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Vorrei | Rivista non profit

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La Monza che Vorrei. Roberto Diodato, professore di Estetica alla Cattolica: “Ci vorrebbe un NEI in ogni quartiere, a disposizione dei cittadini che vogliano servirsene per stare insieme, divertirsi, parlare, confrontarsi e decidere. Monza, per progettare il suo futuro e il futuro dei suoi giovani, non deve prioritariamente guardare a Milano e nemmeno alla Brianza, ma almeno all’Europa”.

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rofessore che rapporto ha con Monza?
Sono nato a Milano e lavoro a Milano, ma vivo a Monza dal 1984, prima con i miei genitori, poi con mia moglie e con i miei figli, che hanno frequentato le scuole di Monza, dalla materna al liceo. Quindi in questi anni ho molto “vissuto” Monza insieme alla mia famiglia, le sue strutture scolastiche, sanitarie, l’oratorio, i circoli culturali e ricreativi…

Quali sono gli aspetti della città che più apprezza e quelli che meno le piacciono?
Ho il privilegio di abitare in una zona centrale, in via Bergamo, una via vivace, ricca di iniziative. In un attimo sono al Duomo e all’Arengario, in pochi minuti, pochissimi se uso la bicicletta, sono al Parco: ho apprezzato e apprezzo quindi l’abitare in una città dove se esco per una passeggiata in centro spesso e senza che mi sia messo d’accordo incontro gli amici, dove ho a portata di mano tutto l’essenziale. Sempre dal punto di vista della qualità della vita credo che per Monza sia un problema davvero serio la viabilità: il traffico è quasi un’emergenza sociale e un grande costo aggiuntivo sui tempi di lavoro, e il trasporto pubblico locale, sia interno sia in collegamento con le città vicine, va notevolmente potenziato, anche incrementando l’utilizzo di mezzi ecocompatibili. Monza è poi una città che sembra fatta per andare in bicicletta: progetterei tenendo conto anche di questo. In generale, se fossi amministrazione pubblica, penserei a un “piano di rientro dell’inquinamento dell’aria e dell’ambiente”, del quale il traffico è in gran parte responsabile. Un’attenzione particolare dedicherei anche all’aiuto alle giovani famiglie, in particolare potenziando le scuole materne pubbliche, e organizzando doposcuola, campi estivi ecc.

Monza è una città sostanzialmente, e anche spasmodicamente, concentrata sul presente.

Secondo lei Monza guarda più al passato o più al futuro?
A me sembra una città sostanzialmente, e anche spasmodicamente, concentrata sul presente; non che questo sia del tutto negativo, perché vuole anche dire attenzione alle esigenze più impellenti e immediate, vuol dire essere immersi nei tempi di lavoro, e ciò comporta una certa efficacia produttiva. Tale concentrazione però sul “lavoro presente” e sul sistema dei desideri che questo implica, non consente la percezione della rilevanza del passato per il futuro della città: tende a mummificare la tradizione e a trattarla, quando va bene, come un deposito da visitare saltuariamente. Ciò è assai limitante perché non permette di pensare il passato come risorsa per il futuro, non permette di rilanciare come progetto la memoria degli abitanti, la memoria seria e antiretorica di una civiltà del lavoro sedimentata nei luoghi della città (ricordo in passato la presenza di botteghe artigianali disseminate in città, spesso situate nei cortili delle case: un aspetto produttivo e culturale interessante che purtroppo sta via via venendo meno) e così il futuro non è più il frutto che proviene da radici profonde, ma ha il breve respiro di un presente appena un po’ allargato.

Monza, per progettare il suo futuro e il futuro dei suoi giovani, non deve guardare a Milano, e tutto sommato nemmeno alla Brianza, ma almeno all’Europa.

Quanto di quello che accade o si costruisce oggi sarà un bene o un male per i nostri figli?
Dipende da quello che si costruisce. Il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti è l’Europa, è il mondo. Ma a partire da un’identità culturale, che deve essere ancora più chiara e presente se si vuole evitare la perdita dell’identità personale. Credo che per il futuro dei nostri figli Monza debba e possa puntare, grazie alla sua situazione culturale, sociale e produttiva, a diventare nodo di una rete di città di analoga dimensione e di simile rilevanza storica sul piano almeno europeo, città con cui organizzare scambi e rapporti a diversi livelli, economico, culturale, artistico. Monza stessa, con le relazioni che saprà costruire, potrebbe essere punto di incontro tra le intelligenze giovanili e luogo di progetto per il futuro, potrebbe diventare un grande incubatore d’impresa, culturale e sociale, a livello europeo. Penso insomma che Monza, per progettare il suo futuro e il futuro dei suoi giovani, non debba prioritariamente guardare a Milano, e tutto sommato nemmeno alla Brianza, ma almeno all’Europa.

