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Nella seconda serata del ciclo di incontri “Gente che viene, gente che va” Maurizio Ambrosini, Beppe Traina e Cherubina Bertola hanno analizzato le diverse sfaccettature dell’apertura sociale verso gli immigrati, confrontando realtà diverse e esperienze sul campo.

 

Continua il ciclo di incontri “Gente che viene, gente che va” con il secondo appuntamento intitolato “Aprirsi” la realtà, i problemi, le buone prassi. Mercoledì 18 novembre 2015, Sergio Civati dell’Associazione Novaluna introduce il tema dell’incontro, parlando di apertura a livello culturale e sociale, destinata a diventare fondamentale per le relazioni tra le persone e per il confronto tra esperienze diverse.

Maurizio Ambrosini, docente dell’Università statale di Milano e Direttore della rivista Mondi Migranti, è il primo relatore della serata.

 

Chi sono gli immigrati?

Il professore inizia il suo intervento con questa domanda apparentemente banale perchè gli immigrati li consociamo, li vediamo girare in città o lavare i vetri ai semafori; è necessario, però, uno sguardo più approfondito per comprendere chi sono realmente.

Non è semplice definire chi siano gli immigrati, o meglio, quali fra gli stranieri residenti debbano essere classificati come tali; per questo motivo è necessario partire dalle definizioni: la descrizione convenzionale di immigrato adottata dall’Onu dice che immigrato è una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno. In questa definizione troviamo tre elementi fondamentali: lo spostamento, l’attraversamento di un confine e la permanenza non breve.

La ricchezza sbianca, non chiamiamo immigrati i calciatori, chi viene da paesi ricchi, le persone del mondo degli affari”.

Ambrosini racconta alcune esperienze personali: “Ho avuto vicini di casa libanesi che parlavano arabo ma nessuno li ha mai chiamati immigrati, due consoli tunisini non sarebbero mai chiamati immigrati. Da poco tempo, invece, due persone marocchine sono venute ad abitare nel mio palazzo, loro sì che sono stati chiamati immigrati e abbiamo addirittura fatto riunioni condominiali per capire come conviverci. La ricchezza sbianca, non chiamiamo immigrati i calciatori, chi viene da paesi ricchi, le persone del mondo degli affari”.

Anche le normative incorporano questa differenza, il confine tra chi è immigrato e chi qualcos’altro è un confine mobile. Nell’Unione Europea molti cittadini hanno acquisito diritto alla libera circolazione perdendo l’etichetta di immigrato perché nel 2011 la stessa UE ha tolto l’obbligo di visto a 50 paesi tra cui quelli dell’area balcanica quindi, gli albanesi, per fare un esempio, possono venire in Italia senza obbligo di visto.

 

Che rapporto c'è tra migrazioni e povertà?

Ambrosini continua la sua relazione con questa seconda domanda alla quale, in modo unanime, tutti risponderemmo che sicuramente c’è rapporto, perché, avendo molta povertà nei loro paesi, gli immigrati sono costretti a venire qui. È, però, necessario osservare le cose approfonditamente  perché, è vero che in alcuni casi c’è rapporto tra migrazione e povertà ma, considerando che i migranti sono il 3% della popolazione mondiale, non si può affermare che tutti i poveri sono migranti dal momento che i poveri nel mondo rappresentano più del 3% della popolazione mondiale.

Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina e Filippine sono gli Stati di appartenenza della maggior parte delle persone immigrate che troviamo in Italia ma in nessuno di questi paesi si muore. I paesi più poveri sono quelli dell’Africa subsahariana i quali cittadini non hanno neanche i soldi del biglietto per arrivare qui: “gli abitanti dell’Africa subsahariana non hanno nemmeno i soldi per arrivare nel capoluogo del loro distretto, figuriamoci se riescono ad arrivare qui”.

 

I migranti arrivano perché sono disperati?

No, perché la disperazione provoca inattività mentre i migranti sono spinti da grandi  speranze. “Se immaginate che il trafficante è una figura losca con la benda sull’occhio… cambiate film! Il trafficante è una persona ben vestita, che accoglie clienti dalle sue vetrine dove vende pacchetti turistici. Se poi il “pullman” parte con 50 persone  e torna con 35 non è affare loro”.

