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 Morte e rinascita del modello più noto della Fantic Motor, da Barzago a Dosson. Per Brianzolitudine, Renato Ornaghi ricostruisce la storia del marchio, prospetta il suo futuro e ricorda l'omonimo giornaletto...

Oggi è il 5 di Novembre, domenica mattina. Finalmente comincia a piovere, con spirali di nebbia autunnale che iniziano a infilarsi dalle finestre di casa, per finire nelle ossa e nella memoria. Tempo di morti e di ricordi. E a ricordare, una memoria oggi sulle altre diventa davvero speciale, animata da una bella discussione che ho avuto tra amici ier sera, a raccontarci le scorribande di gioventù in sella al Fantic Motor Caballero. Poche parole come Caballero sanno riesumare ammuffite rimembranze dai primissimi anni ’70, che ritenevo sopite per sempre. Il Caballero meglio di una madeline proustiana, dunque?

Però nessuna tristezza, cari lettori di Vorrei. Perché la notizia, fresca fresca, è che il Caballero è risorto giovane e fresco come un’araba fenice, dalle sue ceneri. Forever Young cantava Bob Dylan, e a vedere questo video trailer della nuova produzione, realizzata presso la rediviva Fantic Motor, mi sono reso conto di quanto ciò possa essere vero. Perché la parola Caballero è davvero sinonimo e simbolo di eterna gioventù.

 

Andiamo ora giornalisticamente nei dettagli. La notizia è che il marchio motociclistico Fantic Motor, morto nella Barzago brianzola sulla fine del secolo scorso, è rinato in Veneto in quel di Dosson e da là partirà la riscossa di quell’iconico brand (un marchio che il prossimo anno compirà 50 anni). Fantic è presente all’EICMA 2017 che si tiene in questi giorni alla fiera di Rho (Padiglione 13 Stand E62) con la nuova gamma Caballero, realizzata in tre differenti cilindrate con motori 125, 250 e 500cc.

Due sono gli allestimenti proposti, una versione “dual” chiamata Scrambler adatta ad un uso on e off-road e una versione Flat Track, la prima moto sul mercato omologata con ruote da 19 pollici di serie.

 

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Questa la cronaca. Ma quanti ricordi, all’udire le due paroline FANTIC MOTOR. E anche tante domande. La prima su tutte: il nome di quel marchio come fu creato? Ebbene, un uccellino mi ha detto che il brand nacque dalla crasi di “Fantastic Motor”. I fondatori della Fantic a Barzago si erano subito resi conto di aver creato qualcosa di nuovo, fantastico, innovativo. Senza dimenticare però che nel fresco nome così coniato si resero conto che ci risuonava il sapore dell’aranciata Fanta, bevanda ai tempi simbolo di vita e freschezza. L’aranciata Fanta riecheggiava e riecheggia piacevolmente, nelle lettere di quel brand. Ecco, il nome Fantic Motor nacque proprio così.

Come tante cose belle della vita, anche la storia della Fantic prende le prime mosse dal mio paese, Monticello Brianza. Agli inizi del 1968 Mario Agrati dell’Agrati Garelli di Monticello si staccò infatti dall’azienda di famiglia per unirsi a Henry Keppel, responsabile Commerciale Estero della moto Garelli, costituendo una società che producesse mini-bike, go-kart, enduro destinati al mercato americano. Allora però di aree industriali disponibili a Monticello non ce n’erano, i muri della Fantic Motor sorsero così a pochi chilometri di distanza, in quel di Barzago.

 

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Era il 2 maggio 1968. Stavano iniziando le storiche giornate del Maggio parigino, e tuttavia nella sonnacchiosa Brianza non c’era quattordicenne che non sarebbe a breve impazzito per il Caballero. Il lancio del primo modello avvenne al Salone del ciclo e motociclo di Milano nel 1969, qui esso ottenne un notevole - e forse pure imprevisto - successo di pubblico. La sua impostazione, per quanto si trattasse di un ciclomotore 50cc destinato all'utenza quattordicenne sprovvista di patente di guida dell'epoca, era da moto più grande con la classica impostazione delle moto da fuoristrada (all'epoca chiamate da regolarità, oggi da enduro) con telaio alto da terra, parafanghi alti sulla ruota e dotato di un classico motore a due tempi prodotto dalla Motori Minarelli.