La Villa Reale poteva essere il nostro passaporto per l’Europa. La finalità del privato è il profitto, quella del pubblico è il bene comune

Cosa pensa dei destini della Villa Reale e della rinuncia delle Amministrazioni locali a gestirla?
Mi pare sia mancato un progetto di respiro ampio e ambizioso. La Villa Reale poteva essere il nostro passaporto per l’Europa, sede di eventi di altissimo rilievo internazionale, ma non abbiamo avuto la forza di pensare in grande. La delega al privato non può essere totale per un motivo semplicissimo: anche se le due finalità possono non essere in opposizione, la finalità prioritaria del privato, che è in ultima analisi il profitto, non è la stessa di quella del pubblico, che è il bene comune, in questo caso inteso come crescita culturale dei cittadini. Questo non significa che la Villa non possa ospitare anche attività commerciali, funzionali a quelle culturali, ma che il pubblico non deve delegare ai privati il progetto degli eventi di cui la Villa può essere protagonista.

Monza è ricca di associazioni: si tratta di dare visibilità alle iniziative, di fare in modo che possano collegarsi in una rete di contatti e conoscenze

Che considerazione ha della vita culturale e sociale di questa città?
Mi è sempre sembrata piuttosto vivace. Ricordo quanto ha fatto in trent’anni di attività il Centro culturale ricerca, a suo tempo diretto con grande passione da Vito Ciriello, grande catalizzatore di scambi sociali e culturali; ricordo l’attività di divulgazione della musica antica e tradizionale svolta dalla famiglia Sangineto; negli ultimi anni attività, quali la programmazione di Binario 7 e la Biennale giovani artisti, ora alla quarta edizione, mi sembrano interessanti esempi di attenzione allo sviluppo culturale. Anche esposizioni recenti, come quella al Serrone sull’arte degli anni Ottanta dello scorso anno, e quella appena conclusa all’Arengario collegato a Green Street, mi sono sembrate un segnale interessante di rinnovamento: credo sia molto importante allenare il gusto dei cittadini all’apprezzamento e alla comprensione dell’arte contemporanea. Ma in generale Monza è ricca di associazioni che svolgono attività culturali, sociali e ricreative: si tratta di dare visibilità a queste iniziative, di fare in modo che possano collegarsi in una rete di contatti e conoscenze, e per questo è importante consentire l’uso di luoghi pubblici visibili e accessibili. Il ruolo del pubblico è in prima istanza quello di favorire, collegare, rendere visibili le iniziative culturali e sociali dei cittadini. In questa direzione, al livello della massima visibilità e connessione, quando all’inizio degli anni novanta facevo parte del Circolo del progetto (al quale collaboravano tra gli altri Marco Canesi, Vittorio De Matteis, Giuseppe Longoni, Beniamino Rocca, Giovanni Sica) avevamo proposto la costruzione, a seguito di concorso internazionale, di un “Centro Polimediale”, che sarebbe dovuto sorgere nel luogo dell’antico Teatro Sociale (dove ora è il Palazzo dell’Upim) quale sua versione contemporanea. La nostra idea, presentata ai cittadini in Sala Maddalena, ebbe incredibilmente accoglienza, e venne inserita da Leonardo Benevolo nel suo piano regolatore. Poi non se ne fece, ovviamente, più nulla, ma il Centro Polimediale era un progetto innovativo complesso e articolato che integrava spazi d’uso per le attività delle associazioni culturali a luoghi di fruizione estetica multimediale, ed era soprattutto pensato come luogo di ricerca e di elaborazione culturale. Che fosse situato al centro della città e aperto alla cittadinanza era simbolicamente rilevante.

Via Bergamo è un esempio di quartiere positivamente multietnico, eppure non vi sono occasioni di incontro, e questa è una perdita di ricchezza innanzitutto per i monzesi.

Monza è una città accogliente verso gli immigrati, italiani o meno che siano?
Poiché Monza è una città dal punto di vista economico piuttosto ricca, risulta anche relativamente accogliente verso gli immigrati, perché non ne subisce particolarmente la concorrenza al livello primario del lavoro. Quanto più inciderà la crisi economica sulla situazione complessiva della città, tanto più probabilmente crescerà l’intolleranza verso la nuova immigrazione. Quello che mi pare manchi sia una politica di scambio culturale e di integrazione nel tessuto sociale. Via Bergamo è un esempio di quartiere positivamente multietnico, nel senso che non vi sono stati problemi particolari di convivenza con un numero notevole di abitanti extracomunitari, eppure non vi sono occasioni di incontro, e questa è una perdita di ricchezza innanzitutto per i monzesi. Il pubblico deve certo prioritariamente gestire le emergenze, ma poi deve preoccuparsi di favorire la reciproca conoscenza.

