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20171007 1957 bimatic

 Dal lavaggio indumenti di una volta, curvate come muli sopra questi lavatoi in pietra, al lavatoio di via Marsala a Monza. Fino alla Candy e alla sua storia.

 

È coperto di letame quel vecchio
lavatoio a Casirago, là dove
Si spaccavano lavandaie a nove
Alla volta per smacchiare le prove
Dei sudori contadini, col secchio
Della cenere sbiancante; lo specchio
D’acqua di fontana (a volte parecchio
Letale d’inverno) elargiva nuove
Sensazioni a quelle mani impegnate
Tra mutande, canottiere, lenzuola,
Maglie e camiciole, qualche pezzuola
Bianca, calze e bende in quell'alta scuola
Dove tra i risciacqui intere brigate
Di schiave cantavano incatenate.



Volevo intitolare questo post Brianza Spiritual, in memoria delle donne schiave brianzole, quelle che - estate e inverno - si recavano al lavatoio settimanalmente a lavare i panni, per ore e ore, donne incatenate virtualmente per le quali l’unico modo per passare il tempo era cantare in gruppo melodie ipnotiche, molto simili per spirito ai canti degli schiavi americani neri, nei campi di cotone. Era “lo sciabordare delle lavandare / con tonfi spessi e lunghe cantilene” come scriveva il Pascoli. L’intento mio era inizialmente scrivere dei lavatoi brianzoli (in particolare quello monzese in via Marsala, del quale farò comunque un accenno sul finale), portando l’attenzione sul “canto di lavoro femminile” che da quei luoghi si elevava; poi però ho cambiato idea e tra poco spiegherò il perchè.

Il lavatoio dei miei ricordi di gioventù stava a Casirago, località del Comune di Monticello Brianza, paese dove sono nato e dove tuttora vivo. Non è luogo molto conosciuto Casirago, ancorché il dizionario milanese del Cherubini già nell’Ottocento lo citi come paese di produzione di ottimi bachi da seta. Casirago come toponimo è certo più famoso al mondo per aver generato il cognome Casiraghi, uno dei cognomi brianzoli più noti. Io stesso sono Casiraghi per nonna paterna e un Casiraghi brianzolo, prematuramente defunto, fu come ben ricorderete maritato con la figlia maggiore di Grace di Monaco: con un certo sussiego a volte mi scappa da dire che la splendida Charlotte Casiraghi è mia cugina (senza specificarne ovviamente il grado).

image004Il lavatoio di Casirago stava a trecento metri da casa mia, in un campo agricolo, infossato nel terreno. Era tutto in pietra, lungo e stretto, una architettura rurale tanto bella quanto terribile per chi la frequentava: esso consentiva il lavaggio a nove donne alla volta, era alimentato con acqua di sorgente e quindi questa era sempre gelata come acqua del polo nord. Toccare quell’acqua d’inverno era una vera tortura per le povere donne. Parlo come notate all’imperfetto, perché quel lavatoio di Casirago è stato del tutto sepolto da macerie di cantiere alcuni anni fa, credo per motivi di sicurezza (essendo infossato nel terreno, quel lavatoio era un pericolo per i bambini che si avventuravano a giocare nel campo). Però oggi, vista la frenesia che oggi tutti pervade nella conservazione di antiche vestigia brianzole, credo che un pensierino di recupero storico per quel lavatoio l’amministrazione del mio paese lo dovrebbe fare. Quel lavatoio è tuttora là nel campo sotto le macerie, pronto da scoperchiare.

image012Ma parliamo adesso dell’infame attività di lavaggio indumenti che le donne brianzole di una volta erano costrette a svolgere, curvate come muli sopra questi lavatoi in pietra per cercare di rendere più puliti (o meglio, meno sporchi) i quattro stracci di famiglia. Gli strumenti che le aiutavano erano pochissimi: cenere per sbiancare, sapone di Marsiglia (se c‘era) e soprattutto tanto, tantissimo olio di gomito. Una tortura settimanale, quella del bucato al lavatoio pubblico, che aveva come unico sollievo la compagnia di altre donne con le quali conversare o cantare, da neo-schiave bianche ivi costrette non più a raccogliere ma a lavare cotone.
Lo stato degli indumenti che avevano da smacchiare era generalmente penoso. A quelle povere lavandaie toccava una vera via crucis, cioè mettere letteralmente le mani in tutto quello che i membri della famiglia avevano lordato. L’elenco era alquanto gramo: giacche o vestiti del regiò (il nonno) spesso sporchi di vomito da sbronza, mutande mestruate delle figlie, mutande di famiglia in genere sempre belle sporche (e diciamolo pure, di piscio e di merda). Tenendo conto che una volta in Brianza come altrove non c'era carta igienica e il criterio per indossare correttamente le mutande al mattino era per tutti alquanto semplice: giallo davanti, marrone dietro.