C’è una distanza importante tra la rappresentazione e l’evidenza statistica dell’immigrazione; in Italia l’immigrazione è prevalentemente europea, cristiana e femminista mentre la rappresentazione dimostra che la maggior parte di noi pensa che l’immigrato in Italia proviene dall’Africa o dal Medio Oriente ed è musulmano e maschio. L’immigrazione negli anni si è trasformata diventando sempre più bianca, oltre che europea e cristiana.  E ancora, l’occupazione degli immigrati non è diminuita per effetto della crisi: era meno del 7% e oggi è più del 10%. 

Ambrosini conclude dicendo che i migranti sono il capro espiatorio di tutte le nostre paure. I rifugiati ancora di più perchè chiedono anche aiuto e con questo alimentano ansie e paure. Sono temuti da chi è più fragile: anziani, persone poco istruite, da chi abita in zone marginali o temuti da chi sta più in casa. Inoltre, la tv italiana è quella che dà più spazio a fatti di cronaca nera: i più temuti sono rumeni e albanesi che, nella nostra televisione sono strettamente connessi ai fatti di cronaca nera.

La tv italiana è quella che dà più spazio a fatti di cronaca nera: i più temuti sono rumeni e albanesi che, nella nostra televisione sono strettamente connessi ai fatti di cronaca nera.

“Siamo partititi perché ci avevano raccontato che qui le strade erano lastricate d’oro. Quando siamo arrivati, ci siamo accorti che non erano lastricate d’oro. Poi abbiamo notato che non erano lastricate affatto. E alla fine abbiamo capito che qui si aspettavano che le lastricassimo noi”. (Ellis Island)

La serata continua con l’intervento di Beppe Traina, referente territoriale del servizio centrale per il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati SPAR. Il suo discorso inizia con una spiegazione dei quattro modelli dei sistemi di accoglienza presenti oggi in Italia:

  1. Prima accoglienza – In emergenza, situata nei luoghi di confine
  2. Centri governativi CARA -  7 in tutta Italia (nessuno in Lombardia)
  3. Centri di accoglienza in emergenza – luoghi attivati dalle prefetture in collaborazione con gli enti locali o con mondo privato e non (per esempio, cooperativa  o albergo)
  4. SPRAR - gestiti dal Ministero dell’interno, Accoglienza di secondo livello

Dove nasce il sistema SPRAR? Questa struttura nasce da alcune sperimentazioni di enti locali, in collaborazione con ANCI e UNHCR, svoltesi tra il 1999 e il 2000 che hanno portato, nel 2001, all’attuazione del piano asilo (PNA). Si creò un sistema pubblico di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati diffuso sul territorio che diede vita unitamente anche al fondo nazionale per i richiedenti asilo.

La caratteristica principale di questo sistema è l'essere pubblico: viene gestito e promosso da enti locali, in collaborazione con enti gestori e legati al Ministero dell’Interno; il Comune di Monza è uno dei comuni finanziati da questo fondo. Altre due caratteristiche importanti sono la promozione e la sensibilizzazione del territorio.

 

20151123 gente che viene relatori

 

La seconda parte dell’intervento di Traina è volta a riflettere sul modello che il territorio di Monza si impegna a seguire ed utilizzare nella realizzazione dell’accoglienza  nell’ambito dei centri prefettizi (centri d accoglienza straordinari). Questo vuol dire avere chiaro che ciò che si realizza sui territori non è un’accoglienza generale ma un’accoglienza di tipo integrato: realizzare l’attuazione dell’accoglienza in tutti i suoi ambiti seguendo le linee guida del servizio centrale.

Continua Traina: “È necessario costruire progettualità che abbiano sia una logica corretta che degli obiettivi che appaghino la fatica che tutti i giorni mettiamo nelle nostre attività”.