Sin da subito un elemento di illegalità e di “proibito tecnologico” alimentarono a manetta il fascino del Caballero 50cc: essendo esso dotato - a norma di Codice della strada - di carburatore Dell'Orto da 14 mm, divenne abitudine per i ragazzini il cambio dello stesso con quello maggiorato da 19 mm, onde ottenere un miglioramento significativo delle prestazioni. La stessa modifica del resto era fornita di serie dalla Fantic Motor per i modelli destinati all'esportazione. Per i teenagers brianzoli chiedere a un amico che lavorava alla Fantic di portar fuori un “19” e installarlo era roba da nulla. In sella a un Caballero elaborato col “19” ti sentivi forte, potente, figo, trasgressivo: un vero macho, un vero caballero. Quale ragazzina avrebbe potuto resistere a un bad boy così, che si fosse presentato a prenderla in sella a una moto siffatta?

Le versioni di maggior successo videro la luce nel 1973 con la presentazione della terza serie, sempre offerta con Motori Minarelli da 4 o 6 marce e caratterizzata anche dalla presenza di un'alta marmitta a sogliola sul lato destro, appariscente grazie alla presenza di una protezione antiscottature cromata; mentre i parafanghi anteriore e posteriore erano in acciaio inox.

 

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Gli ultimi modelli Caballero derivati dalla versione originale di 12 anni prima vennero prodotti sino al 1981. Nel frattempo l'azienda aveva trasferito la maggior parte delle energie verso il settore del trial ma ciò non toglie che vennero presentati ulteriori modelli con lo stesso nome Caballero, frutto però di progetti totalmente nuovi con pochi punti di contatto con il passato. Modelli con questa denominazione erano ancora presente sul catalogo al momento della chiusura dell'azienda nel 1995.

Quanti modelli dalla Fantic in così pochi anni: prima il Caballero, poi il cinquanta da strada, il chopper, il centoventicinque da strada e il ciclomotore a telaio aperto che si chiamava Issimo, cercando di coprire tutti i settori, tenendo però come traino la regolarità, senza dimenticare i ciclomotori tradizionali e le stradali. Nel periodo di massima produzione, la Fantic arrivò a produrre ben 50mila motociclette in un anno. Negli anni Settanta iniziarono a vedersi anche gli enduro nella versione 50 e 125, anche se il Caballero restava sempre un grande successo.

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Ma ora ecco che entra in scena il personaggio, l’artefice di quel sogno. Il filo di questa bella memoria è alimentato da una persona unica: l’olandese Henry Keppel Hesselink nato a Nizza il 14/7/1935. Perito elettrotecnico, formatosi nel campo dei ciclomotori con un'esperienza ventennale nel settore tecnico, commerciale e marketing, soprattutto estero. Egli fu il padre fondatore, l’anima della Fantic e del Caballero (mi commuovo a pensare alla famiglia Keppel, dato che col figlio di Henry ci ho tanto giocato a basket, alla palestra dell’oratorio di Monticello ai miei bei tempi di gioventù).

Sentiamo il buon Henry cosa ha da raccontarci: “Ho molta gratitudine nei confronti di gente che ha rischiato un posto di lavoro sicuro per correre quella bella avventura Fantic insieme a me. Io e Mario [Agrati, il cofondatore] avevamo creato il clima giusto e l’impegno è stato reciproco nel prendere spunto dal mercato americano, per inventare un mercato completamente nuovo”.

Henry Keppel narra l’immancabile ricordo della nascita del nome, Caballero: “L’idea è partita da una collaborazione tra l’ufficio tecnico e la produzione. Il nome è stata una mia idea. Ero un accanito fumatore di pacchetti di sigarette Caballero e così, un giorno, feci la proposta di chiamare la nuova moto così: Caballero. Ci fu un attimo di silenzio, ma poi tutti furono d’accordo. Quella motocicletta è stata sognata e voluta da tanti ragazzi. Per noi, motivo di grande vanto”.

 

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Le idee scaturivano sia dalla direzione che dalla parte commerciale. La filosofia di fondo era quella di mettere insieme due aspetti: da un lato dovevamo individuare il futuro delle due ruote rispetto alle attese dei giovani e dall’altro dovevamo cercare di raggiungere l’obiettivo della produzione di nuovi modelli in breve tempo. La parte tecnica vedeva in testa i colleghi Maffessoli e Cazzaniga, un gruppo di meccanici che lavorava sodo e davvero bene”.