La donna brianzola si recava al lavatoio con questo continuo fardello di roba sozza e l’unico modo per eliminare la lordura era acqua fredda e strofinate, seguite da strizzate assai faticose: un lavoro, questo, davvero durissimo, uno strazio obbligatorio e per nulla riconosciuto: lava, giaci, cuci e taci, o donna.

Ma fortunatamente, questa brutta storia di neo-schiavitù femminile ha trovato il lieto fine. E il nome dell’Abramo Lincoln brianzolo che ha liberato le contadine-casalinghe dalla crocefissione periodica al lavatoio è uno solo: Eden Fumagalli, padre-padrone fondatore della notissima azienda Candy. Fumagalli intuì l’esigenza (forse, da brianzolo, contemplando de visu i misteri dolorosi del lavaggio di panni ai quali le donne erano assoggettate) e nel primo dopoguerra creò dal nulla a Brugherio un impero industriale che aveva proprio nella lavatrice il suo punto di forza. Impero ora in decadenza, ma sino ad alcuni decenni fa solido e apparentemente intramontabile.

Fu nel 1945, quando, nelle Officine Meccaniche Eden Fumagalli di Monza, vide la luce la Modello 50, uno dei primissimi miracoli di benessere domestico: la prima lavabiancheria tutta italiana. Nata dal talento di Eden, la nuova protagonista del lavaggio venne presentata ufficialmente al pubblico alla Fiera di Milano nel 1946. E se dovessi dire quale è stata l’invenzione tecnica che ha più beneficato il genere femminile negli ultimi 50000 anni di storia dell’umanità, direi senza alcun dubbio per l’appunto la lavatrice (prima ancora del fuoco, del forcipe, o del vibratore), considerando la tanta fatica e il disagio rappresentati per la Foemina Sapiens dall’improba attività del bucato a mano. Perché la tortura del lavaggio periodico è stata per millenni una schiavitù, dalla quale la donna si è affrancata solo grazie a quell’ormai indispensabile elettrodomestico.

 

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Ci sarebbe un nuovo elettrodomestico ancora da inventare, che darebbe finalmente la totale liberazione alla femmina casalinga, ma lo ritengo difficilmente realizzabile: parlo della stiratrice automatica, una macchinetta che, dopo il lavaggio ed asciugatura, ci consegni tutti gli indumenti perfettamente stirati e inamidati. In alternativa, basterebbe che qualche stilista lanciasse la moda di indossare abiti non stirati, oppure che il compagno/marito della povera donna stiratrice imparasse anche lui (una buona volta) a smanettare correttamente col ferro da stiro caldo. Evento, quest’ultimo, che ritengo peraltro si avvererà con probabilità molto vicina allo zero.

Parlando ancora e in ultimo dei lavatoi di un tempo, una doverosa menzione va a un ex-lavatoio monzese: quello di via Marsala, che potrebbe essere definito il Cobianchi della città. Una volta questo ospitava anche i bagni pubblici, ora invece, completamente abbandonato e a rischio crollo del tetto, è diventato riparo di senzatetto. Quello che fino a 40 anni fa è stato una sorta di hammam alla brianzola, dove le persone senza bagno in casa potevano andare a farsi una doccia o a lavarsi i vestiti, è oggi un “non luogo” per il quale l’amministrazione fa davvero fatica a trovare una degna funzione. Dopo la chiusura a fine Anni Ottanta, l’ex lavatoio era stato utilizzato come sede di associazioni, sino a ospitare nei primi anni 2000 un gruppo di ragazze sfruttate, strappate alla tratta. Dopodichè il nulla, un evidente degrado che stride con la centralità dell’edificio nell’ambito cittadino. Un immobile che ha avuto un preciso ruolo sociale, architettonico e storico, testimoniato anche dal suo censimento da parte dell’archivio dei beni culturali lombardi.

Ultimamente, come dicevo, è stato segnalato il rischio crollo del tetto da parte della polizia municipale, che ha sede proprio dall’altra parte della strada. Una finalizzazione intelligente di questa nostrana volumetria sarebbe altamente opportuna: lettori monzesi e non, avete qualche idea intelligente da proporre?

 

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Renato Ornaghi
Author: Renato Ornaghi

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