Regione Lombardia conta con la triennalità attuata 992 posti SPRAR; di questi 21 sono dedicati a persone con patologie o disagi mentali, 27 sono rivolti a minori non accompagnati, sono coinvolti 20 enti locali per un totale di 24 progetti complessivamente finanziati. 992 posti non sono eccessivamente tanti se consideriamo che in Lazio abbiamo 4800 SPRAR, 4900 in Sicilia, 2070 in Puglia e 860 in Emilia. Il triennio in corso ha attivato 14 nuovi progetti, dei 24 ben 14 sono nuovi e questo significa che fino al 2010 i progetti erano solo 10. Tra i 10 nuovi troviamo anche quello sul Comune di Monza.

Fino al 14 gennaio 2016 è possibile iscriversi al nuovo progetto SPRAR a cui possono partecipare tutti gli enti locali; quest’anno è presente una caratteristica in più premiante per alcuni territori: dal momento che alcune regioni (tra cui la Lombardia) hanno un punteggio più alto, i comuni lombardi partono già con 10 punti.

I vantaggi di queste strutture sono l’avere sempre sia un’assistenza tecnica che un monitoraggio degli enti locali finanziati; ciò significa che è sempre presente qualcuno che risponda  alle questione legate alla realizzazione del progetto.

L’ultima  finestra territoriale viene aperta con l’intervento dell’assessore alle politiche sociali e migratorie del Comune di Monza Cherubina Bertola.

 

Perché un Comune deve occuparsi di persone straniere?

“Per il semplice fatto che ci sono. Sono presenze con le quali la nostra comunità deve fare i conti, con tutto ciò di positivo e problematico che portano con sè. Se questo è il presupposto, è necessario conoscere questi fenomeni per gestirli; l’alternativa è subirla. Togliamo la questione buoni, non buoni, bravi cristiani o non, l’accoglienza è una questione di intelligenza, non attiene ad altro.”

La dizione più corretta per definire il lavoro svolto dagli enti comunali in ambito di immigrazione non è “politiche migratorie” perché la gestione di queste ultime non spetta agli enti locali (ma è di competenza di Stato, regioni) ma  “gestione servizi, interventi, supporti accompagnamento per presenze straniere nelle proprie comunità”.

Sono presenze con le quali la nostra comunità deve fare i conti, con tutto ciò di positivo e problematico che portano con sè.

Un’amministrazione comunale deve prendersi la briga di conoscere questa vasta gamma di persone e programmare interventi specifici per ogni livello di accoglienza poiché persone con un percorso migratorio diverso esprimono istanze diverse. Quando nei consigli comunali si associa l’occupazione di stranieri all’occupazione di clandestini, non è corretto.

L’assessore continua il suo intervengo facendo un piccolo affondo sulla questione dei rifugiati dal momento che molta polemica si è concentrata su ciò che i comuni fanno nei confronti dei richiedenti protezione internazionale. Da parte delle amministrazioni responsabili deve esserci il coraggio di entrare nel problema: “il ruolo dei comuni è ambivalente e delicato. Sullo SPRAR, come detto precedentemente da Traina, sta agli enti locali fare scelte precise, su altre tipologie di accoglienza non è prevista alcuna titolarità”. Se i comuni non sono stati candidati a gestire l’accoglienza con le prefetture (come il Comune di Monza), il meccanismo non prevede che il comune dica la sua nonostante l’accoglienza debba essere attuata concretamente all’interno del territorio comunale.

“In questo senso, è necessario che io esprima alcuni aspetti di ambiguità: come amministrazione è necessario che io mi assuma la responsabilità che queste presenze vengano gestite in modo sereno  nel mio territorio, tutelando il clima sociale del Comune in cui tutti vivano bene ma, dal momento in cui mi assumo questo compito, devi darmi la titolarità per dire la ma opinione e fare proposte”.

Per il Comune di Monza “dire la nostra” significa sostenere il grande valore della scelta fatta di ospitalità diffusa, si è lavorato per agevolare la presenza di persone straniere senza ripercussioni e problematiche. A Monza ci sono 260 presenze gestite in modo ottimale, senza problematiche particolari e si spera di condividere questo modello anche con altri territori che non lavorano in questo senso.

