie di  libri sulla società americana, molto interessanti ma, per lo più,  decisamente sgradevoli. Del resto, quando comincio a leggere un libro, difficilmente non arrivo sino in fondo.

copj170Il primo è stato Giocati dal Caso (Il Saggiatore, 2003) di Nassim Nicholas Taleb , più noto come autore del best seller  Il Cigno Nero. La tesi del libro è che il successo che molti attribuiscono alle proprie capacità straordinarie, è in realtà dovuto solo al caso.

I protagonisti sono broker finanziari (anche l’autore lo è stato) che basano la propria azione su modelli  matematici sofisticati, che tuttavia hanno spesso esiti non diversi da quelli dei  fantasiosi sistemi usati dai giocatori del  totocalcio, se non addirittura della  smorfia che dà  i numeri per il lotto. Una razionalità ridotta a  calcolo, al servizio della massima irrazionalità. Spesso le loro attività frenetiche e spregiudicate si traducono in grandi arricchimenti, vite condotte nel lusso appariscente. Con il sottoprodotto di invidie, ad esempio delle  mogli dei meno fortunati nei confronti di  quelle dei mariti sulla cresta dell’onda, che possono permettersi  abiti, gioielli e consumi  sofisticati. 

Ma spesso  la caduta è altrettanto repentina del successo. 

Di fronte a questo scenario, l’autore sembra saggiamente suggerire, insieme a una minore presunzione, un comportamento professionale prudente e  meno concentrato sul denaro come fonte della felicità. Quanto a se stesso, si definisce  “da una parte un professionista dell’incertezza che ha trascorso la vita cercando di non farsi giocare dal caso, dall’altra un essere umano appassionato di letteratura e di estetica, che ama lasciarsi incantare da tutto ciò che è inutile”.

copj170-1Sulla spinta di recensioni invitanti, sono poi passato alla lettura di Union Atlantic, scritto dal quarantenne di successo  Adam Haslett,  (Einaudi, 2010) forse la  più sgradevole tra queste letture. Narra di un giovane arrampicatore finanziario, Dough Fanning, che insieme alla società per la quale lavora  intraprende operazioni funamboliche che, finite nel mirino della Federal Reserve, si concludono rovinosamente. 

Le vicende della sua vita lo portano tra l’altro a costruire una dimora lussuosa su un’area vincolata, e ad abusare di un teenager  suo ammiratore. A lui si oppongono un’anziana signora, insegnante, erede dell’area vincolata, e il fratello, autorevole esponente della FED.

La storia si conclude in modo disperante per tutti, compreso il protagonista. Il libro è stato scritto in concomitanza con il  fallimento della Lehman Brothers. Ma nel racconto la Union Atlantic, una Lehman della fantasia,  viene  salvata “perché troppo grande per fallire”, con tutti i compromessi economici, sociali ed etici del caso.

Su questa scia, avrei dovuto leggere Cosmopolis di Don DeLillo, (Einaudi, 2003). Ho invece mancato il bersaglio  con  due tiri sbagliati sullo stesso autore,  per pura disinformazione: Rumore Bianco (Einaudi, 1999, ed. or. 1984), e Underworld (Einaudi, 1999). Ma, come si sul dire, sbagliando s’impara.

 Rumore Bianco descrive  la vita di un tipo di  famiglia ormai frequente  anche da noi: Jack Gladney, professore universitario con specializzazione sulla vita di Hitler (pur non conoscendo il  tedesco) è un pluridivorziato, con figli suoi e della attuale moglie Babette.

Tra campus e supermercati la loro vita si svolge tranquilla, finché una nube venefica si sprigiona da un vagone merci fermo alla stazione e costringe tutta la popolazione del luogo  ad evacuare e subire le sorti degli sfollati. Jack, che ha respirato l’aria infetta, è a rischio di morte a tempo indeterminato. Tutta  la storia, di evidente sapore onirico, è pervasa dal “rumore bianco”. Secondo Wikipedia, il rumore bianco  è un segnale  “caratterizzato dall’avere valori istantanei del tutto privi di correlazione... ciascun valore appare del tutto imprevedibile rispetto ai precedenti”. E cioè un  segnale erratico, ma persistente.  Chiaro, no? Per DeLillo è il leit motiv della paura della morte che risuona  nel sottofondo della vita del protagonista (e non solo).

copj170-2Il tema ricorre anche nel grande affresco di Underworld, che ripercorre, avanti e indietro, le vicende dell’America dagli anni cinquanta ai novanta, viste dal Bronx, quartiere newyorkese dove l’autore italoamericano è nato.