È possibile – secondo lei – favorire l'incontro, il confronto dei cittadini di una città, renderli partecipi delle sue sorti?
Promuoverei il più possibile la possibilità solo apparentemente prepolitica dell’incontro e del dialogo tra cittadini a diversi livelli. A questo proposito ho avuto con la mia famiglia una grande fortuna: quella di abitare vicino al NEI (Nucleo Educativo Integrato), che riunisce in un solo luogo palestre, piscina, sale per le associazioni e le riunioni di quartiere, bar, e fino a poco tempo fa l’importantissima biblioteca di quartiere. L’idea del NEI, che con la mia famiglia, insieme ai nostri amici e agli amici dei miei figli abbiamo sfruttato a fondo, è semplice e formidabile: non separare ma unire e integrare l’aspetto ludico e quello culturale, l’aspetto ricreativo e l’incontro sociale. Sono questi i luoghi da costruire e da promuovere: ci vorrebbe un NEI in ogni quartiere, a disposizione dei cittadini che vogliano servirsene per stare insieme, divertirsi, parlare, confrontarsi e decidere; se dovessi usare uno slogan direi proprio: “per Monza: uno, cento, mille NEI”.

Monza dovrebbe puntare il più possibile e a diversi livelli sull’internazionalizzazione.

Su quali fondamenta dovrebbe costruire il suo futuro il capoluogo della Brianza milanese?
A partire dalla propria identità sociale e culturale di antica civiltà del lavoro costituita da numerose piccole e medie imprese, identità fatta di competenze da mettere a disposizione come eredità da pensare e sviluppare nell’incontro con socialità differenti, Monza dovrebbe puntare il più possibile e a diversi livelli sull’internazionalizzazione. La cultura d’impresa è utilissima per la costruzione di incubatori d’impresa, secondo diversi modelli, ormai sperimentati in diversi distretti europei, anche e soprattutto attraverso la collaborazione pubblico-privato.

Darei spazio ai giovani: spazio fisico, luoghi di incontro, spazio in senso lato politico, cioè attenzione alle loro idee e ai loro bisogni.

Quali sono i “talenti” su cui Monza dovrebbe puntare, le singole persone e le capacità collettive che possono darle prospettive di lungo e positivo respiro?
Collettivamente sono certamente i giovani, non in astratto, ma per esempio i ragazzi che frequentano le scuole di Monza, scuole che sono grandi risorse per la città, ma che dialogano ancora troppo poco con il territorio. Si dovrebbe favorire questo dialogo, potenziarlo, e rendere sempre più gli studenti protagonisti della qualità della nostra vita sociale. Darei spazio ai giovani, in generale: spazio fisico, luoghi di incontro, spazio in senso lato politico, cioè attenzione alle loro idee e ai loro bisogni. Monza potrebbe poi progettare poli specialistici universitari: non tanto corsi di laurea triennali, bensì, in collaborazione con le Università milanesi, poli di eccellenza in settori di ricerca, preferibilmente connessi al tessuto produttivo del territorio. Forse un forum pubblico sul tema “pensare Monza e il suo futuro” potrebbe far uscire allo scoperto numerosi professionisti della cultura e dell’impresa che abitano a Monza ma spendono le loro energie intellettuali a Milano.

Se un giorno si svegliasse sindaco di Monza, quale sarebbe il suo primo provvedimento?
Chiederei a cittadini di dirmi quali sono le loro esigenze, chiederei ai cittadini di portarmi le loro proposte, cercherei di capire…

 

 

 

 

20110615-roberto-diodatoRoberto Diodato insegna Estetica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e al Bachelor di Filosofia applicata della Facoltà di Teologia di Lugano. Ha studiato estetica e ontologia in alcuni filosofi moderni (Bruno, Spinoza, Leibniz) e in alcune correnti del pensiero contemporaneo (neoscolastica, decostruzionismo). Su Spinoza ha pubblicato i libri: Sub specie aeternitatis. Luoghi dell’ontologia spinoziana (Cusl, Milano 1990) e Superficialità della bellezza. Spinoza e l’estetica (il Melograno, Milano 1990). Ha scritto inoltre Decostruzionismo (Editrice Bibliografica, Milano 1996). Per la Bruno Mondadori ha pubblicato Vermeer, Góngora, Spinoza. L’estetica come scienza intuitiva (1997) e Estetica del virtuale (2005).

 

 

La Monza che Vorrei

 

 

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Mi chiamo Antonio Cornacchia, per gli amici Ant (nel senso di formica). Sono art director e designer della comunicazione, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Come esperto di comunicazione visiva, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Studio e realizzo siti web per giornali, istituzioni, aziende, enti non profit.
Dal 2008 dirigo la rivista non-profit Vorrei di cui ho ideato anche il progetto editoriale. Sono giornalista pubblicista dal 1996.

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