Il servizio che stiamo svolgendo è in primis dedicato ai nostri cittadini perché si cerca di lavorare per la coesione sociale;

“Lo slogan di qualche anno fa era “Fai girare l’economia”? Perfetto, con l’immigrazione lo stiamo facendo”. Il servizio che stiamo svolgendo è in primis dedicato ai nostri cittadini perché si cerca di lavorare per la coesione sociale; Monza rappresenta una comunità attenta e responsabile perché con le sue istituzioni prova ad interloquire con gli stranieri per far vivere tutti meglio.

Ultimi ad intervenire, ma non per importanza, sono Massimiliano di Rete Bonavena che, insieme a Novaluna è promotrice di questi eventi, l’Imam di Monza e una rappresentante dell’Associazione Diritti Insieme.

Il rappresentate di Rete Bonavena ha illustrato la situazione di accoglienza in progetti straordinari sul territorio di Monza Brianza. I progetti su tutto il territorio brianzolo sono 993 (uno in più rispetto ai progetti SPRAR).

 

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Com'è nata la Rete Bonavena?

 Questa Rete nasce in conseguenza alla scrittura di un progetto SPRAR, vinto e subito utilizzato per gli spostamenti di persone conseguenti all’operazione Mare nostrum. Sono stati messi sullo stesso tavolo imprese private sociali, enti ecclesiastici, la Caritas, parrocchie, Arci etc. con lo scopo di dare al territorio un servizio di qualità pensato a livello sociale  per “sfruttare” i piccoli nuclei. Da quando questa Rete ha preso avvio sono passate circa 2000 persone; più della metà utilizzano queste strutture come pellegrinaggio, i restanti vengono accolti secondo un percorso specifico:  le persone arrivano a Bresso, dove vengono divise per Province, quelli affidati a Monza sanno poi portati a Monza o Agrate Brianza.

In questi centri parte l’accoglienza con la formalizzazione della richiesta d’asilo e di tutte le attività iniziali come le visite mediche; lo step successivo avviene in strutture comunitarie specifiche che, nel nostro caso, si trovano a Carnate e Lissone. Infine, i soggetti vengono trasferiti in appartamenti affittati da privati in cui tali persone iniziano a vivere normalmente. Molte persone accolte in questa strutture fanno lavori x la comunità  riacquisendo vita propria.

La rappresentante dell’Associazione Diritti insieme, invece, concentra il suo breve intervento sulla mancanza di informazioni collegata alla televisione la quale, il più delle volte, trasmette paure e incertezza. “Durante un presidio un signore mi si è avvicinato e mi ha chiesto – mi dica signorina, lei che fa queste propagande sull’apertura delle frontiere, lascerebbe la porta di casa sua aperta? – Bè, io mi sono messa a pensare e no, non lascerei la porta di casa aperta ma sì lascerei le chiave ad alcune mie amiche e conoscenti. Il timore che aleggia nelle nostre vite  è connesso alla non conoscenza di questa persone”.

 

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In chiusura, riporto le importanti e sentite parole dell’Imam di Monza, intervenuto nella serata, che esprimono la sua vicinanza alla popolazione francese dopo le ultime tristi vicende:

“Parlo in nome di Dio e della comunità islamica. Siamo scossi da ciò che è accaduto a Parigi e abbiamo visto il dolore delle famiglia e la tristezza per l’uccisione di persone uscite solo per divertirsi, terrorizzate e mancate alle loro famiglie. Porgiamo le condoglianze a Hollande e all’intero popolo francese. Condanniamo ciò che è accaduto a Parigi e rifiutiamo che questo gruppo sia chiamato islamico perchè la nostra religione non afferma questo terrorismo; la nostra è una religione di misericordia  e pace, in questo momento  vivo con voi e con loro la tristezza di questo fatto. Condanniamo ogni forma di violenza  e terrorismo e operiamo perchè si possa vivere in pace tra tutti i popoli presenti. Non si strumentalizzi la religione per fare del male perchè il terrorismo non ha religione”.

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