Anche qui assistiamo a vite che sembrano percorsi  casuali, in uno scenario di  residui bellici trasformati in un museo all’aperto,  e nel clima della  minaccia atomica della guerra fredda. Nick Shay, il principale protagonista in una folla di comprimari da romanzo russo, lavora per una azienda di smaltimento rifiuti. Anche qui la paura  della morte pervade tutta la storia, richiamata da una descrizione minuziosa (p. 48) del famoso quadro “Il trionfo della morte” del Bruegel.

 Ci si poteva aspettare che il libro, scritto dopo il crollo del muro di Berlino, immaginasse  una sorta di rinascita del sogno americano, un clima analogo a quello della fine della seconda guerra mondiale. Si ha invece l’impressione di un persistente disorientamento, stato di allarme, definitivamente metabolizzato con l’attacco alle torri gemelle.

Per altri versi, DeLillo sembra guardare alle vicende umane nell’ottica del Quoelet, come  vanitas vanitatum. Il tutto reso avvincente dalla  sottile ironia che lo pervade, e da una scrittura magistrale,  a  momenti di grandissima poesia in prosa.

Quanto alla mancata lettura di Cosmopolis, ho rimediato andando a vedere  il film omonimo di David Kronenberg che, a dire dei recensori,  ricalca pedissequamente il romanzo. La sgradevolezza del film mi ha scoraggiato dal  leggere anche il libro.

Siamo ancora in presenza di un giovane finanziere miliardario, Eric, di cui viene descritta  una giornata  trascorsa tutta nel chiuso di una limousine che attraversa New York, tra manifestazioni politiche e ingorghi del traffico, avendo come meta il barbiere dove è solito tagliarsi i capelli. La limousine è il suo mondo, il suo ufficio, il suo ambiente per i  rapporti sessuali. Siamo ancora di fronte a una vita fatta di cose futili, occasionali, dominata dal dio denaro. Quoelet.

Nel corso di  queste letture mi andavo chiedendo: ma che rapporto ha tutto questo con il sogno americano? Con la musica jazz, il grande cinema, i musical di successo, il primato  scientifico, la vitalità artistica? Il sogno di una  costante, allegra e  ottimistica ricerca della felicità, il primo dei diritti umani sanciti dalla Costituzione americana. Una felicità senz’altro legata al successo economico,  alla proprietà di beni materiali  e al benessere fisico, ma che vede nel denaro un mezzo più che un fine. Questa ricerca sembra finita, dopo il fuggevole entusiasmo della guerra vinta, nella pura  avidità, nella ricerca della ricchezza  per  sé, di cui la felicità finisce  per essere l'esibizione. 

copj170-3Forse però l’incertezza, la sofferenza, la paura della morte, sono  sempre stati, sì, il risvolto negativo del sogno americano, ma nello stesso tempo  il fuoco che alimenta una  continua fuga  dal presente verso una eterna frontiera, nella convinzione inossidabile che ognuno è artefice del proprio destino.  Qualsiasi cosa ne pensino i Taleb, gli Haslett, i DeLillo, questo mondo in decadenza riesce ancora ad esprimersi in scelte straordinarie come quella di darsi un presidente afroamericano.

Ma c’è un’altra domanda: lo smarrimento, l’insicurezza, la paura, l’incapacità di pensare a una propria  storia del  futuro, sono solo dell’America, o tendono  a pervadere anche l’Europa? Marc Augé, il critico dei “non luoghi” dove trascorriamo buona parte della nostra vita (centri commerciali, aeroporti, eccetera) ritiene proprio di sì. In una recente intervista (la Repubblica, 28/01/13, p. 45) parla di una “matassa indistinta e confusa di paure”  a livello globale. Che può essere sciolta, guarda caso, solo con una vita attiva.

Forse il sogno americano si sta avvicinando al Sogno Europeo  su  cui fantastica Jeremy Rifkin (Mondadori, 2004). Personalmente,  mi auguro che a sua volta  il sogno europeo  si avvicini a quello americano. Abbandonando una buona volta la triste prospettiva socialdemocratica del secolo scorso, che al posto della ricerca della felicità aveva messo la sicurezza “dalla culla alla bara”.

 

 

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Author: Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di numerose ricerche, saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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