Ecco che entra in scena il tempo presente della Fantic: questo ci dice l’attuale amministratore Mariano Roman (artefice della rinascita del marchio) sul successo della rinascita del Caballero, la notizia passata in anteprima assoluta al Salone del moto 2016: “Sapevamo già prima del Salone di avere per le mani una gran bella moto. Ma il successo mediatico che è avvenuto a partire dalla fiera e tutti i bellissimi apprezzamenti ricevuti da addetti ai lavori, giornalisti o amanti del nostro marchio ci hanno davvero sorpreso e ci caricano ogni giorno. Daremo tutto e faremo del nostro meglio per realizzare alla grande questo progetto, che come sapete per noi non è soltanto una moto, rappresenta tutta la nostra passione. Ne vedrete delle belle.

L’araba fenice è tornata: aggressiva ed elegante, compatta e performante su strada. La nuova gamma Caballero, proprio come i precedenti storici modelli, si contraddistingue grazie al suo stile unico. Nel post-fiera tutti i sondaggi da parte dei lettori delle più importanti riviste del settore moto e portali web specialistici hanno posizionato il Caballero sempre sul podio dei gradimenti, a testimonianza del grandissimo apprezzamento del pubblico verso i nuovi modelli. La grande curiosità sul prodotto è provata anche dal fatto che sia stata la moto più cliccata del Salone, come dichiarato dalle stesse riviste di settore. Nel terzo millennio, il Caballero è ritornato alla grande.

 

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Una bella rinascita di quanto vide la luce tra le antiche mura di quell’azienda, sorta a Barzago con un capannone dalle dimensione di 1.200 mq nel 1970, fino ad arrivare nel 1982 ad avere 20.000 mq. Una espansione che portò la Fantic a passare dagli iniziali trenta dipendenti ad oltre duecento.

 

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Tra gli aneddoti memorabili di questa fabbrica, quello legato al nome dell’attore americano John Travolta, che con il film fighetta e disco-dance La febbre del sabato sera mandò in crisi il modello anni ’70 del giovane Jeans e Caballero. E ancora, la prima catena di montaggio presa dalla Barilla, il telaio saldato solo da un robot, le tinteggiature meno inquinanti perché a polveri elettrostatiche e non a solventi, i colori rosso, blu e bianco e i tre titoli mondiali vinti nel trial. Tante parole ho speso per il Caballero, ma una menzione va anche al fantastico chopper, in sella al quale ti pareva di andare in moto non sulla superstrada Valassina, ma come Peter Fonda da vero Easy Rider su una highway americana. Eccolo qui, in tutto il suo splendore, il chopper Fantic:

 

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Affascinante davvero, questa storia di morte e rinascita del Caballero. What else? C’è un ultimo ma: nulla riesce a levarmi dalla testa la convinzione che - nei gusti di un quattordicenne medio anni ’70 - gran parte del successo del Caballero risiedesse nella sua omonimia col giornaletto soft-core allora in auge, un altro Caballero che con sole 200 lire ti permetteva un viaggio esotico nell’allora sconosciuto mondo del semi-nudo femminile. Perché a quei tempi, da ragazzino, comprare in edicola una copia di Caballero era un’acerba avventura fatta di tenacia, faccia tosta e coraggio: occorreva sostenere lo sguardo dell’edicolante, al punto che i meno pugnaci andavano di nascosto a comprarsela al chiosco di almeno due paesi lontano, ove si sperava non ti riconoscesse alcuno. Era un po’ come andare a comprare profilattici: si andava in farmacie di altri paesi, se non di altre province. Cosa avrebbero mai detto e pensato di te, se mai ti avessero intravisto e riconosciuto?

Eggià. Nel marketing la vittoria di un idea si alimenta spessissimo col fascino del proibito: leggere un Caballero, così come montare una moto Caballero taroccato col “19”, era il sogno nascosto di tutti noi ragazzini adolescenti. Mi viene lo sconforto, se penso alla stupefacente facilità con la quale si accede alle immagini e ai video porno oggigiorno. Ai miei tempi un’immagine osè te la dovevi sudare, lottando con le unghie e coi denti.

Erano molto, ma molto meglio gli old good times dei Caballero moto&giornaletto, laddove l’acquisto della copia di un porno o di un Settebello erano una cruda battaglia. Nessun pasto era gratis allora, e men che meno l’immagine sfuocata e appena accennata di una mezza tetta. Maledetta, maledettissima nostalgia canaglia.

 

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Gli autori di Vorrei
Renato Ornaghi
Author: Renato Ornaghi

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